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A volte, rompere gli schemi è il metodo più efficace per attirare l'attenzione su di sé.
Sin dalla sua nascita nel 1972, l'IFFR o Festival Internazionale del film di Rotterdam è paragonabile per importanza alle vetrine di Cannes, Venezia, Berlino e Locarno, ma ha voluto porsi come una rassegna che si erge a baluardo delle avanguardie, che punta a titoli alternativi, poco commerciali ma innovativi, con un occhio di riguardo alle produzioni del cinema d'Oriente. Poco red carpet e molta sostanza, insomma: un ponte che collega registi e produttori a un pubblico variegato e curioso, nella città olandese che ha fatto dell'accoglienza la sua bandiera sin dai rigori del Medioevo europeo.
La singolarità delle proposte dell'IFFR di Rotterdam è stata confermata anche dall'edizione 2015: accanto alla proiezione del "As the Gods will" di Takashi Miike, già presentato al recente Festival del film di Roma, e a una rosa di altri titoli e cortometraggi nipponici, una speciale visibilità l'ha ottenuta la première internazionale del film "Misono Universe" di Nobuhiro Yamashita, internazionalizzato in "La la la at Rock Bottom", nelle sale giapponesi a partire dal 14 febbraio 2015.
In effetti, quale modo migliore di promuovere un film musicale se non raccontandolo attraverso quella stessa musica? Ed ecco quindi che l'Oude Luxor Theater della città ha ospitato un vero e proprio concerto dal vivo, in seguito alla proiezione, che ha fatto magistralmente rivivere le ballate anni '70 suonate e cantate nel film.

Un carcere, uno sguardo vuoto, un pestaggio violento. Dopodiché, la regia di Nobuhiro Yamashita ci introduce il protagonista svenuto sull'asfalto, gonfio di botte e coperto di sangue. Si rialza da terra, si guarda attorno: con sé non ha nulla, e non ricorda nulla. Vaga scombussolato, giungendo in un parco ove una scalcagnata band di ex-giovincelli sta intrattenendo i passanti con canzoni popolari.
E' l'istinto ad agire: senza pensarci due volte il protagonista afferra il microfono e canta a squarciagola. Lo fa come se per tutta la vita non avesse fatto davvero altro, e continuerà a farlo una volta che Kasumi, unica testa pensante e manager del gruppo Akainu, lo trascinerà a casa con sé.
Lei è solo una ragazzina, ma ha già dovuto lasciarsi alle spalle diverse persone importanti e accollarsi poi il peso di troppe responsabilità: il negozio dei genitori, un nonno rintronato, di grande appetito e buon cuore, la sgangherata band degli Akainu e per finire persino lo sconosciuto senza memoria raccattato al parco e ribattezzato "Pochi", come il suo cane ormai scomparso. Per le quattro cose che per Kasumi contano per davvero nella vita è disposta a tutto, e proprio per questo non ha alcuna remora a lanciare Pochi su un palco al cospetto del pubblico, e farlo cantare, esterrefatta di fronte alla sua potenza vocale.

"Da allora, per lei il tempo si è fermato."
"Per me invece è il contrario"

Il tempo di Kasumi e quello di Pochi scorrono in maniera diversa, ma poco per volta i due raggiungono un sottile equilibrio, sostenuto dalla musica e lenitivo per entrambi.
Pochi raccoglie e conserva oggetti apparentemente insignificanti come una serie di lastre mediche, un plettro, una pistola giocattolo: frammenti di una vita perduta, forse non così encomiabile. Non ha memoria, eppure scopre che la memoria del suo corpo ricorda melodie che dalla coscienza erano svanite; si affida a quelle per disfarsi del limbo entro cui si è risvegliato, per incamminarsi verso una nuova direzione.
L'epifania giunge di colpo, inaspettata, persino un po' traditrice.
Riprendere in mano il passato non è facile, però nemmeno il negazionismo di una vita di delinquenza è una risposta: nell'impossibilità d'intravedere una luce o un collegamento tra i due, la rabbia è legittima. S'insinua con prepotenza, annichilendo le illusioni di un'esistenza diversa.
Goliardia, musica e gangster: questo il riassunto della pellicola in tre concetti. Ma a voler essere ancora più sintetici, potremmo trovare un unico filo rosso per l'intero film sotto la parola "legami".

"Non hai un passato, costruisciti un futuro."

Il rocambolesco finale è di nuovo tutto in musica.
Di per sé, la storia pare affidarsi più su un canovaccio iper-collaudato che nel proporre qualcosa di mai visto prima, eppure il regista del celeberrimo "Linda Linda Linda" fa ancora una volta la differenza e sposa magistralmente ambo le cose; il segreto della felice riuscita di "La la la at Rock Bottom" è invero quasi tutto qui, in uno staff tecnico davvero di prim'ordine.
Nei personaggi non v'è traccia di buonismo, in verità.
La goliardica band degli Akainu e la sottile determinazione esercitata su di loro e su Pochi dalla giovane Kasumi sono i due soli strumenti di humour di cui Yamashita e la sceneggiatura di Tomoe Kanno ("La ragazza che saltava nel tempo") si servono per stemperare una storia altrimenti assai poco edificante. Ci riescono piuttosto bene, dosando con attenzione tutti gli elementi a disposizione e componendo così un film che scorre con scioltezza dall'inizio alla fine, senza momenti di stanca, impreziosito semmai da un leggero ma costante crescendo emozionale, che culmina in un finale dirompente.
Impeccabile il taglio musicale improntato da Kyoko Kitahara ("Wolf Children", "Detroit Metal City"), ma non appare meno palpitante la rappresentazione sagace, a tratti drammatica e a tratti sensibilissima di una quotidianità nipponica ordinaria come poche, quasi scolorita, e proprio per tale ragione intrisa di struggente fascino.
Il titolo stesso del film è un omaggio al Kansai: "Misono" è il nome di un edificio storico nella zona di Sennichimae, lo "Universe" era invece un cabaret di spicco da poco rinnovato. Tra i curatori della produzione ricordiamo in questo senso Norifumi Ataka ("Norwegian Wood") e Takashi Satoh ("A Story of Yonosuke").

E' un film, questo, che susciterà groppi in gola ma anche tante risate, perché è tenero il brio con cui gli Akainu, di sfondo, rubano più volte la scena ai due protagonisti. Così facendo, la tensione viene a sciogliersi e di nuovo il processo è reso più fluido attraverso le parti musicate, benché vi siano scene prive di dialoghi che risultano nel complesso parimenti evocative.
Può sembrare, anche, che quella dello smarrito ma ispirato Pochi sia una figura confezionata su misura del Subaru Shibutani che nel film lo interpreta, e che in qualità di esponente di spicco della band pop-rock Kanjani8 è invero più cantante che attore; eppure il dubbio svanisce subito. La sua è una recitazione calda e convincente, capace di sovrapporsi con facilità alla figura del protagonista, decretandolo a personaggio a tutto tondo, proprio perché la musica li accomuna; non perché Pochi sia Shibutani, ma perché quest'ultimo lo sente muoversi dentro. Nei due uomini fluisce con un vigore quasi ardente quella medesima linfa vitale che è la musica.
La voce di Shibutani non serba alcuna incertezza, non reca una sola ombra: si lascia andare, dispiegandosi con quell'implacabile leggerezza che solo il vero talento riesce a regalare.
Accanto a lui, la giovanissima ma già applaudita Fumi Nikaido (Himizu) si mostra piuttosto naturale nella sua rappresentazione della tenace Kasumi, ed è una felice conferma per un'attrice che nel 2012 al Festival del cinema di Venezia aveva ricevuto il Premio Marcello Mastroianni, prima giapponese ad aggiudicarsi un riconoscimento destinato agli artisti emergenti.
Il film cita anche, in maniera indiretta, alcuni gruppi musicali indie del Kansai che rimangono per ora anonimi: le loro effigi, prese a prestito da un acuto Yamashita, popolano il mondo di "Misono Universe" di loghi bizzarri e spensierati e di magliette da tifo scanzonato abbinate a costumi forse rubati al Takarazuka.

Nel concerto live seguito alla première, attraverso il suono dell'armonica Subaru Shibutani reclama l'attenzione del cinema al completo su di sé. Accompagnato dai TAKOYAKI all stars, una band di professionisti giunti appositamente dal Giappone, le note del "Piano Man" di Billy Joel si riverberano nel teatro attraverso la voce cristallina di Shibutani: alcuni passaggi del testo vengono ri-arrangiati ad hoc in omaggio a Rotterdam e al suo pubblico internazionale lì presente. E di colpo non è più un cinema: è un concerto dal vivo che quasi per magia catapulta di nuovo i presenti all'interno di questo piccolo, grande film:

"Sing you a song, I'm a Japanese man, singing for Rotterdam!"