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La Daiei Film voleva la sua fetta del mercato kaijū, e Yuasa le consegnò una tartaruga gigante volante e sputafuoco. Il film si ispira esplicitamente a “Godzilla” di Honda Ishirō, sia nello stile che nell’impianto narrativo, ma introduce elementi propri: un’attenzione marcata alla fantascienza, al ruolo della scienza e, sullo sfondo, la Guerra Fredda come minaccia sempre presente.
L’invincibilità apparente di Gamera costruisce un senso di pericolo crescente, mentre i tentativi militari di fermarlo falliscono uno dopo l’altro. Ma il film offre anche un’altra chiave interpretativa: Yuasa voleva farne un film per bambini, costruendo un rapporto speciale tra il mostro e il giovane protagonista Toshio — unico essere umano convinto della natura non ostile della creatura. È una scelta che spezza il ritmo e rivela la vera anima del progetto.

Sul piano tematico, l’immagine di rappresentanti americani e sovietici che collaborano contro una minaccia comune doveva essere una visione piuttosto insolita per l’epoca, e conferisce al film una genuina dimensione internazionalista.
Nonostante il peso degli anni conferisca al film una valenza quasi archeologica, gli effetti speciali reggono ancora in parte, soprattutto nel finale, dove l’oscurità notturna nasconde astutamente i limiti del budget.
Non ha il peso simbolico di “Gojira”, ma come esempio di cinema di genere economico ed efficace resta un’opera che sa quello che vuole essere. Dopo tutto, una tartaruga che vola a reazione ha comunque una sua dignità nel bizzarro pantheon dei kaijū.