logo GamerClick.it

-

Faccio una premessa, sono un grande appassionato di sport (finchè è praticato dagli altri) e non ho mai avuto dubbi che, visto l’argomento in questione di "Hyakuemu", prima o poi avrei visto questo film. Se però, al contrario di me, l’argomento sportivo risulta respingente per i vostri gusti e magari potrebbe indurvi ad evitare questo film, posso dire subito che non vale assolutamente la pena farsi prendere da timori perché alla fine della visione l’ultima cosa che mi è rimasta impressa della pellicola è stata proprio quella corsa che sembrava dovesse essere l’argomento principale, questo nonostante sia ben resa ed estremamente interessante da guardare.
Il perché è presto detto: “Hyakuemu” (lett. '100 metri', un adattamento dell’omonimo manga di Uoto) racconta la storia di Togashi, che detto in parole povere è semplicemente un predestinato della corsa; veloce come il vento, non ha rivali alle elementari e la corsa rappresenta tutto quello che ha e tutto quello in cui sembra poter credere. La conoscenza di Komiya, nuovo ragazzo appena trasferito nella sua classe, amplia i suoi orizzonti visto che Komiya ama correre per sfuggire dalla realtà come lui, pur senza avere minimamente il talento e la velocità che dimostra Togashi. Nonostante la differenza di abilità però i due stringono un bel legame e Togashi si dedica ad allenare costantemente Komiya per farlo migliorare, finchè il repentino trasferimento dell’amico pone fine a questo rapporto particolare.

Questa chiusura netta coglie un po’ impreparato lo spettatore che si stava abituando a una classica storia fatta di amicizia/rivalità con l’amico che parte svantaggiato rispetto al protagonista ma, con allenamento e forza di volontà, riesce a migliorare tanto da diventare competitivo col talento che pareva inarrivabile. Il film invece accantona completamente questa dinamica per concentrarsi su un Togashi che, cresciuto e studente liceale, pare essersi già stufato di quell’universo rappresentato dalla corsa che tanto gli ha dato e tanto sembra togliergli costantemente. Qui si sviluppa il vero tema del film che sfrutta quella rapida corsa di 100 metri, quel lasso di tempo che, se sei bravo, si racchiude in una decina di secondi, come riflessione sulla vita dei protagonisti, che in quei rapidi momenti bruciano la loro esistenza senza avere la certezza di cosa li aspetti dopo, di che direzione prenderà la loro vita nel momento in cui un centesimo di secondo in più o in meno può portarli alla gloria o all’anonimato. Ma basterà vincere poi per trovare le risposte che si cercano? E’ un dubbio che serpeggia per tutta la lunga seconda parte del film che segue la crescita di Togashi, il suo allontanamento e riavvicinamento alla corsa, che pure da adulto resta il leit motiv della sua esistenza nonché il presupposto per cui riesce a lavorare nella sua azienda, ma anche il confronto e il rapporto che riesce a costruire con gli altri personaggi che condividono la sua posizione, partendo ovviamente da quel Komiya cresciuto e ossessionato anche lui dalla vittoria. Non tutti questi personaggi riescono a risaltare nel film come lui, e questo è un piccolo difetto di una storia che a volte sembra voler correre anche lei lungo la pista come i suoi protagonisti, ma ciò non toglie che la resa finale è talmente coinvolgente da farti dimenticare a volte di vedere un personaggio ritagliarsi uno spazio così importante nonostante si conosca da pochi secondi.

E il film riesce a fare questo soprattutto grazie al suo comparto tecnico, che in alcuni frangenti non può essere definito altro che spettacolare; la chiusura dell’incipit alle elementari, non a caso, infatti segna anche un curioso cambiamento nella resa delle immagini e delle animazioni nell’opera che, nella seconda parte, fa ampio uso del rotoscopio (quella tecnica che prevede di ricalcare i disegni per le animazioni seguendo scene girate dal vivo). Se l’effetto iniziale è straniante, soprattutto se si è abituati alla classica animazione seriale giapponese, l’impressione successiva è incredibile visto che questa tecnica restituisce in pieno i movimenti, la dinamica e la velocità delle azioni che propone, e trattandosi in questo caso di un gesto atletico basato sulla pura velocità si può ben immaginare quanto bene faccia alla riuscita finale. Come se non bastasse questo, il regista del film Kenji Iwaisawa (che avevo già apprezzato per il suo precedente, e ancora più particolare, film “On-gaku”) ci propone tanti momenti per immergerci completamente nel suo lavoro tra i quali vale la pena citare il piano sequenza proposto in occasione della gara decisiva ai campionati nazionali delle superiori, una ricostruzione fedelissima di una gara proposta anche nei suoi aspetti di contorno, dalla presentazione dei corridori a una panoramica del pubblico, il tutto sotto una pioggia battente che amplifica l’epicità del contesto, e questa telecamera in costante movimento che si ferma in un’ inquadratura degli atleti di spalle mentre il giudice li invita a prendere posizione, e noi siamo con loro in attesa di uno sparo che liberi in una frenetica rincorsa tutte le nostre ansie e preoccupazioni, nonostante nella realtà anche solo alzarci dal divano ci procuri dolori muscolari degni di un soggiorno in una RSA. A tutto questo partecipa attivamente la colonna sonora e il doppiaggio del film, purtroppo disponibile al momento solo in giapponese e non ancora in italiano.

C’è un motivo però se ho cominciato questa recensione sottolineando il fatto che anche chi non è un appassionato di sport o anime sportivi potesse apprezzare questo film, ed è il fatto che, nonostante una resa grafica spettacolare e che rimpiango di non aver potuto vedere sul grande schermo, in fin dei conti il risultato finale non entra mai in maniera preponderante nel contesto della narrazione che sì, gira intorno alle capacità del protagonista, ma di cui a conti fatti non ci viene mai proposto un riscontro cronometrico delle sue prove. Sappiamo che Togashi è veloce, lo vediamo spesso vincere, ma non sappiamo mai il tempo che fa, né quando migliori o peggiori col tempo. Eppure, attraverso le sue peripezie, i suoi punti di rottura che non riporto ulteriormente per non rovinare eccessivamente la visione a chi vorrà avvicinarsi al buio, e le volontà di chi lo circonda finiamo perfino per distaccarci dal mero aspetto agonistico, tanto che forse neanche ci importa di sapere chi riuscirà a vincere la gara finale. E probabilmente è meglio così.