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"Laputa non può cadere; continuerà a risorgere, perché il potere di Laputa è il sogno dell'umanità."

Il potere dei sogni. Fin dagli albori dei tempi l'uomo ha sempre sentito il bisogno di trascendere la realtà e andare alla ricerca del "vello d'oro", esplorando mondi ancora sconosciuti o creandone di nuovi.
Il viaggio verso l'ignoto ha influenzato i sognatori di ogni epoca che hanno attinto alla loro immaginazione per tessere le trame di storie incredibili. Epopee di marinai e guerrieri, intenti a prendere il largo, puntando la rotta oltre le colonne dell'umana conoscenza e vagando per isole popolate da dèi, stregoni e giganti, affrontando l'oceano e i mostri marini che esso contiene.
Man mano che le conoscenze fisiche e astronomiche progredivano cambiò anche il modo di intendere l'ignoto. L'uomo rivolse lo sguardo in alto, oltre le nuvole, dove si nascondevano altri mondi ancora più strabilianti. Isole nel cielo e civiltà tecnologicamente avanzate, custodi di un sapere millenario e divino, come Laputa, l'isola descritta da Jonathan Swift ne I viaggi di Gulliver.

E prendendo spunto da quest'opera Miyazaki produsse nel 1986 il primo lungometraggio d'animazione del neonato Studio Ghibli. Laputa è un film d'animazione che ricalca il genere del romanzo scientifico ottocentesco. A dare il nome all'opera è un imponente castello che si erge su di un'isola rocciosa all'interno di un cumulo di nubi. Grazie a un particolare minerale chiamato Gravipietra i suoi scienziati erano riusciti a creare una tecnologia dall'inesauribile potere, in grado addirittura di sostenere in aria un'isola. Ma tale potere utilizzato per fini bellici divenne qualcosa di spaventoso, al punto che i suoi stessi creatori, non essendo in grado di controllarlo, furono costretti ad abbandonare l'isola. E fu così che da civiltà progredita qual era Laputa cadde in rovina.
Ma quando qualcosa di grandioso finisce, qualcos'altro sorge dalle sue ceneri. E ciò che un tempo era continuò a essere nei racconti tramandati di padre in figlio, secondo la più antica tradizione orale. Ultimi anelli di questa catena sono Shita, una giovane fanciulla costretta a fuggire dai suoi rapitori, intenti a impossessarsi del potere racchiuso nella pietra che porta al collo, e Pazu, un orfanello il cui padre, che aveva dedicato la sua vita alla ricerca di Laputa, fu uno dei pochi uomini a vedere con i propri occhi il castello nel cielo, salvo poi morire come un ciarlatano.

Una splendida fiaba intrecciata dalle corde dell'amicizia, come in altre opere del Maestro, cela dentro di sé l'importanza del rispetto per la natura, condizione fondamentale per poter usare nel modo più adeguato e costruttivo le conoscenze acquisite e sviluppare di conseguenza uno stile di vita benefico per gli esseri umani. I toni sono quasi epici, grazie anche alle splendide musiche del maestro Joe Hisaishi. Il film, seppur d'annata, sembra scrollarsi magicamente di dosso l'alone di polvere che il tempo lascia dietro di sé, mantenendo uno stile di disegno fresco e pulito e una colorazione pressoché perfetta. Averlo rivisto al cinema di recente è stato come proiettare quelle emozioni sul grande schermo, amplificandone la risonanza. Era un lunedì sera piovoso, la sala era quasi vuota: sei in tutto, io da solo. Ma poco mi importava. Poi le luci si sono abbassate e il Totoro dello Studio Ghibli ha fatto la sua apparizione. In quel momento il cinema era tutto per me.