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Ogni giorno l'essere umano compie un numero smisurato di azioni, talvolta in maniera così meccanica, da non rendersene neanche conto e attribuir loro il giusto peso e significato. Dalla nostra prospettiva può sembrare la cosa più normale del mondo uscire dalla porta di casa e costruire delle relazioni con altri individui nel mondo esterno. Con il termine giapponese "hikikomori" si intende la decisione consapevole da parte di un soggetto di ritirarsi dalla vita e dai legami sociali, preferendo l'isolamento o il confinamento tra le proprie mura di casa. Molteplici possono essere i fattori che stanno alla base di tale disturbo, i quali vanno naturalmente riscontrati all'interno dello stile di vita del soggetto e in modo particolare delle dinamiche psicologiche che lo caratterizzano.

Nel caso del nostro protagonista, Sato, l'ex-studente universitario è oramai recluso da ben quattro anni nel suo appartamento, avendo abbandonato di fatto l'università e sopravvivendo nel senso letterale del termine attraverso un assegno che i genitori gli inviano ogni mese. Quando si trova circondato da altre persone, Sato evita di entrare in contatto con gli altri e pensa che tutti lo guardino dall'alto verso il basso, manifestando delle chiare conseguenze dell'effetto spotlight, cioè la tendenza dell'individuo a sopravvalutare il grado di attenzione che gli altri rivolgono al nostro aspetto e al nostro comportamento. La vita dell'hikikomori comincia a cambiare drasticamente dopo l'incontro casuale con la giovane Nakahara, la quale decide di prendersi cura di Sato, aiutandolo attraverso delle fantomatiche sedute psicoanalitiche. Tuttavia, dietro la sua scelta si cela una precisa motivazione, la quale va analizzata all'interno dell'angosciante condizione psicologica che caratterizza la ragazza. Per salvaguardare il suo vuoto interiore e la sua profonda sfiducia in sé stessa, ha dovuto trovare un altro individuo che si trovasse in una condizione pari o inferiore alla sua. Il supporto di Nakahara ha due finalità: una corretta e una sbagliata. Quella corretta si identifica nell'aiutare Sato a uscire dalla sua condizione di hikikomori, mentre quella sbagliata è aspettarsi forzatamente che anche Sato facesse la stessa cosa per lei. Dunque Nakahara ha supportato per tutto questo tempo il ragazzo, semplicemente per ricevere qualcosa in cambio, esteriorizzando la sua natura egoistica e soprattutto non molto consona ai canoni dell'amicizia. Sebbene il comportamento di Nakahara possa sembrare spregevole, bisognerebbe scavare ancora più a fondo nella sua psiche, in quanto la concezione distorta e l'evidente insicurezza maturata sono due aspetti importanti scaturiti da un cagionevole rapporto con le figure genitoriali. Da una parte, una madre fin troppo debole a livello caratteriale, soggiogata continuamente dal potere coercitivo espresso dal padre; dall'altra, il padre adottivo stesso, il quale non è riuscito a trasmettere null'altro che egoismo e totale indifferenza alla propria figlia. Probabilmente i riflettori sono tutti o quasi indirizzati nei confronti del protagonista e del suo disturbo, ma, dal mio punto di vista, la figura instabile di Nakahara è ancora più complessa e difficile da analizzare, in quanto frutto di un percorso deviato iniziato sin dall'infanzia e le cui conseguenze negative si sono riversate inesorabilmente anche nel periodo adolescenziale. In fin dei conti, Sato ha avuto una famiglia e anche degli amici che lo hanno affiancato, Nakahara, invece, non riuscendo a superare il trauma subito da piccola, si è chiusa così tanto in sé stessa, da non legare emotivamente più con nessuno, neanche con gli zii che si sono presi cura di lei.

Il comparto grafico è forse l'unico vero e consistente contro della serie: ci sono alcuni spezzoni di episodi nei quali i produttori davvero mi chiedo cosa abbiano combinato, sperando che sia tutto dovuto a una mancanza di budget. I primissimi minuti del diciannovesimo episodio mi hanno davvero lasciato senza parole, il character design e soprattutto alcuni aspetti fisici dei personaggi sono stati approssimati in una maniera così imprecisa e poco realistica, che alcune parti del corpo erano chiaramente sproporzionate. Per il resto, le OST mi sono sembrate congruenti e adatte alla serie, inoltre ho seguito l'anime doppiato in italiano. Il doppiaggio tutto sommato mi è piaciuto, ritengo che il migliore sia stato Davide Garbolino nel ruolo di Yamazaki, difficilmente potrò dimenticarmi delle sue urla folli e talvolta inopportune.

Nel complesso, "NHK ni Youkoso" è un'opera che va guardata con molta attenzione, per comprendere l'amplio repertorio delle tematiche che vengono analizzate: l'alienazione causata dai videogiochi, il potere suggestivo che l'altro potrebbe utilizzare su di noi, il mondo di Internet oppure questioni delicate come il suicidio. Quelle appena citate sono tutte tematiche che avrebbero meritato di essere approfondite e discusse all'interno del mio discorso, tuttavia ho voluto ridurre il succo del discorso a ciò che mi ha veramente colpito quando ho guardato la serie, evitando di scrivere un lungo poema che non segue un filo logico e con argomenti sparsi qua e là. In fondo, credo che il messaggio trasmesso dell'autore sia unico e inequivocabile: il mondo reale non è un cartone animato, durante la nostra esistenza è piuttosto improbabile che qualcuno venga a bussare alla nostra porta per aiutarci nella missione utopica di cambiare la nostra vita. "NHK ni Youkoso" rappresenta il perfetto esempio di come l'individuo dovrebbe comprendere, attraverso i propri mezzi e la propria consapevolezza, la condizione in cui si trova, e provare di conseguenza a dare una svolta alla propria esistenza. Delle volte, però, non si possiede la forza interiore e la volontà necessaria a mettere in atto dei cambiamenti sostanziali rispetto a quanto accaduto in passato, ed è proprio per questo che esistono due strutture molto importanti: da una parte la famiglia, dall'altra gli amici. Entrambe devono essere sensibilizzate ad evitare di abbandonare un proprio figlio o un proprio amico per il semplice fatto che è diverso da noi o si trova in una particolare condizione. Nel caso di Sato, il merito del suo graduale cambiamento è dovuto proprio alla presenza e alla lungimiranza dei suoi due amici, Nakahara e Yamazaki, i quali si sono sempre preoccupati di andarlo a trovare e soprattutto di spronarlo a uscire dalla propria abitazione. Dopotutto non siamo soli, ci saranno sempre una o due persone, là fuori, nel mondo esterno, che ci vogliono bene e tengono davvero a noi. Di conseguenza, perché dovremmo rifiutare l'altro, se veramente vuole aiutarci a superare i nostri problemi?
Il mio voto finale è 9.