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2.0/10
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L’attrazione verso il macabro ha radici antiche: basti pensare alle crudeltà, alle sevizie e mutilazioni così comuni alla drammaturgia classica, talora esposte con sadico compiacimento. Trattasi tuttavia di un corollario dell'arte tragica, che si serve di questi espedienti per mostrare, benché talvolta sospesa in un giudizio etico, il decadimento dei costumi, l’abisso morale dei personaggi, l’orrore della guerra; per scuotere gli animi, muovere dure riflessioni, spezzare pregiudizi. Una cosa è palese, non fa leva sulla scopofilia morbosa degli amanti della peggior letteratura di appendice, di quel filone letterario che, solleticando il gusto dell’orrido, attira indiscreti curiosi come api al miele.
Un filone che, con l’avvento dei nuovi media, ha figliato senza ritegno, andando sempre più a confondere il tragico con l'osceno.

Quali parole spendere dunque per quest’opera, ennesimo esponente di un genere assimilabile al rape and revenge, che, con banali escamotage, e sfruttando indegnamente la sfera sessuale, gongola nel sadismo, annegando il tutto in una violenza becera ed eccessiva? Trarre appagamento nell’osservare vergini violate da goblin pustolosi, per poi gioire quando la lama della giustizia cade implacabile sulla loro testa, è il paradigmatico ‘fondo del barile’, da raschiare in mancanza di idee migliori.
Stupri e infanticidi non sono in sé sinonimo di un linguaggio artistico maturo, quando l’ostentazione di queste crudeltà è vilipesa dall’assenza di qualsivoglia riflessione e da quell’umorismo a sfondo sessuale che abbonda negli ecchi di infimo livello. La violenza è qui solo una capziosa piaggeria che può trovare terreno fertile in adolescenti in subbuglio ormonale, per cui è prassi estremizzare i concetti: il nemico dai tratti ripugnanti e animaleschi, l’eroe spietato latore della ‘giusta vendetta’. Invertire i ruoli tra umani e goblin avrebbe sortito lo stesso clamore? Non credo, senza un facile capro espiatorio non ci sarebbe stata quell’ingenua immedesimazione che rende attraente (?) un protagonista perennemente in armatura, a tal punto ossessionato dallo sterminio del nemico, da sembrare mentalmente ipodotato.
Nessuno si aspettava De Sade, con la sua filosofia vestita di perversione, ma da qui a camuffare di affettata seriosità una banale commedia scollacciata ce ne passa.

Non bastasse quanto detto, la disgraziata regia, totalmente squilibrata nei tempi narrativi, e il comparto tecnico dozzinale aggiungono ulteriore disagio alla visione dell’anime. Oltretutto il canovaccio è sempre lo stesso, reiterato allo sfinimento, con variazioni su tema vieppiù scadenti e annacquate, tanto che è un supplizio - in questo caso reale! - portare a termine la visione della serie.
Io, dopo sei episodi, ho gettato la spugna. Non mi importa nemmeno sapere se l’autore, con un atto di resipiscenza, abbia provato ad aggiustare il tiro, ma ad esser sincero mi auguro di no: provare a dare profondità a una trama tanto insulsa sarebbe solo un’ipocrita pezza, cucita alla bell’e meglio.

Mi infonde malessere pensare che questa operucola voglia essere ascritta al genere dark fantasy. Più che altro lo denigra, offendendo la serietà di esponenti ben più blasonati, e ciò non è emendabile in alcun modo.
Alla luce dei fatti, avrei preferito sprecare il mio tempo guardando un inutile harem fotocopia, risparmiandomi almeno quella fastidiosa sensazione di essere stato preso in giro.