Recensione
The world of love
9.0/10
Sei anni dopo “The World of Us” e “The House of Us”, Yoon Ga‑eun torna al Far East Film Festival con il terzo capitolo della sua trilogia sull’infanzia e l’adolescenza, confermandosi una delle voci più sensibili del cinema coreano contemporaneo.
Jooin ha diciassette anni, è la più vivace e irresistibile della classe, ed è anche una sopravvissuta ad abusi sessuali. Quando una petizione scolastica sulla scarcerazione di un pedofilo fa emergere segreti sepolti, il mondo attorno a lei si rimescola.
Il film presenta la storia in modo non lineare: assistiamo prima ad azioni e reazioni, ci formiamo delle opinioni, e solo più tardi tutto viene ricontestualizzato. Una struttura che funziona benissimo, senza mai sembrare un trucco.
Rispetto ai film precedenti — narrati in prima persona — Yoon adotta qui una prospettiva più ampia e corale, mostrando come il mondo osservi, giudichi e parli della protagonista. È un passo in avanti nella sua poetica: non più il punto di vista del bambino che guarda verso l’alto, ma uno sguardo che abbraccia l’intera rete di relazioni intorno a lui.
La rivelazione centrale è devastante, ma Yoon non amplifica mai artificialmente il dramma: il film è avvincente e commovente proprio perché si svolge a un ritmo misurato, quasi documentaristico, con un occhio infallibile per come le persone davvero vivono e parlano.
Il cuore del film è la scena dell’autolavaggio: Yoon piazza la telecamera sul sedile posteriore, dando allo spettatore il punto di vista di un passeggero che assiste all’incontro più intimo e devastante tra Jooin e sua madre. Una di quelle sequenze che restano impresse per molto tempo.
Seo Su‑bin, al suo debutto assoluto, è semplicemente straordinaria, capace di passare dall’umorismo puro alla frattura emotiva con una naturalezza che molti attori esperti non raggiungono mai. Yoon l’ha scoperta attraverso workshop di improvvisazione invece delle solite audizioni, e le ha chiesto solo di esistere, respirare e rispondere come sé stessa. Funziona.
Ha vinto la Montgolfière d’Or al Festival dei Tre Continenti ed è il caso indie coreano dell’anno.
Jooin ha diciassette anni, è la più vivace e irresistibile della classe, ed è anche una sopravvissuta ad abusi sessuali. Quando una petizione scolastica sulla scarcerazione di un pedofilo fa emergere segreti sepolti, il mondo attorno a lei si rimescola.
Il film presenta la storia in modo non lineare: assistiamo prima ad azioni e reazioni, ci formiamo delle opinioni, e solo più tardi tutto viene ricontestualizzato. Una struttura che funziona benissimo, senza mai sembrare un trucco.
Rispetto ai film precedenti — narrati in prima persona — Yoon adotta qui una prospettiva più ampia e corale, mostrando come il mondo osservi, giudichi e parli della protagonista. È un passo in avanti nella sua poetica: non più il punto di vista del bambino che guarda verso l’alto, ma uno sguardo che abbraccia l’intera rete di relazioni intorno a lui.
La rivelazione centrale è devastante, ma Yoon non amplifica mai artificialmente il dramma: il film è avvincente e commovente proprio perché si svolge a un ritmo misurato, quasi documentaristico, con un occhio infallibile per come le persone davvero vivono e parlano.
Il cuore del film è la scena dell’autolavaggio: Yoon piazza la telecamera sul sedile posteriore, dando allo spettatore il punto di vista di un passeggero che assiste all’incontro più intimo e devastante tra Jooin e sua madre. Una di quelle sequenze che restano impresse per molto tempo.
Seo Su‑bin, al suo debutto assoluto, è semplicemente straordinaria, capace di passare dall’umorismo puro alla frattura emotiva con una naturalezza che molti attori esperti non raggiungono mai. Yoon l’ha scoperta attraverso workshop di improvvisazione invece delle solite audizioni, e le ha chiesto solo di esistere, respirare e rispondere come sé stessa. Funziona.
Ha vinto la Montgolfière d’Or al Festival dei Tre Continenti ed è il caso indie coreano dell’anno.