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Bakemono no ko (バケモノの子 "il figlio della bestia"), internazionalizzato con il titolo di The Boy and the Beast, è l'ultima fatica di Mamoru Hosoda, conosciuto ai più come il regista di Summer Wars, La ragazza che saltava nel tempo e Wolf Children. Trasmesso per la prima volta nei cinema nipponici l'11 luglio dell'estate scorsa e vincitore nella categoria "Miglior film d'animazione" ai Japan Academy Prize, The Boy and the Beast inizia quando Ren, separato dal padre dopo il divorzio, perde a nove anni anche l'altro genitore rimastogli. In fuga dai parenti che vogliono decidere del suo futuro come si fa col menù del pranzo di un matrimonio, segue una misteriosa figura orsina incappucciata lungo uno stretto e buio vicolo, che si rivela esser l'accesso ad un mondo parallelo di cui, fino a poco prima di attraversarne il portale, non conosceva l'esistenza.
Ren arriva così nello Jūtengai (渋天街 "il regno delle bestie"), dove scopre il nome e il ruolo che interpreta quel misterioso essere che aveva stimolato la sua curiosità, perché elemento di rottura nel monotono paesaggio urbano di Tōkyō. Kumatetsu, questo il suo nome, sembrerebbe all'apparenza incapace di educare chicchessia, perché per primo avrebbe bisogno di qualcuno che gli impartisca le buone maniere. Ciononostante, prenderà in qualità di discepolo quell'orfanello umano, che emana un odore simile al suo, sotto la sua ala protettiva e gli insegnerà la tecnica giusta per affrontare le battaglie che la vita pone dinanzi.

The Boy and the Beast mette in scena due solitudini, quella di un essere umano e quella di un mostro, che si incontrano in un periodo difficile per entrambi e imparano a compensare l'uno le mancanze dell'altro. Nonostante si conoscano come maestro e allievo, come padre putativo e come figlioccio, il ragazzo e la bestia, i protagonisti di questo racconto di formazione, che risuona di opere disneyane come Il libro della giungla, La Bella e la Bestia, Tarzan, evidenziano che nella solitudine tutti siamo uguali e che il più grande può imparare dal più piccolo. Da un lato, Kumatetsu, che si è cresciuto da sé, senza l'aiuto di nessuno, anzi rivaleggiando con chi tentava di mettergli a forza l'abito del conformismo. L'unica etichetta che il mondo riesce ad attaccargli è quella del ribelle stupido, scontroso e rude, che non ha nulla da tramandare e da cui è meglio tenersi alla larga. Da Kumatetsu nessuno si è mai aspettato niente, eppure è proprio lui quello che riesce a divenire il tutore di un moccioso umano raccolto per strada a guisa di gatto randagio, problematico e incavolato nero con la vita. Da antieroe a eroe, la crescita di Kumatetsu è a dir poco strabiliante: con lui si ride, si piange, ci si arrabbia, ci si commuove, la bestia si ficca e resta nei cuori degli spettatori come Excalibur trafisse la famosa roccia e vi rimase per lungo tempo.

Dall'altro lato, abbiamo Ren, ribattezzato Kyūta dagli anni che ha quando raggiunge lo Jūtengai, che scappa dal mondo umano per rifugiarsi in quello fantastico delle bestie. Sebbene finisca in un universo alieno alla sua specie, riesce in questo a ritrovare un legame che sente di aver perso con i suoi simili. In una simbologia che richiama La città incantata di Hayao Miyazaki, ricevere un nuovo nome per Ren significa rinascere come nuovo spirito: non è più il bambino senza genitori ma è il figlio della bestia. Kyūta è l'unico che può vivere a cavallo dei due mondi, il solo ad appartenere ad entrambi in quanto la Terra lo ha generato ma è il Jūtengai che lo ha cresciuto.
Come un neonato che imita i movimenti e le battute di un genitore, così Kyūta segue l'esempio di Kumatetsu, che diventa per lui il compagno che non ha mai avuto, l'amico che ti stimola a maturare e a credere in te stesso, il tuo posto nel mondo. Viceversa, per Kumatetsu Kyūta assume le stesse credenzialità. Una volta cresciuto e dopo le avventure vissute insieme, quando Ren si pone di nuovo la domanda "chi sono io?", la risposta non può essere nient'altro che "bakemono no ko".

"Io vi detesto" è la frase che ripete Ren, rivolgendosi alla massa umanoide che cammina per le strade di Shibuya. Parlando per esperienza personale, ho provato sulla mia pelle il senso di alienazione che si può arrivare a sentire a Shibuya, quando la folla di persone che attraversa l'incrocio pedonale più trafficato al mondo ti ingurgita come un taralluccio a colazione e ti risputa dall'altro lato della strada nemmeno avesse ingerito sabbia! Anche se lo stesso film generalizza, riconducendo la critica ad un'umanità arida e tendente all'oscuro più delle bestie, il fatto che venga sempre ripreso il quartiere di Shibuya e le persone che vi camminano, ragguaglia sulle intenzioni di Hosoda che, a mio avviso, sembra più lanciare un monito verso i suoi stessi compatrioti.
In Giappone, infatti, la tendenza all'omologazione è più forte rispetto ad un paese come l'Italia, dove non mi è mai capitato di pensare alle persone come ad un agglomerato informe di organismi tutti uguali che fanno le medesime cose, hanno la stessa espressione e sembrano non mirare a niente di più del continuare a condurre la stessa identica vita di sempre. Vidi un ragazzo vomitare e sentirsi male al centro di quel gigante incrocio di Shibuya e contemporaneamente osservai la gente che passava oltre, nemmeno stesse schivando uno scarafaggio che ha messo la testa fuori dal sacco, perché tutto ciò che non è quotidiana normalità va evitato come il lazzaretto! Non mi meraviglio che il piccolo Ren si sia sentito estraneo nella sua stessa città, le cui ferree regole si trasfigurano nei due poliziotti che cercano di riportarlo nella cella di casa sua, perché è proibito ai bambini uscire per strada dopo un certo orario.

Ancora, se Shibuya rappresenta la modernità che ha investito il Sol Levante all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, lo Jūtengai ha un non so cosa di primitivo, forse perché è il regno delle bestie o forse perché nei suoi abitanti, maestri di spada, vi riecheggia la vecchia classe samuraica di Edo. E in alcune cose lo Jūtengai è molto simile al Giappone d'epoca Tokugawa, perché abbraccia un'etichetta precisa, si divide in una gerarchia per età, pone al bando i comportamenti immorali, tiene a distanza il diverso e ciò che può minare il sistema. Così Kumatetsu viene visto di malocchio coi suoi atteggiamenti trasgressivi e la venuta di un piccolo d'uomo come Ren rappresenta una sventura. Nonostante questo, le bestie sembrano vivere più liberamente degli esseri umani, soprattutto sono più genuine, meno orientate al peccato, più pure nell'approccio alle cose; subito si affezionano al prossimo, instaurano relazioni pulite, coltivano la semplicità dell'ogni giorno. In The Boy and the Beast, infatti, sono piuttosto gli umani quelli avidi e che vivono costantemente con un buco in petto, incolmabile, che risucchia il positivo e il negativo mescolandoli senza cognizione di causa, come pioggia e terra che si sposano originando fango. Nell'adolescenza, di cui sono espressione Kyūta e Ichirōhiko, questa sensazione di essere manchevoli si accentua ogniqualvolta si è posti dinanzi agli altri, che appaiono come completi, vittoriosi sulla vita, appagati. E alla comparsa dell'apparente perfezione corrisponde un'assolutistica invidia. Come nel romanzo di Herman Melville, che ha tanto appassionato Ren, il demonio che alberga nel cuore umano acquisisce la forma della balena Moby Dick, che «gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell'intimo». Una citazione così colta non può che dare ancor più credito al genio di Hosoda.

In un'intervista su The Boy and the Beast, Hosoda afferma di essersi ispirato alla sua vita per redarre la sceneggiatura. Forse è proprio perché sta vivendo in prima persona la paternità che riesce a descrivere così bene quel meccanismo per il quale genitore e figlio sono l'uno il maestro dell'altro. Il tema della famiglia, tanto caro all'animazione giapponese, non si manifesta però in maniera così originale, perché di esperimenti simili a Bakemono no ko ne sono stati fatti già in precedenza; ma per quanto riguarda la tenerezza che il film riesce ad esprimere con il duo bestia/ragazzo, essa porta nuova linfa ad un argomento ormai consumato. In The Boy and the Beast non c'è solo il nucleo costituito da Kyūta e Kumatetsu, ma anche quello di Ichirōhiko, Jirōmaru e Iōzen, il rivale giurato dell'orso, che come questo aspira a ricoprire la carica di Gran Maestro e, assieme all'avversario, intrattiene il pubblico di bestie, ma anche noi spettatori, con gare di lotta, incontri di spada, sfide di superpoteri... Infine, la famiglia giapponese per eccellenza la ritroviamo col personaggio di Kaede: una mamma interessata solo ai voti che porti a casa e un papà troppo preso dal lavoro, che ignorano i sentimenti della figlia oppressa dallo studio. Quante volte nei manga e negli anime è venuta fuori una realtà di questo tipo?

Sebbene le animazioni non hanno brillato né in positivo né in negativo, sommariamente il livello tecnico è stato buono. D'altro canto, Hosoda ha rispettato la sua fama, ponendo l'attenzione su ciò che andava evidenziato, senza perdersi in inutili manierismi registici.
La colonna sonora è stata altresì gradevole, anche se mi tocca ammettere che ero talmente presa dalla storia da non conservarne una memoria così marcata. Scorrevole e immediato l'adattamento italiano dei dialoghi, senza l'utilizzo di termini aulici o arcaici, indicato anche per un pubblico di bambini. La scelta più apprezzabile dell'autore è stata l'ambientazione mediterranea del regno delle bestie, con vicoletti stretti, salite, discese, scalinate, case in pietra, terrazzamenti, tende usate a mo' di porta, tappeti, pozzi, mercati, ecc. Anche i vestiti dei suoi abitanti sono arabeggianti e danno allo Jūtengai quel tocco esotico, mettendolo ancor di più in contrapposizione con il panorama urbano di Tōkyō.

Quando Kaede e Ren si incontrano, lei indossa la divisa scolastica e lui degli abiti da novello Aladino, nemmeno fosse appena uscito da una favola de Le mille e una notte; questo contrasto traccia la linea di demarcazione che separa il mondo degli umani da quello arcaico delle bestie. D'altra parte, i bakemono sono collegati al culto shintoista, che affonda le sue radici nell'animismo e nei culti preistorici. Questi mostri che si dice popolino l'aldilà nella tradizione giapponese sono collegati quasi sempre all'immaginario orrifico, ma nella fantasia di Hosoda, che sposa bene la tendenza attuale dell'animazione giapponese, che sempre più spesso identifica il bene in questi esseri oltremondani, vengono rappresentati con più humanitas degli uomini. In questo senso, anche se dovrebbero apparire spaventosi agli occhi di chi guarda, assumono piuttosto le fattezze di peluche, di animali da strapazzare e nella cui morbidezza ci si inabisserebbe volentieri, come si affonda la testa nel cuscino per la notte.

Se con questa recensione vi ho convinto almeno un po' a vedere l'ultima chicca di Mamoru Hosoda, allora correte subito a guardare lo spettacolo di The Boy and the Beast! Il ragazzo e la bestia offrono l'occasione per calarsi in un mondo fantastico, caleidoscopio di culture differenti, dove le antiche tradizioni orientali si incontrano con la modernità acquisita dall'Occidente, per originare uno spaccato dell'odierna realtà del Sol Levante, terra di contraddizioni, il tutto filtrato dall'immaginazione del regista già definito come l'erede di Hayao Miyazaki. Vi consiglio di non perdervelo!