Recensione
Filipiñana
8.0/10
Con questo lungometraggio d’esordio — espansione del suo omonimo cortometraggio premiato con l’Orso d’Argento alla Berlinale 2020 — il regista filippino Rafael Manuel costruisce un’opera di rara coerenza formale e politica. Il film segue Isabel, diciassettenne che lavora come “tee-girl” in un esclusivo golf club di Manila, e attraverso di lei esplora le disparità di classe postcoloniali che attraversano le Filippine.
Manuel ha scelto l’inusuale formato 4:3, apparentemente controintuitivo per un ambiente orizzontale come un campo da golf, per sfruttare la verticalità del quadro come strumento di rappresentazione dei rapporti di potere: i lavoratori in basso nell’inquadratura, i soci del club in alto. Il campo da golf non è mai solo uno sfondo, ma una metafora precisa.
Quello che colpisce di più è l’economia dei mezzi narrativi. Il film è fatto di sequenze statiche, quasi quadri pittorici, in cui tutto e niente accade simultaneamente. È un cinema dell’accumulo e della sottrazione, che ricorda Haneke nella distanza clinica tra i personaggi e Tati nel modo in cui osserva i rituali grotteschi della vita borghese. La lentezza del ritmo metterà alla prova gli spettatori più pazienti, e l’apparente inconsistenza dei dialoghi nasconde verità profonde non solo sul golf club, ma sull’universo più ampio che rappresenta.
“Filipiñana” ha vinto lo Special Jury Award per la Visione Creativa al Sundance 2026: un riconoscimento meritato per un debutto che individua nella forma cinematografica stessa lo strumento della critica sociale.
Manuel ha scelto l’inusuale formato 4:3, apparentemente controintuitivo per un ambiente orizzontale come un campo da golf, per sfruttare la verticalità del quadro come strumento di rappresentazione dei rapporti di potere: i lavoratori in basso nell’inquadratura, i soci del club in alto. Il campo da golf non è mai solo uno sfondo, ma una metafora precisa.
Quello che colpisce di più è l’economia dei mezzi narrativi. Il film è fatto di sequenze statiche, quasi quadri pittorici, in cui tutto e niente accade simultaneamente. È un cinema dell’accumulo e della sottrazione, che ricorda Haneke nella distanza clinica tra i personaggi e Tati nel modo in cui osserva i rituali grotteschi della vita borghese. La lentezza del ritmo metterà alla prova gli spettatori più pazienti, e l’apparente inconsistenza dei dialoghi nasconde verità profonde non solo sul golf club, ma sull’universo più ampio che rappresenta.
“Filipiñana” ha vinto lo Special Jury Award per la Visione Creativa al Sundance 2026: un riconoscimento meritato per un debutto che individua nella forma cinematografica stessa lo strumento della critica sociale.