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Ho appena visto questo ennesimo capolavoro dello studio Ghibli e lo commento a caldo, con il sottofondo della sua colonna sonora, la quale non resta fortemente impressa come quella de "Il castello errante di Howl" o de "La città incantata", ma che è comunque bella e delicata, come delicato è l'intero film. Chi lo conosce bene sa che il maestro Takahata, a differenza del suo collega Miyazaki, tralascia la componente magica nei suoi film, che sono perciò più lenti, talvolta crudeli e/o privi del classico lieto fine, ma non per questo meno validi.

"Omohide Poroporo", fortunatamente giunto da noi non con il titolo tradotto letteralmente "Ricordi a goccioloni", ma come "Pioggia di ricordi", parla di una donna, Taeko, che da noi è considerata giovane, ma che in Giappone suscita grosse perplessità se (come Taeko, appunto) verso i trent'anni non è ancora sposata. La storia è ambientata nel 1982, anno in cui Taeko decide di trascorrere le ferie in campagna a Yamagata, presso la casa della famiglia del fratello del cognato, per allontanarsi un po' dalla confusione della città e aiutarli nella raccolta del cartamo. Mentre viaggia verso Yamagata, inevitabilmente inizia a viaggiare nei suoi ricordi, precisamente nel 1966, quando, da bambina di città, lei desiderava tanto andare in vacanza come le sue compagne che andavano a visitare i parenti in campagna: un'occasione per riflettere anche seriamente su ciò che vuole davvero dalla vita...

Apparentemente il film è noioso, ma in realtà le quasi due ore della sua durata trascorrono in fretta: "Omohide Poroporo" riesce a incantare con i suoi paesaggi e a far ridere per alcuni atteggiamenti della piccola Taeko, ma crea anche degli spunti di riflessione: chi non si sarà mai posto almeno una volta nella vita lo stesso interrogativo della protagonista, in occasione di un soggiorno in una località agreste, magnifica via di fuga dall'inquinamento e dallo stress della città? Infine, anche se in maniera molto meno brutale e drammatica che in "Pompoko", si riflette su un tema molto caro a Takahata, il rapporto dell'uomo con la natura.
Un film con poca azione, molti discorsi e salti temporali, ma questi ultimi non sono mai forzati e non spezzano la continuità di ciò che sta accadendo.

Non ho particolari critiche verso il doppiaggio, forse perché il "cannarsese" non mi pare per nulla forzato nel contesto di questa storia; al contrario, l'unica piccolissima perplessità è in un dettaglio grafico: il character design è il solito che io tanto amo nei film dello studio Ghibli, ma come vedete nella prima immagine usata per questa scheda, quando Taeko adulta sorride le si gonfiano le guance e appaiono due grossi segni sulla sua faccia per evidenziarlo. Mi rendo conto che molto probabilmente in questo modo si voleva dare una sorta di maggiore realismo all'espressione di un viso, ma mi pare che in questo modo lei sembri più vecchia di trent'anni (tanto che, finché non è apparso Toshio con le stesse guanciottone, mi è venuto il dubbio che fosse una velata critica gli anacronistici pregiudizi che i Giapponesi ancora hanno delle donne di quell'età non ancora sposate, come se le considerassero delle cariatidi!).

Solo per questo insignificante (ma per me fastidioso) dettaglio, mi tolgo il capriccio di togliere un punto alla mia votazione globale, ma consiglio vivamente a tutti la visione di questo film, che non può mancare nella collezione di qualsiasi appassionato di film di animazione giapponese.