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4.5/10
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La novel da cui è tratta la vicenda è stata scritta da Kazuma Kamachi, autore di “A Certain Magical Index”, e, a essere onesti, mi sarei aspettato qualcosa di più da uno scrittore del suo calibro. Non conosco l’opera originale, e quindi è anche sbagliato addossargli colpe che forse non ha, ma per quanto riguarda le ventiquattro puntate della serie (datata 2015), non posso che evidenziare una certa sofferenza durante la visione.
Genere guerra-mecha, arricchito da una buona dose di fantascienza e da un pizzico di ecchi, che, a mio avviso, non ha fatto che aggravare la situazione.

Il mondo che noi conosciamo è andato quasi completamente distrutto. Non tanto da un punto di vista fisico, quanto piuttosto politico. Le nazioni si sono disintegrate e, al loro posto, sono nati tanti piccoli regni, raccolti in federazioni più grandi. Ma il vero cambiamento è avvenuto nella gestione delle guerre: i soldati vengono ancora utilizzati, ma non hanno pressoché alcuna capacità d’incidere nell'andamento dei combattimenti. I veri protagonisti sono gli Object, enormi macchine da guerra, che si scontrano l’una contro l’altra. Quando una perde, alza bandiera bianca e lo stato che proteggeva viene inevitabilmente annesso alla nazione nemica. Semplice, no?
In realtà, come avranno modo di notare i nostri protagonisti, Havia e Qwenthur, la situazione è ben più complicata e crudele del previsto.

Inizio le mie considerazioni dai personaggi, i quali non hanno saputo reggere le aspettative. Perché? Semplice: sono troppo vuoti, stereotipati e privi di una base caratteriale, senza contare la cattiva gestione di questi ultimi, che, nel corso della serie, non riusciranno ad esprimere il loro vero potenziale.
Si era partiti con due/tre protagonisti, o almeno questa era l’idea. Qwenthur, lo studente trasferito; Havia, il nobile erede in cerca di fama; Milinda, la giovane principessina, nonché pilota di Object. Per quanto riguarda i primi due, dovevano essere i classici ragazzi sempliciotti e bonaccioni, in cui il primo doveva raffigurare quello più intelligente, mentre il secondo rappresentava il braccio armato. Peccato che, in realtà, farà tutto, e dico tutto, Qwenthur. Fin dalla seconda puntata, prenderà, di fatto, in mano la serie (rovinandola), assumendo quasi le sembianze di un dio in terra. Intelligente, gentile, avventuroso, di cuore nobile e chi ne ha più ne metta. Praticamente sconfigge da solo un Object, seguito dal fedele Havia, che si ritrova presto relegato in un ruolo di secondo piano.
Anche in ambito sentimentale, non ho potuto che rimanere imbarazzato di fronte ai vari sviluppi. Avrei compreso meglio se si fosse trattato di un harem, ma, almeno in teoria, di personaggi principali ce n’erano due. Prima la bella principessa Milinda (questo piuttosto scontato), poi addirittura Frolaytia Capistrano, che fino ad allora aveva mostrato più entusiasmo nei confronti di Havia. Da quel momento in poi non passerà puntata in cui non ci sia almeno una nuova fanciulla che si invaghisca dell’ormai unico protagonista.
Anche la storia ha deluso: organizzata in vari archi narrativi, finirà, con il passare del tempo, per essere monotona e ripetitiva. Missioni su missioni, senza nemmeno un attimo di tregua. Sono addirittura arrivato a sperare nella classica “puntata al mare”, in cui non si fa altro che sfoggiare una bella dose di fanservice. Niente, solo missioni. E tutte finiscono sempre allo stesso modo, con Qwenthur che riesce a trovare la soluzione da solo, con o senza l’aiuto dell’amico. I combattimento appaiono poco entusiasmanti e accattivanti, fila tutto liscio, proprio come si era aspettato il ragazzo. Anzi, alle volte la fortuna lo grazia miracolosamente e senza una spiegazione plausibile.

Insomma, il contenuto del racconto sembra alquanto vuoto, mentre dal punto di vista tecnico, la serie ha mostrato delle belle qualità. I toni sono piuttosto solari e non sembra nemmeno di essere in guerra. Colori accesi e vivaci, che mostrano quasi uno stile da commedia scolastica. “Heavy Object”, a mio avviso, doveva appunto cercare di sfruttare questo clima spensierato, piuttosto che intestardirsi in continui conflitti.
Le musiche sono nella norma, così come l’opening e l’ending. Anche il doppiaggio non mi è dispiaciuto.

Ma allora cosa manca a questa serie? Praticamente tutto: la forza dei personaggi principali e la solidità di alcune figure di sfondo (inesistenti sebbene siamo in un esercito numeroso), una trama accattivante e dei combattimenti veramente entusiasmanti, con un minimo di colpi di scena.
Sono dell’idea che, se tale opera fosse stata realizzata in dodici episodi, al posto di ventiquattro, sarebbe stato meglio. Oltre al fatto che il taglio di una dozzina di episodi non avrebbe influito in alcun modo sulla “comprensione” della serie, l’avrebbe resa sicuramente più leggera e meno ripetitiva. Il finale è banale e si mantiene sullo stello livello delle puntate precedenti: non si è raggiunto alcun climax e la piattezza regna sovrana.

P.S. E se vi state chiedendo che fine abbia fatto la vera protagonista (ovvero Milinda Brantini, la ragazza principale della serie), sappiate che mi sto ponendo anche io la stessa domanda. Salvo qualche intervento, ha mostrato un carattere vuoto e incostante.

Voto finale: 4… E mezzo!