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“Tutti conoscono la frase alla fine del sogno, per sempre felici e contenti. Cercare di rendere tutto un lieto fine con solo tre parole. Una dopo l’altra, felici e contenti per sempre.”

Dopo tre stagioni si conclude quella che, senza alcun dubbio, posso definire una delle migliori romantic-comedy mai sfornate dall’enorme industria dell’animazione giapponese e, in assoluto, la mia preferita. Per quanto mi riguarda, Oregairu è stato tante cose, ma sopra ogni altra, un percorso di crescita lento ma costante, in grado di catturare la mia attenzione e farmi appassionare totalmente alla vicenda, in cui mi sono più volte immedesimato.

La storia riprende, precisamente, da dove ci eravamo lasciati con la seconda stagione e, se non doveste ricordarvelo bene, vi rinfresco io la memoria. Il triangolo amoroso tra Hikki, Yukino e Yui sembrava una matassa ingarbugliata, in cui i tre protagonisti avrebbero dovuto cercare di districarsi. D’altronde, le questioni di cuore non sono mai semplici e, spesso e volentieri, mettono a repentaglio anche le amicizie più solide. Il nostro caro Hachiman Hikigaya si ritroverà, dunque, tra un ballo di fine anno e l’altro, a dover prendere una decisione, forse la più complicata e importante della sua, fino a quel momento, triste e monotona vita adolescenziale: stabilire chi, tra Yukinoshita e Yuigahama, merita tutto il suo amore incondizionato. In queste ultime dodici puntate vengono, quindi, al pettine tutti i nodi, si chiariscono le questioni lasciate irrisolte e giunge a conclusione il cammino stupendo iniziato nella prima stagione. Un cammino di crescita che, come detto in precedenza, è stato lento e costante e ha necessitato del giusto tempo, ma che, alla fine, ha visto i tre protagonisti cambiare radicalmente. Insieme hanno compreso il vero valore dell’amicizia, l’importanza di avere qualcuno accanto nel momento del bisogno e, seppur in modo contorto, hanno imparato ad aprirsi con gli altri e ad esprimere i propri sentimenti. Sopra ogni altra cosa, però, hanno sperimentato, per la prima volta nella loro vita, gli effetti di una storia d’amore adolescenziale che, dal mio punto di vista, ha avuto solo vincitori e nessun vinto. È innegabile, però, che tra tutti, colui il quale ha incarnato perfettamente e in modo totale questa crescita, sia stato Hachiman Hikigaya.

“Un po’ per scelta personale, un po’ perché il fato ha voluto così, Hachiman si è ritrovato solo e senza uno straccio di amicizia, ma invece che piangere della propria situazione, se ne vanta. Nella sua testa, non avere amici equivale a non avere problemi di nessun tipo. Hikki è un vero e proprio luminare, che ama la sua condizione di eterno solitario.” Con queste parole, non molto tempo fa, descrivevo Hachiman, il protagonista dell’anime, nella recensione della prima stagione.
“Dopo un lungo cammino, pieno di insidie e volto alla ricerca di qualcosa di reale, Hachiman è riuscito a farsi degli amici che lo amano e lo rispettano e ha afferrato che non c’è nulla di dignitoso nella solitudine. Ancor più importante, però, ha compreso il significato della parola amore, questo sentimento, fino ad allora, sconosciuto. Ha imparato ad amare ed essere amato e da eterno solitario, è passato ad essere un ragazzo socievole, capace di godersi la propria gioventù.” Con queste parole, mi sento di descrivere Hachiman a storia conclusa.
Un cambiamento, oltremodo, incredibile e che solo una serie profonda come Oregairu poteva regalarci. E questo è, a mio modesto avviso, il vero punto di forza dell’anime. Nonostante ciò, a molti, invece, è stato proprio questo cambiamento a far storcere il naso. Come se, cominciando ad assomigliare di più ad un ragazzo della sua età, senza però snaturarsi completamente, la serie e il personaggio avessero tradito i loro propositi originali, mentre ciò che si cerca di insegnare è che il cambiamento è possibile sempre, ma solo se lo si vuole con tutto se stessi. E questa lezione non bisognerebbe mai dimenticarla.

Insomma, se non si fosse capito, ho amato incondizionatamente questa terza stagione e, in generale, tutta la saga di Oregairu, di cui ho apprezzato ogni sua sfumatura. Dai giri di parole infiniti e, talvolta, incomprensibili, alla rappresentazione dell’amore che esenta dai suoi soliti cliché. Tutto, a mio avviso, in perfetto stile Oregairu. Uno stile unico, spesso criticato perché manchevole di velocità e chiarezza, ma che, arrivati alla terza stagione, si sarebbe dovuto imparare ad apprezzare. Le musiche non tradiscono e, ancora una volta, viene proposta un’opening lenta e dolce, che non ha nulla da invidiare alle due precedenti.

Onestamente parlando, potremmo stare qui a discutere ancora per molto, perché la mia non è altro che una semplificazione di un anime che, di semplice, non ha proprio nulla. Per ore ed ore, potremmo parlare della dolcezza di Yui e Yukinoshita, del ruolo fondamentale svolto dalla sensei Hiratsuka o del rapporto fratello-sorella tra Hachiman e Komachi, ma sarebbe tutto inutile. Per apprezzare dovete solamente guardare, cercando di assimilare tutto quello che Oregairu ha da darvi. Solo allora comprenderete che: “Il felice e contenti per sempre non è solo una congettura delle fiabe.”