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Quando si dice, anche con una certo fastidio, che gli Shonen degli ultimi anni sono tutti uguali non ci si sbaglia più di tanto. Decine di storie dalle trame banali e tutte simili tra loro riempiono di capitolo in capitolo le svariate riviste contenitore in Giappone e molte di esse giungono, purtroppo, anche da noi andando ad intasare un segmento già abbastanza saturo e limitato di per sé. Attirati dalla pubblicità degli editori che promettono storie rivelazione ed eredi dei titoli di maggiore successo, i lettori acquistano in massa e con entusiasmo queste opere, salvo poi rendersi conto il più delle volte della dura realtà dei fatti: soldi buttati per delle vere e proprie bufale.

Fra i manga che rientrano in questa categoria c’è appunto Rave-The Groove Adventure, opera del debuttante Hiro Mashima. Presentato e osannato dalla casa editrice Starcomics e dai Kappa Boys come l'erede designato di One Piece e come campione di vendite in Giappone, il manga piuttosto si è dimostrato nel complesso molto deludente, finendo di conseguenza ben presto nel dimenticatoio, salvo riemergere ogni tanto per essere assunto nelle varie discussioni come esempio negativo della categoria cui appartiene...
Da quanto ricordo, mai un manga ha ricevuto così tanti pareri discordanti come questo. Ottimo manga per alcuni (per i più giovani e più affamati di shonen soprattutto), da censura per altri. In effetti vie di mezzo non ce ne sono e con il mio giudizio non faccio di certo eccezione: per me questo manga è uno dei peggiori titoli che siano mai stai pubblicati ed ancora oggi mi chiedo come mai tanta banalità abbia avuto l’onore non solo di essere pubblicata, ma anche di potersi trascinare per ben 35 numeri.
Solitamente manga di questo genere, ossia di medio-lunga serializzazione, pur lasciando intravedere specifiche interessanti da subito, appaiono inizialmente grezzi e mostrano le proprie vere qualità con il passare del tempo, ossia quando l’autore (spesso un debuttante) acquisisce una certa esperienza e perfeziona di volta in volta il proprio stile di sceneggiatore e di disegnatore. Ebbene, se questo vale per molti degli shonen affermatisi in questi anni, lo stesso non si può dire per l’opera di Mashima, il quale nell’arco temporale della pubblicazione del manga non ha fatto altro che presentare al lettore una storia tanto debole e sconclusionata nella sceneggiatura, quanto mediocre nei disegni.

Partiamo da quest’ultimo aspetto. Graficamente, soprattutto i primi numeri sono quanto di più scarso e di meno originale si sia mai visto: il tratto è grezzo e spesso impreciso, le tavole sono anonime, povere di particolari e non è infrequente vedere ben due pagine bianche occupate solo dal viso in primo piano di uno dei protagonisti. Balza inoltre subito all’occhio una certa somiglianza con il particolare stile di Eiichiro Oda, autore a cui Mashima si è chiaramente ispirato. A conferma di ciò oltre al character design dei personaggi è possibile notare infatti anche la presenza di scene molto simili o addirittura del tutto uguali a quelle presenti in One Piece.
Non ho avuto modo di poter leggere tutto il manga in quanto ho fatto fatica ad arrivare al numero 15 tuttavia per quel che ho potuto vedere effettivamente un minimo miglioramento grafico c’è con il passare dei numeri. Ciò però non basta a risollevare da questo punto di vista il manga in quanto le carenze di Mashima sono comunque rilevanti. C’è da dire inoltre che la qualità dei primi numeri è davvero bassa, dunque difficilmente l’autore avrebbe potuto fare peggio.

Se dal punto di vista dei disegni c’è sta almeno una quasi impercettibile evoluzione, ciò che veramente non migliora, ed anzi costituisce sempre di più il punto debole del manga, è la struttura narrativa. La storia è alquanto lineare nello svolgimento dei fatti ed eccessivamente scontata. I colpi di scena non producono mai l’effetto sperato e spesso, davanti a determinate scene, ci si chiede perché l’autore abbia fatto scelte così insensate.
Anche il pretesto con cui si da il via al viaggio di Haru e dunque agli eventi narrati è abbastanza sciocco. Il protagonista, un ragazzo come tanti altri, improvvisamente viene chiamato a dover salvare il mondo e senza neanche batter ciglio, dopo aver dato prova della proprie capacità contro un nemico spuntato dal nulla, decide impugnando uno spadone magico di assolvere il proprio compito, senza troppi problemi. Sappiamo tutti che è uno shonen e logicamente i meccanismi che allontanano Haru dal proprio piccolo mondo non devono essere necessariamente profondi o chissà quanto intricati, tuttavia chi ha letto il primo volume sa quanto sia eccessivamente banale il pretesto scelto per mettere in moto l’eroe.

Oltre ad una sceneggiatura debole e sconclusionata l’autore non riesce a trasmettere il pathos necessario neanche agli scontri, il pezzo forte di questo tipo di manga. I combattimenti sono noiosi e non si capisce mai bene il perché, fondamentalmente avvengano. Davanti ad essi il più delle volte la sensazione provata è quella di frustrazione, di stanchezza, di noia. Non di rado infatti ho sperato che le varie diatribe non si risolvessero nell’ennesimo, scontato scontro.

Non vanno meglio le cose dal punto di vista della caratterizzazione psicologica dei personaggi, piuttosto elementare direi. Il protagonista Haru è il classico eroe senza macchia e senza esitazioni, pronto a combattere contro tutti e a fare sempre la morale al cattivo di turno. Musica è un mix fra i caratteri di Sanji e Zoro ed Elie, molto somigliante a Nami, è bella, dolce e simpatica, con un potere ed un passato altrettanto misteriosi. Gli altri fanno più che altro da contorno e spesso escono di scena anche in maniera stupida (vedi il padre di Haru). I nemici sono cattivi per ruolo, abbastanza scontati, piatti e privi del fascino che solitamente caratterizza molti degli antagonisti visti nei più famosi manga di questo tipo. Hanno tutti un passato di morte alle spalle e fanno tutti cose molto cattive senza un vero motivo, salvo poi pentirsi e piagnucolare prima di passar a miglior vita.

Se la storia e gli scontri non brillano certo per fantasia, quello delle armi poi è forse l’elemento meno originale di tutta la storia. Così come in One Piece ci sono i frutti del diavolo, anche qui alcune pietre magiche donano a chi le utilizza i propri poteri (chi maneggia il fuoco, chi ha il potere del fumo, ecc). La spada di Haru grazie ad una di queste pietre ha dieci proprietà diverse. Ogni proprietà spunta fuori di combattimento in combattimento al momento più opportuno cosi che ciascuna di esse possa essere utile a sconfiggere l’attuale nemico ma non il successivo. Sapendo dunque che al momento giusto Haru potrà contare su di un nuovo potere, ecco che tutta la suspense va a farsi benedire.

Per concludere, Rave da quello che si è potuto facilmente capire è per me uno dei manga peggiori che siano mai stati realizzati, un pastrocchio senza capo ne coda. Come detto, continuo a non capire come possa essere stato pubblicato tuttavia ciò che non comprendo veramente è come mai Mashima abbia così poca fantasia. Non solo non è in grado di far passare venti minuti spensierati al lettore mettendo in scena una storia se non bella, almeno gradevole e coerente a livello narrativo, ma non riesce nemmeno a nascondere la sua scarsa originalità. Rave sa troppo, spudoratamente di già visto.

In definita il mio voto è 4 ma l’opera in fin dei conti potrebbe valere anche di meno. Lo stesso voto va anche ai Kappa Boys che ancora oggi si vantano di aver scoperto un autore, purtroppo per loro, piuttosto mediocre.