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E' un'opera davvero difficile da recensire a parole, trattandosi di una quasi completa esperienza visiva e uditiva. L'intelletto, qui, tramite la sensorialità, è colui che ha il ruolo predominante nel godimento.
Non trattasi di un'opera complessa a livello di trama, onanistica o comunque ingarbugliata. Le vicende sono lineari, semplici e anche piuttosto paradigmatiche.

Quest'opera si basa, infatti, su una serie di topoi letterari e artistici abbastanza conosciuti. L'amore puro fra una vergine e un giovane, ostacolato dalle vicende, dal circostante, sorge nei primordi della letteratura europea (ricordiamo anche, con una certa differenziazione, "Dafni e Cloe" di Longo Sofista) e asiatica, ma Eiichi Yamamoto è riuscito, ispirandosi a un simil-saggio di Michelet, a reinterpretare tutto ciò in chiave medievale, usando quell'aura oppressiva decadente e baronale dei villaggi europei dei nostri secoli di mezzo. Manzoni, nei "Promessi sposi", non fece diversamente. La stessa grande sofferenza fisica, la prostrazione dovuta all'ingiustizia subita, rappresentata qui dallo stupro, è stata usata successivamente da Miura in "Berserk", in una maniera molto simile, direi fin troppo convergente.
Questa tribolazione e afflizione assoluta scatenano le passioni umane più profonde, determinano una scarica vitalistica senza precedenti che, come d'altronde è anche l'ipotesi di Michelet sulla genesi del fenomeno stregonesco, in un mondo moralmente gestito dall'oppressione ascetica cristiana non può che chiedere appoggio e aita a una figura percepita come antagonistica, ma vitale, ossia quella demoniaca. Anche questo è, alla fine, la base di un topos che, partendo dal "Faust" di Marlowe, Goethe e Bulgakov (con tutte le differenze), passando per il forse più similare "Il monaco" di Lewis, termina con il già citato e, a quanto pare, molto similare "Berserk". Il sacrificio durante l'Eclissi non è altro che lo scatenarsi di forze ataviche e primigènie dopo un'enorme sofferenza.

"Dovette la forza inventiva e dissimulatrice [dell'uomo] svilupparsi sotto una lunga oppressione e costrizione" (F. Nietzsche, "Al di là del bene e del male", 44)

Come ho cercato di mostrare, "Kanashimi no Belladonna" non è alcunché di nuovo nel complesso, ma la tecnica adoperata, la sua sperimentalità, ha permesso di creare qualcosa di completamente nuovo, di fantastico. La oppressione del potentato locale produce la nascita di un eterno sabba, di un infinito baccanale di colori e di suoni. Probabilmente, se a quest'opera fossero associati anche degli odori, di incenso, di fiori, di carne ansimante, l'esperienza già pregna a livello visivo e uditivo dello spettatore sarebbe assoluta, massima.
Quel sentore di rock progressivo pare davvero ben azzeccato, con la sua preponderanza della linea di basso così ritmica, ma martellante e quindi contigua all'aspetto psichedelico delle immagini, morbide, ma spesso ripetentisi e circolari. Probabilmente, intendo, anche un altro genere musicale, magari più classico, o più moderno, se ben fatto, avrebbe permesso di ottenere un risultato buono, ma credo che il rock progressivo, in questo caso, sia difficilmente superabile.
Il fatto che quest'opera sia stata ideata negli anni '70, effettivamente, è stata una grande fortuna, o una necessità. Le musiche, se fosse stata prodotta anche sei-sette anni dopo, sarebbero dovute essere molto differenti, e il tema stesso, il ruolo preponderante della donna, la sua sofferenza e poi la sua emancipazione, ben evidenziata dal finale verosimilmente ispirato a Cristo e a Giovanna d'Arco, non avrebbero avuto lo stesso sapore, se ideato in un altro periodo storico.

A mio parere un'opera completa, un baccanale di emozioni da non perdere in alcun modo, soprattutto nella versione Blu-ray 4k restaurata nel 2016.