Recensione
La città demoniaca Shinjuku
5.5/10
Ad appena un anno di distanza dall'uscita de La città delle bestie incantatrici, Yoshiaki Kawajiri torna ad adattare un romanzo di Hideyuki Kikuchi e, come già dimostrato nell'opera sopracitata, si riconferma un maestro assoluto nell'utilizzo del colore. Questa volta, al bicromatismo rosso-blu del film precedente viene aggiunto anche il viola, dando vita a inquadrature esteticamente folgoranti che rappresentano, senza alcun dubbio, il principale punto di forza dell'opera.
Ciò che colpisce decisamente meno in Demon City Shinjuku è invece l'impianto narrativo: un banale racconto sul "predestinato" chiamato a sconfiggere l'incarnazione del male per riportare la pace sulla Terra. Si tratta di un canovaccio visto e rivisto già all'epoca che, oltre a non offrire particolari spunti di riflessione, scivola talvolta in una banalità che porta alla noia. Emblematico, in tal senso, è lo scontro finale che, nonostante venga atteso per l'intera durata del film, si risolve in modo sbrigativo e poco soddisfacente attraverso un breve scambio di battute e un singolo colpo di spada, risultando il combattimento più debole dell'intera pellicola.
Non fatico a credere che questa sia una delle opere minori del regista, in quanto nessun elemento al di fuori del comparto visivo riesce davvero a brillare: dai personaggi caratterialmente stereotipati e anonimi nel design – fatta eccezione per Mefisto e i tre demoni che, tuttavia, funzionano solo a livello estetico – fino a una colonna sonora scialba e incapace di accompagnare l'azione, niente in Demon City Shinjuku dà l'impressione di essere stato studiato sufficientemente, lasciando la sensazione di un'opera tanto affascinante quanto colma di imperfezioni, non in grado di competere con i vertici della filmografia di Kawajiri.
Ciò che colpisce decisamente meno in Demon City Shinjuku è invece l'impianto narrativo: un banale racconto sul "predestinato" chiamato a sconfiggere l'incarnazione del male per riportare la pace sulla Terra. Si tratta di un canovaccio visto e rivisto già all'epoca che, oltre a non offrire particolari spunti di riflessione, scivola talvolta in una banalità che porta alla noia. Emblematico, in tal senso, è lo scontro finale che, nonostante venga atteso per l'intera durata del film, si risolve in modo sbrigativo e poco soddisfacente attraverso un breve scambio di battute e un singolo colpo di spada, risultando il combattimento più debole dell'intera pellicola.
Non fatico a credere che questa sia una delle opere minori del regista, in quanto nessun elemento al di fuori del comparto visivo riesce davvero a brillare: dai personaggi caratterialmente stereotipati e anonimi nel design – fatta eccezione per Mefisto e i tre demoni che, tuttavia, funzionano solo a livello estetico – fino a una colonna sonora scialba e incapace di accompagnare l'azione, niente in Demon City Shinjuku dà l'impressione di essere stato studiato sufficientemente, lasciando la sensazione di un'opera tanto affascinante quanto colma di imperfezioni, non in grado di competere con i vertici della filmografia di Kawajiri.