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Ogni autore ha un’opera mediante la quale matura e definisce il suo lato artistico. Se da questo punto di vista per Miyazaki possiamo definire fondamentale “Il mio vicino Totoro”, per Makoto Shinkai è in egual modo importante “La voce delle stelle”. Il secondo lavoro di Shinkai è il più significativo della sua carriera a livello formativo, e presentava già tutte le forme e le tematiche che sarebbero poi divenute il mantra dell’autore.

Mikako e Noboru sono due amici d’infanzia legati sin da bambini da un sentimento che non riescono a definire. Quando il loro legame inizia ad assumere parvenze d’amore, Mikako viene arruolata tra le forze terrestri per andare su Marte a combattere i Tarsiani (pericolosi marziani ostili) a bordo di un robot. L’unico mezzo a disposizione della ragazza per comunicare con Noboru è il cellulare. Ma più Mikako si allontana dalla terra più tempo impiegano le mail ad arrivare a destinazione; e quando la ragazza raggiungerà Sirio le mail impiegheranno otto lunghissimi anni a raggiungere il suo amato.

Un amore che si dilata nello spazio-tempo, fino a perdersi... per ritrovarsi di nuovo.
“La voce delle stelle” è senza dubbio un prodotto suggestivo, un esercizio sperimentale e a suo modo coraggioso, capace di emozionare senza colpi di scena forzati o fan- service; ma non è tutto oro quel che luccica.

Tralasciando alcune “imprecisioni” piuttosto fastidiose, come ad esempio il fatto che un’umanità in grado di colonizzare l’universo disponga di cellulari attempati capaci di comunicare a distanza soltanto via e-mail, ed alcune sporadiche incoerenze narrative, il vero problema de “La voce delle stelle” risiede proprio nella sua stessa forma.
L’amore a distanza è espresso in modo abbastanza originale, il mediometraggio infatti, come accennato prima, mostra tutti gli indiscutibili punti di forza dell’autore: dalla dolcezza narrativa all’impatto visivo, dall’armoniosità registica al tanto discusso voice- over. Questa struttura però, già ampiamente nota ai fan del buon Shinkai, potrebbe risultare stagnante ai più avvezzi del genere, e quella che per il 2002 era un’idea fresca e convincente, diventa oggi uno stereotipo, minata da una smoderata ridondanza del regista; paradossalmente “La voce delle stelle” soffre le opere successive del suo autore, risultando ad oggi soltanto il primo di una vasta gamma di prodotti simili tra loro, perdendo di fatto quell’unicità che lo contraddistingueva all’epoca. Provate a vedere “La voce delle stelle” dopo “5 cm per second” e capirete ciò che intendo.
Se vedeste “2001: Odissea nello spazio” capolavoro assoluto di Stanley Kubrick e successivamente “Rapina a mano armata”, suo film “minore” (e precedente) potreste si rimanere delusi dalle altissime aspettative generate da “2001: Odissea nello spazio”, ma questo non renderebbe necessariamente inutile la visione di “Rapina a mano armata”, non in quanto ottimo film ( cosa che “The Killing” indiscutibilmente è) ma proprio per la capacità del regista di comunicare cose diverse di film in film. È vero che ho citato uno degli autori più eclettici che la storia ricordi e che non tutti hanno la versatilità di Kubrick, ma è altresì vero che Shinkai ha un range di tematiche molto limitato, circoscritto anche da una ricercatezza visiva cosi maniacale da limitarne le sceneggiature. Perché anche il perfetto equilibrio tra storia ed immagini diventa stucchevole se le tematiche sono sempre le medesime e questo equilibrio implica, per forza di cose, che le immagini si ripetano di pellicola in pellicola. In senso lato, la sensazione è che sin dai suoi esordi Shinkai disponesse di un solo puzzle (sempre quello) dal quale, di volta in volta, cambiando ordine dei pezzi, otteneva prodotti “nuovi” che sapevano inevitabilmente di già visto, e questo, dopo quasi due decadi di attività, non è un fattore trascurabile.

Sono riscontrabili diverse limature stilistiche paragonando l’odierno Shinkai a quello di allora; le mal riuscite ed abbozzate scene d’azione in futuro spariranno del tutto e la pulizia delle immagini raggiungerà livelli sbalorditivi solo con i suoi lavori successivi. Tuttavia, tecnicamente, considerata anche l’amatorialità del prodotto, siamo su livelli più che soddisfacenti, con una resa grafica pulita e convincente che nulla ha da invidiare allo standard di allora.
“La voce delle stelle” è un mediometraggio senza dubbio meritevole di essere visionato,
un’opera che poteva restare una chicca e che si è vista inabissare dall’unilateralità del suo stesso autore.