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7.0/10
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Shintaro Kago è un pazzo. Decostruttore estremo del fumetto, così efferato da reputare il suo stesso operato come merda, attraverso una perizia tecnica incontestabile, che si rifà all'iperrealismo grafico di Otomo e Maruo, il mangaka muove una satira grottesca di grande impatto, che fa di tutto per rimanere impressa nella mente del lettore, ponendosi con grande prepotenza attraverso corpi squartati in mille pezzi, cadaveri in putrefazione, sanguinose dissezioni di ragazzine innocenti, falli che diventano carri armati, parti del corpo umano che vengono ruotate e disassemblate allo stesso modo delle facce di un cubo di Rubik... insomma, si tratta di perversioni talmente creative da essere addirittura difficili da concepire, sicché provengono dagli angoli più reconditi della mente. Attraverso uno stile personalissimo, riconoscibile con poche tavole, il mangaka punta il ditino contro la società dei consumi e il suo deperimento dei valori, attraverso un masochismo splatter che stordisce come una bastonata in testa.
Un autore con un tale gusto dell'orrido, che ama collezionare action figures di cadaveri in putrefazione e strumenti di tortura (!), come si approccerebbe alla critica del medium animato e dell'otakuzoku in generale?
"Harem End" ci dà la risposta.

Nell'opera, la furia distruttrice di Kago si concentra sull'animazione contemporanea, nella quale il genere harem è inflazionato; di fatto, "Harem End" è una decostruzione brutale del genere, che ridicolizza con sarcasmo feroce tutti i suoi stereotipi, uno alla volta, sino al prevedibilissimo mattatoio finale. Ovviamente tra i personaggi dell'opera non mancano riferimenti a ragazzine moe provenienti da "Madoka Magica", "Chūnibyō demo koi ga shitai!" e compagnia, che vengono disegnate in modo più realistico, in modo tale da farle apparire ancora più kitsch delle loro controparti originarie.

Una volta terminato l'incipit a base di harem, Kago si scaglia contro l'industria dell'animazione tutta, raffigurando gli otaku produttori e consumatori come dei necrofili che adorano personaggi di "anime" creati dal vivo con cadaveri dissanguati, che vengono impiegati nelle riprese come se fossero marionette - palese metafora che grida alla "morte dell'animazione" e all'inettitudine dei suoi personaggi-simulacri senza fare troppi complimenti. In particolare, ad essere preso a sassate è un animatore di nome Kawamori, palese riferimento allo Shoji Kawamori che nel 1982 con "Macross" diede origine all'animazione "da otaku per altri otaku": attaccando il fenomeno alla sua origine, e facendoci sopra del sarcasmo decisamente malato, Kago crea alcuni spunti di riflessione sul manierismo tipico del medium animato giapponese, constatando che molti dei suoi prodotti puzzano di cadavere, di marcio.

Decisamente esilarante per i cultori dell'artista, molto probabilmente indigesto per la maggiorparte delle persone, "Harem End", sebbene non figuri di certo tra i capolavori dell'ero-guro più underground che ci sia, si rivela una lettura potente, sopratutto per chi ama fare dell'umorismo diretto - privo di moralismi, bigottismi e leziosismi - sulla perversione indotta dall'alienazione dell'individuo postmoderno.

Per quanto concerne gli aspetti tecnici, "Harem End" non può di certo competere con "Uno scontro accidentale sulla strada per andare a scuola può portare a un bacio?" e "Fraction", nei quali la decostruzione assoluta tipica della poetica dell'autore colpiva addirittura le stesse vignette (!), che talvolta venivano svuotate completamente del loro contenuto, il quale veniva rappresentato in ciò che rimaneva della pagina (!!) e altre folli trovate in cui veniva utilizzata altresì la tecnica della metanarrazione. "Harem End" formalmente è un fumetto classico, impaginato schematicamente e disegnato senza un'eccessiva abbondanza di particolari, un divertissement sepolcrale e squisitamente malato, un modo estremo e autorale di concepire il sacrosanto otaku trolling - un diritto inderogabile dell'umanità tutta, inclusi gli stessi otaku.