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“The Sickness Unto Love”, tratto dall’omonimo romanzo di Shasendo Yuki (Koi ni Itaru Yamai), parte da una premessa classica del seishun eiga: un ragazzo timido, appena trasferito in una nuova scuola, si innamora della ragazza più popolare della classe. Nozomu Miyamine entra così in contatto con Kei Yosuga, figura luminosa e sfuggente, capace di sottrarlo all’anonimato ma anche di trascinarlo progressivamente nell’inquietudine.
Quello che sembra iniziare come un classico romance scolastico giapponese — fatto di esitazioni, sguardi e fragilità — si trasforma con il passare dei minuti in un racconto più oscuro, sospeso tra bullismo, morti misteriose, manipolazione psicologica e paure legate al mondo online.

Al centro del film c’è infatti un gioco virtuale che promette ai ragazzi una sorta di rinascita in un altro mondo, spingendoli però a eseguire ordini sempre più estremi, fino all’autolesionismo e al suicidio.

Il dispositivo narrativo potrebbe facilmente scivolare nel moralismo da cronaca sui “pericoli di Internet”, ma Ryūichi Hiroki evita la scorciatoia del pamphlet. Ciò che gli interessa non è spiegare sociologicamente il disagio giovanile, ma trascinarci nel microcosmo di questi ragazzi, in cui i confini tra desiderio di appartenenza, fascinazione per la morte e bisogno di riconoscimento sono sempre più incerti.

La sceneggiatura di Kato Masato e Kato Yuiko lavora molto sull’ambiguità di Kei, personaggio chiave e per gran parte del racconto indecifrabile. È vittima, complice, osservatrice, manipolatrice, oppure una ragazza a sua volta catturata da qualcosa che la supera?
L’opera costruisce la sua tensione proprio attorno a questa domanda, lasciando che lo sguardo di Nozomu diventi progressivamente anche quello dello spettatore: innamorato, spaventato, incapace di distinguere fino in fondo la verità dall’ossessione e dalla follia.
Anna Yamada è notevole nel tenere insieme questi piani diversi: fragile e perturbante, luminosa e opaca, quasi angelica in alcuni momenti e profondamente inquieta in altri. La sua presenza dona al film una parte consistente del suo magnetismo.

Ma è la regia l’elemento più potente nell’economia dell’opera. Forte della sua lunga esperienza nel melodramma e nel racconto sentimentale, Hiroki detta tempi e atmosfere con grande sicurezza, costruendo una tensione emotiva crescente più che spettacolare.
L’autore sa anche aprire il film verso l’esterno, come nella scena delle bici in cui i due ragazzi percorrono sentieri paralleli attraverso un parco: lui su un tracciato più in basso, lei su uno più in alto. Dopo una domanda, i sentieri divergono e la ragazza sparisce letteralmente fuori campo mentre la risposta rimane sospesa nell’aria. Pochi secondi dopo le strade tornano a coincidere, le bici si affiancano e lei risponde. È una delle sequenze più belle: Hiroki usa la geometria del paesaggio per raccontare una relazione fatta di avvicinamenti e sparizioni, di presenze che si sottraggono proprio quando vengono cercate.

“The Sickness Unto Love” tocca dunque molti temi: bullismo, solitudine, pressione del gruppo, identità online, desiderio di sparire o di ricominciare. Ma Hiroki non indaga né sviscera questi elementi nel dettaglio: li usa come sfondo, come aria che i personaggi respirano senza nemmeno accorgersene.
E proprio per questo il film riesce a concentrarsi perfettamente su ciò che gli interessa davvero: l’inquietudine che incontra il sentimento, lo contamina e lo trasforma in qualcosa di pericoloso e forse folle.
“The Sickness Unto Love”, oltre a non essere un’opera di denuncia, non è neppure un thriller perfettamente chiuso nei suoi meccanismi. È un melodramma malato, dove l’amore adolescenziale non salva ma espone, non illumina ma rende più vulnerabili.

Lo stesso titolo sembra giocare con un riferimento più sottile: “The Sickness Unto Love” richiama chiaramente “The Sickness Unto Death”, opera del filosofo danese Søren Kierkegaard, in cui la “malattia mortale” non è del corpo, ma una forma di disperazione interiore.
Nella pellicola questa idea viene spostata: non più la malattia “verso la morte”, ma la malattia “verso l’amore”.
Il sentimento tra Miyamine e Kei è il punto in cui solitudine, desiderio, bisogno di essere visti e attrazione per l’autodistruzione finiscono per confondersi. Il sentimento diventa così qualcosa di ambiguo: un contagio emotivo che trascina i personaggi sempre più vicino al baratro.
Il tragico finale lascia pubblico e protagonista in uno stato di spaesamento più che di rivelazione. Non tutto viene spiegato, e la pellicola sembra quasi rifiutare l’idea che il dolore adolescenziale possa essere ricondotto a una causa unica, ordinata, comprensibile e rassicurante.

“The Sickness Unto Love” è un film che funziona alla grande: nei tempi, nelle atmosfere, nella direzione degli attori e nella capacità di trasformare un romance scolastico in qualcosa di tossico e magnetico.
Un film che usa il disagio giovanile come set emozionale, lasciandolo circolare come un virus fino a rendere l’amore stesso una forma di malattia.