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9.0/10
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"E se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te." diceva Nietzsche. Sebbene usare un riferimento occidentale per un'opera così profondamente orientale possa apparire sminuente, credo che rappresenti perfettamente il messaggio dell'opera.
Susumu Nakoshi sceglie di non scegliere. Bloccato nell'incapacità di muoversi tra i mondi che lo compongono, si trova a un bivio: troppo ben vestito per essere un senzatetto, troppo trasandato per l'albergo di lusso. Questa condizione lo spinge verso la proposta di Manabu: sviluppare un sesto senso attraverso la trapanazione. Ciò lo conduce dritto verso l'analisi di sé.
Seguendo la struttura del Kishōtenketsu, il protagonista viene travolto dagli eventi. Appaiono gli Homunculi e l'attenzione si sposta sulla natura di Manabu e dei suoi simili. Inizia così un percorso interiore in cui emergono traumi e sensi di colpa; solo quando Nakoshi comprende quanto lo affascini questo modo di vivere, abbraccia la sua vera natura. Una natura drammatica che, in quanto tale, non può portare a nulla di buono.
Manabu è una figura eccezionale, mosso dalla necessità di cercare qualcosa di autentico per poter accettare la propria essenza. Il loro ultimo incontro è la perfetta chiusura del cerchio: l'uomo che cercava l'abisso e ha trovato se stesso, contrapposto all'uomo che si è rifiutato, sprofondando sempre più nel vuoto.
I disegni sono fenomenali. Inizialmente iperrealistici e focalizzati sulle brutture fisiche, diventano poi quasi onirici, toccando l'apice nel quinto volume (forse il migliore stilisticamente).
Notevoli anche alcune sequenze dei volumi 8 e 15, veri apici narrativi e visivi.
Opera da leggere e da comprendere.