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9.0/10
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Qual è la ragione del successo di "One Punch Man"? Certamente ce n'è più d'una. Da un lato l'ironia dissacrante e citazionistica appagherà tutti i conoscitori del genere shonen; dall'altro la qualità eccellente delle animazioni e del chara design, come pure della sigla del Jam Project, soddisferà gli estimatori degli aspetti tecnici. È indubbio che carte vincenti di questa serie siano l'originalità e un protagonista del tutto fuori dagli schemi; ma bisogna citare a credito della serie anche il numeroso cast di comprimari, tutti diversi e azzeccati. Io in questa sede mi soffermerò su di un unico aspetto: non pretendo che sia l'unico, né che sia il più importante, ma è certamente un aspetto significativo della serie che merita un'analisi.

"One Punch Man" affascina perché gioca brillantemente sui binomi quotidianità/eccezionalità, stupidità/forza, finito/infinito. Da un lato Saitama è un personaggio insignificante, ordinario, annoiato e antieroico, privo di verve e di fascino, dall'altro è dotato di un potere infinito. Ha una sola arma, un tanto semplice quanto banale pugno, un'arma a disposizione di chiunque, eppure è tutto quanto gli basta. Perché il pugno di Saitama è dotato di un potere senza limiti, e già da sola questa è un'intuizione di grandissimo fascino. Il pugno è la prima arma mai usata dall'uomo, già disponibile ai lattanti, è un'arma di carattere primordiale, anti-tecnologica in massimo grado e dotata di una potenzialità simbolica immensa. Potenzialità simbolica che certo non è stata capita e sfruttata solo da "One Punch Man", ma ha dominato l'immaginario degli anime da decenni, perlomeno dai tempi del Rocket Punch di Mazinga. Il pugno è stato glorificato negli anime robotici per anni e anni, dai Pugni Atomici, ai Magli Perforanti degli anni settanta, fino ad arrivare al Mugen Punch di Aquarion e al Pugno di Shin Mazinger negli anni duemila. Il pugno di Saitama si inscrive in questa tradizione.

Che la forza di Saitama sia sconfinata si capisce benissimo fin dalla prima puntata, quando abbatte un gigante grande quanto una montagna. Nella quinta puntata, in cui Saitama si allena con Genos, ci viene detto esplicitamente che la potenza di Saitama è su di un livello completamente differente da quello di un qualunque eroe anche di classe S. Nella settima puntata il pugno di Saitama distrugge un meteorite, ma senza alcuno sforzo. Non si fa nessuna fatica a credere che il pugno di Saitama possa distruggere un intero pianeta, così come negli anni ottanta facevano le leggendarie Ideon Swords (che nonostante il nome non erano spade, ma semplici estensioni luminose dei pugni del robot gigante Ideon). Del resto nell'undicesima puntata il Dominatore dell'Universo dice esplicitamente che non è in grado di discernere alcun limite alla forza di Saitama.

"One Punch Man" costruisce su una tradizione consolidata, sul fascino irresistibile dell'eroe dal potere senza limiti: nel mondo dei comics occidentali viene in mente la figura dell'Incredibile Hulk, che più si arrabbia più diventa forte, motivo per cui non esiste un limite ufficiale alla forza dei sui pugni. Si potrebbe ascrivere la stessa assenza di limiti alla forza di Ercole, di origine divina (basti che l'eroe reciti la formula "Padre dammi la forza!" per avere tutta la potenza che gli serve). Nel caso di Saitama la genialità è stata quella di associare lo stesso senso dell'infinito che tanto solletica il bambino dentro lo spettatore con un approccio umoristico e dissacrante, per cui Saitama è detentore sì di tanto potere, ma senza ragione apparente (non ha nessuna qualità che lo distingua da innumerevoli altri eroi più meritevoli di lui), senza alcuno sforzo (il suo allenamento, descritto nella seconda puntata, è semplicemente ridicolo) e senza pagare alcun prezzo se non quello (umoristico) della perdita dei suoi capelli. Sembra che come per Sansone la forza sia legata ai suoi capelli, solo che per Saitama è la perdita dei capelli a garantirgli la forza. Chissà cosa gli succederebbe se gli ricrescessero i capelli?

La serie volge a suo vantaggio tutti gli stereotipi della narrativa di genere, primo fra tutti la ripetitività: si sa fin dalla prima puntata che Saitama è invincibile, eppure le sue inevitabili vittorie non annoiano mai, così come il fruitore di racconti gialli non si annoia mai per l'inevitabile vittoria del detective. Ma nel caso di "One Punch Man" ci si diverte di più, perché è impossibile prevedere i dettagli della vittoria, come quando Saitama si mangia il mostro-alga appena sconfitto (apparentemente le alghe sono indicate contro la calvizie!). Per non parlare del fatto che "One-Punch Man" sfotte alla grande tutti i power up e gli allenamenti che ci siamo sorbiti negli ultimi trent'anni, da "Dragonball" a "Naruto": Saitama è invincibile fin dall'inizio, è già l'eroe più forte dell'intero universo e non ho alcun dubbio che sconfiggerà il Dominatore dell'Universo con un sol pugno nella puntata finale.

Insomma, la serie funziona: non solo perché l'idea dei tanti sbruffoni di turno, pretenziosi e che si credono chissà quanto potenti, annientati da Saitama come zanzare, appaga lo spettatore, ma anche per l'occasionale presenza di scene più serie e a volte addirittura commoventi (Mumen Raider, sto parlando di te!). In mezzo a tutto questo la serie si presta anche a svariate interpretazioni di critica della società giapponese. Certamente il sistema dell'associazione degli eroi è qualcosa che può far sorgere più di una riflessione. Per questo e tanti altri motivi è indubbio che "One-Punch Man" sia la serie rivelazione dell'anno. Peccato che duri solo dodici puntate!