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8.5/10
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Il lungometraggio d’esordio di Rafael Manuel, sviluppato a partire dal suo omonimo cortometraggio di tesi premiato con il Silver Bear Jury Prize alla Berlinale 2020, è un’opera costruita quasi interamente nello spazio circoscritto, elegante e artificialmente ordinato di un country club filippino. Il formato 4:3, la fotografia misurata e la composizione rigorosa delle inquadrature trasformano questo luogo apparentemente placido in un microcosmo sociale crudele, dove la bellezza della superficie non attenua la violenza dei rapporti di potere, ma anzi la rende ancora più disturbante.

Il campo da golf non è soltanto un’ambientazione, ma un’anomalia del paesaggio urbano nell’area di Manila: una vasta enclave verde, curata e privatizzata, all’interno di una metropoli in cui lo spazio è già stato quasi interamente consumato. Questo tipo di luogo ha una storia precisa nelle Filippine: i golf club sorsero in buona parte all’interno delle basi militari americane, spazi importati dall’orizzonte coloniale e poi rioccupati dall’élite locale come territorio di potere e distinzione.
Nel presente del film, questa eredità si intreccia con una questione ancora più concreta: questi posti restano tra le ultime grandi riserve verdi dell’area di Manila, prati perfettamente irrigati e recintati in una città dove ogni spazio libero è stato quasi completamente consumato. Il paesaggio stesso diventa così una forma di disuguaglianza. Una lettura radicata nella realtà filippina, ma difficile da tenere a distanza per lo spettatore occidentale: perché il privilegio, quando coincide con l’ordine delle cose, diventa invisibile soprattutto a chi ne beneficia.

Attraverso lo sguardo della diciassettenne Isabel, giovane lavoratrice appena entrata in servizio e inizialmente quasi affascinata dal presidente del club, il film mette progressivamente a nudo i meccanismi di un sistema che funziona proprio perché chi ne beneficia non ha alcun interesse a vederlo. I dipendenti si muovono dentro il club come presenze discrete, funzionali, quasi decorative: corpi destinati a rendere più comoda la vita dei ricchi. Manuel osserva questa realtà con freddezza chirurgica, senza bisogno di sottolineature, lasciando che siano i gesti, le distanze, gli sguardi e la disposizione dei corpi nell’inquadratura a raccontare i rapporti di classe, il sessismo e le forme di servitù appena mascherate.

Il golf club diventa così una società in miniatura, un teatro del privilegio in cui tutto sembra regolato, pulito, civilizzato, ma dove la sopraffazione è inscritta nella normalità quotidiana. Il film è particolarmente efficace proprio quando lascia emergere l’orrore dalla compostezza delle sue immagini: la violenza non esplode mai davvero, ma si deposita lentamente, come qualcosa che tutti conoscono e che nessuno ha interesse a nominare. La regia lavora così per accumulo, trasformando movimenti, rituali, uniformi e coreografie del lavoro in una sorta di balletto sociale tanto elegante quanto inquietante.

Ma “Filipiñana” è anche un film sulla difficoltà di guardare davvero. Vedere ciò che accade non significa necessariamente comprenderlo, poterlo cambiare o anche solo non esserne sopraffatti, soprattutto se il sistema è capace di assorbire, nascondere o normalizzare ogni forma di abuso.

Il finale simbolico chiude il racconto con un’immagine durissima. La violenza diventa finalmente visibile, qualcuno chiede persino aiuto, ma il mondo del club continua a comportarsi come sempre, semplicemente distogliendo lo sguardo. È qui che il film trova la sua immagine più feroce: non tanto nella rivelazione dell’orrore, quanto nell’indifferenza composta che lo circonda.

Premiato con il World Cinema Dramatic Special Jury Award for Creative Vision al Sundance 2026, “Filipiñana” è un debutto politico e visivamente notevole, un film che lascia un’impressione tagliente. Freddo in superficie, corrosivo nel suo sottotesto.