Detroit: Become Human - Recensione

L'ultima produzione di Quantic Dream ci porta in un futuro in cui gli androidi sono i protagonisti

di Nibel

Sono passati ben sei anni dal cortometraggio “Kara” di Quantic Dream, un breve filmato di appena sette minuti che poneva gli spettatori ad osservare il processo di creazione di un androide, improvvisamente consapevole di essere vivo e di provare una forte paura al solo pensiero di essere smantellato in quanto difettoso. L'idea alla base di tutto ciò decretò l'inizio dello sviluppo di Detroit: Become Human, un titolo decisamente distante sia dal realismo riprodotto da Heavy Rain che dalla paranormalità, fulcro di Fahrenheit e Beyond: Due Anime, focalizzandosi su un futuro distopico e, in fin dei conti, totalmente auspicabile tra diversi anni. Un progetto riuscito? Secondo noi, .
 
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Ritornando al trend di presentare una storia da punti di vista completamente diversi, Detroit: Become Human ci farà vivere un'avventura in cui i protagonisti non saranno i tre androidi, ormai ben conosciuti tramite materiale promozionale ed altro, quanto la società stessa e tutto ciò che la compone. L'intera esperienza inizierà, esattamente come nella demo, con Connor, un avanzatissimo prototipo creato dalla Cyberlife, azienda ideatrice degli androidi, intento a salvare un ostaggio dalla follia di un deviante, ovvero un replicante che ha iniziato a sviluppare vere e proprie emozioni umane.
In seguito a questo episodio ci verranno presentati rispettivamente Kara, un androide domestico che vive con Todd, un padre divorziato, ed Alice, sua figlia; per infine passare a Markus, un altro replicante col compito di prendersi cura di Carl, un vecchio artista che, al contrario del 90% della popolazione, tratta il proprio androide come se fosse suo figlio, reputandolo pieno di vita e consapevole di poter scegliere il proprio destino. Ed è proprio quest'ultimo personaggio introdotto che simboleggia al meglio al giocatore, poiché Markus è l'androide in grado di avere l'impatto più decisivo (e distruttivo) sull'intera storia tramite le sue decisioni che andranno a modificare fortemente la società stessa e la percezione che gli umani hanno verso queste macchine, talmente superiori in ogni aspetto da spaventarli qualora si rendano conto di non avere il pieno controllo su di esse. Ciò non vuol dire che Connor e Kara siano meno importanti, in quanto offrono un punto di vista radicalmente diverso, mostrandoci un androide nel pieno dell'indagine di questi “devianti”, lottando tra il dovere e la moralità, ed un'altra replicante che sogna solamente una nuova vita con la “propria figlia”, scappando da un clima di tensione, paura e razzismo per fuggire verso un sogno pieno di libertà per tutti coloro che vengono classificati come macchine senza emozioni.
 
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Detroit: Become Human non offre, come avrete intuito da queste righe, una storia rivoluzionaria né inedita, soprattutto per gli appassionati di fantascienza: i rimandi ad opere come Blade Runner e Io, Robot sono numerosi e l'ispirazione tratta da quest'ultimi è ben evidente, ma è anche vero che stiamo parlando di un videogioco che, al contrario di prodotti cinematografici e letterari, permette di plasmare l'andamento e il finale della nostra storia. Una qualità con cui Detroit: Become Human è riuscito a superare ampiamente tutte le precedenti produzioni Quantic Dream.

Ed è proprio perché si tratta di un titolo creato da Quantic Dream che, a livello di gameplay, non sono state apportate modifiche sostanziali ad una formula di gioco che, in ogni caso, ormai risulta consolidata dal 2010 con Heavy Rain, offrendo Quick Time Event di diverso tipo per eseguire le varie azioni che dovremo effettuare per proseguire, che si tratti di esaminare oggetti, difenderci da un pericolo imminente e via discorrendo; introducendo, tuttavia, qualche piccola nuova funzione in grado di rendere più piacevole la partita, sfruttando la natura dei nostri protagonisti androidi. Per esempio, tramite la pressione del tasto R2 potremo, infatti, bloccare il tempo per esaminare i dintorni e controllare tutti i possibili punti di interazione presenti nella zona, evitando di girovagare come burattini senza meta alla ricerca di un QTE che possa farci interagire con un determinato oggetto. In altre occasioni, invece, saremo chiamati ad affrontare situazioni spinose (con tanto di countdown inesorabile) programmando, letteralmente, le azioni da compiere in sequenza nella testa dell'androide per assicurarci il successo.
 
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Tuttavia, il vero punto di forza di Detroit: Become Human risiede proprio nel sistema di scelte, questa volta raffigurato da un diagramma incredibilmente vasto e consultabile in ogni momento dal menù, nonché alla fine di ogni episodio per renderci conto di tutto ciò che avremmo (o non avremmo) potuto fare: la vastità di variabili presenti in ogni momento di gioco, che si tratti di scelte, tempistiche d'azione o qualche parola di troppo, unite ad un sistema di relazione tra tutto il cast permette ai giocatori di ottenere partite completamente diverse tra loro. Se in Heavy Rain o in Beyond: Due Anime era necessario sbagliare ripetutamente i QTE, o anche giocare in maniera particolarmente superficiale, per uccidere un personaggio, in Detroit: Become Human potreste arrivare a perdere il vostro eroe preferito anche semplicemente per un errore di valutazione commesso in precedenza, segnando definitivamente la strada dell'androide verso un destino tragico o, ironicamente, libero. Tutti dettagli che altri produttori di avventure grafiche, Telltale in primis, dovrebbero imparare ad incorporare con più fermezza nei loro lavori.
 
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Ad incentivare l'intera esperienza, complice la sua natura di avventura grafica, troviamo uno dei comparti grafici più spaventosi attualmente disponibili su console, in grado di mettere in secondo piano anche mostri del calibro di God of War, Uncharted 4 ed Horizon: Zero Dawn, grazie ad un livello di dettaglio stupefacente. Che si tratti di osservare l'incredibile cura riposta nei movimenti nei personaggi, trovando il nostro androide a spostare con naturalezza una sedia che intralcia il passaggio o a scavalcare una prova su una scena del crimine con attenzione, o le impressionanti espressioni facciali, in molti casi si faticherà realmente a distinguere Detroit: Become Human da un film vero e proprio. E il comparto grafico non è neanche ciò che il titolo ha di meglio da offrire.

La colonna sonora di Detroit: Become Human, affidata a ben tre compositori differenti (ciascuno assegnato ai tre protagonisti della storia), risulta, senz'ombra di dubbio, il miglior asset dell'intero gioco, accompagnando i momenti, soprattutto i più incisivi, di ogni episodio con estrema energia, malinconia e determinazione, riuscendo a trasmettere sentimenti di ogni tipo. Che si tratti di una manifestazione dei propri diritti, un discorso atto a prendere una posizione ferma e decisa verso un mondo ostile nei confronti di chi è diverso, la soundtrack di Detroit: Become Human non può rendere impassibile il giocatore davanti alla scena che sta vivendo.
 
Detroit: Become Human è, senz'ombra di dubbio, l'attuale opera magna di Quantic Dream: intrigante, critica verso la società e ricolma di morale, la storia proposta in quest'ultima esclusiva PlayStation 4 riesce a prendere l'abusato genere fantascientifico oltre a temi visitati e rivisitati più e più volte per trasformarlo in un videogioco degno del suo nome, dimostrando che un titolo non ha necessariamente bisogno di un gameplay frenetico quanto di una trama in grado di incollare allo schermo il videogiocatore, permettendo a quest'ultimo di plasmare la propria personalissima storia all'interno di un mondo virtuale, una delle caratteristiche più affascinanti del medium videoludico.

Testato su PlayStation 4 standard.

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