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5.0/10
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Creata un'opera come "Akira", che ha reso famoso il nome di Otomo in tutto il mondo, il regista decide di fermarsi per un bel po' di anni dedicandosi a progetti per lo più trascurabili e non sempre di alto valore artistico, dove alla fine l'unica cosa di rilevante è il corto di venti minuti "Carne da Cannone" all'interno del film ad episodi "Memorie". Nel 2004, dopo ben sedici anni da "Akira", Otomo ritorna alla regia di un film per dirigere "Steamboy", venendo coadiuvato alla sceneggiatura da Sadayuki Murai, collaboratore di Satoshi Kon in "Perfect Blue" e "Millennium Actress". Con un budget faraonico di oltre venticinque milioni, Otomo realizza con "Steamboy" il film giapponese più costoso di sempre.

La storia è semplice: Ray Steam è un ragazzino avente grande talento nell'inventare nuovi oggetti che si alimentano con la forza del vapore, riuscendo in questo modo a trovare una valvola di sfogo dovuta alla mancanza del padre andato negli Usa. Un giorno il nonno invia a Ray una sfera, intimandogli di portarla a Londra dal professor Stevenson per proteggerla dalla fondazione Ohara. La sfera Steam ha al suo interno un concentrato di vapore ad alta densità distruttiva e per questo motivo dovrà impedire che cada nelle mani sbagliate.

Nonostante un soggetto interessante unito all'intrigante elemento steampunk, quasi inedito nei film d'animazione con ambientazione storica, Otomo riesce a 'cannare' nuovamente la sceneggiatura. Se in "Akira" ciò era dovuto alla compressione di 1600 pagine di fumetto in sole due ore di film, qua ogni scusa viene meno, visto che la sceneggiatura farebbe inorridire ogni scuola che insegna la scrittura di essa. La storia è lineare, ma il problema è che essa risulta narrata male e in modo confusionario; si fa uso frequente di colpi di scena per far stupire lo spettatore, ma essi risultano inseriti in malo modo, poiché non sono sorretti da adeguate premesse o retroscena narrativi. Dal disastro non si salvano i personaggi, i quali risultano scritti in modo scialbo, piatto, monocorde, e soprattutto passano da una fazione all'altra come una banderuola sferzata dal vento.
Neanche a livello contenutistico l'opera è salvabile, vista l'imbarazzante povertà intrinseca dei dialoghi messi in bocca ai personaggi, i quali parlano (ma sarebbe più corretto dire che urlano) per slogan, senza argomentare minimamente le loro posizioni in modo più articolato. Sostanzialmente Otomo, con questo film, vorrebbe chiedere allo spettatore a cosa possa portare il progresso scientifico all'alba dell'Esposizione Universale di Londra, arrivando anche a porre dei dilemmi sullo sfruttamento dell'uso della scienza senza un approccio etico nell'uso di essa. Concetti sicuramente interessanti; peccato che siano espressi male, poiché il nonno di Ray blatera un idiota quanto scriteriato slogan di stampo socialista contro i capitalisti rei, dal suo punto di vista, di pensare solo ai dividenti ottenuti grazie alle scoperte scientifiche, quando in realtà il mondo dovrebbe essere in parte grato a loro per i soldi investiti nella ricerca. Il padre del protagonista sostiene invece una scienza al servizio di tutta la popolazione, capace di cancellare le differenze sociali, così assumendo delle posizioni di stampo liberal-sociale. Parte della dialettica tra nonno e padre verte sull'impiego della scienza in guerra; come al solito Otomo sbaglia nuovamente a porre il problema in modo così semplicistico, visto che le maggiori scoperte scientifiche sono state fatte durante i conflitti armati. Quello che tutti noi vorremmo è che un autore così incensato si ponesse innanzi al problema in modo più interessante (sono consigliati sotto questo punto di vista "Patlabor 2" e "The Sky Crawlers" di Oshii, che affrontano l'argomento con un piglio filosofico misto a un pessimismo pragmatico di fondo), invece di affrontare una materia così complessa in modo assolutamente superficiale; poiché si finisce con il proporre la solita solfa sterile che pesca a piene mani dagli ideali socialisti di stampo utopico.
Tutto questo non può far altro che sfociare in una seconda metà di film degna dei peggiori blockbuster come "Man of Steel" di Zack Snyder (2012), dove il tutto diventa una "tortura" audio-visiva per il povero spettatore costretto a sorbirsi esplosioni, crolli di palazzi e scene di distruzione ripetute alla nausea, così ritrovandosi innanzi a sequenze di "pornografia visiva", che sembrano più il prodotto della mente di un tredicenne immaturo che di un regista capace con "Akira" di realizzare interessanti idee visive d'avanguardia grafica.

In mezzo a tutto questo scempio, si farebbe in effetti a dire prima cosa si salva; sicuramente la regia di Otomo è uno dei due elementi positivi dell'opera, visto che riesce a descrivere alla perfezione il periodo vittoriano; infatti tutto si può dire di tale regista, tranne che difetti di grande visionarietà, vista la capacità di riuscire a dare con gran garbo nelle sue opere grande sfogo al suo estro visivo, almeno finché lo tiene sotto controllo. A sostegno di ciò, non si può non citare come esempio di gran gusto visionario la sublime sequenza all'interno del palazzo dell'esposizione, dove il riflesso di Scarlett viene replicato su un gran numero di specchi, mostrando così le meraviglie della scienza; ma è interessante notare che, essendo un effetto "scenico", tale magnificenza risulta illusoria, e che quindi, dietro l'apparente bellezza della scienza, possono celarsi numerosi problemi che almeno superficialmente non emergono. Per quanto concerne la fotografia, la sua qualità risulta altalenante; se negli esterni il colore grigio è predominante, riuscendo in questo modo a catturare alla perfezione l'atmosfera della Londra del 1866 con la sua aria inquinata ma al contempo suggestiva, invece negli interni risulta essere troppo scura. Altro difetto dell'opera è il montaggio tremendamente incerto e che nell'ultima parte sbaglia quasi tutti i raccordi, finendo con l'aggiungere ancora più confusione all'apocalisse distruttiva.
Oltre alla regia unico altro elemento positivo risulta essere il comparto tecnico, dove Otomo riesce a raggiungere risultati strabilianti nel fondere le animazioni tradizionali con inserti in CGI dove spesso è arduo distinguere le due tecniche (anche se siamo lontani dai risultati avanguardistici raggiunti da Oshii con "Innocence" nel medesimo anno). Ma anche alle animazioni c'è un ulteriore critica da fare; se l'opera è un inno alla potenza delle macchine a vapore (gli oltre 180.000 disegni si vedono), data l'inutilità di alcune scene, verrebbe da parlare ad un certo punto di veri e propri "filler" dell'animazione, dove la potenza grafica risulta fine a sé stessa, finendo con lo stordire inutilmente lo spettatore.

In sostanza, "Steamboy" è un sonoro fallimento artistico, il quale andrebbe visto solamente perché almeno sino ad oggi risulta essere il film d'animazione tradizionale meglio animato di sempre (almeno tra quelli da me visti). Per i fanboy di Otomo risulterà un capolavoro o un ottimo film, invece per gli amanti del cinema tale pellicola sarà solo la conferma certa di come quest'autore abbia avuto tanta fortuna con "Akira", poiché, adagiandosi su una fama immeritatamente ricevuta, alla fine è dimostrato incapace di ripetersi. Il film giustamente fu un flop sia di critica (anche se qualche sedicente critico americano ha provato a salvare tale scempio) che di pubblico, non riuscendo a recuperare minimamente i mastodontici costi di produzione. Si spera che in futuro Otomo non ritorni più a dirigere più alcun film d'animazione, poiché evidentemente, se non spende quanto il PIL del continente africano, gli risulta impossibile girare una pellicola.