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10.0/10
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Dopo il successo di “Serial Experiments Lain”, lo sceneggiatore Chiaki J. Konaka, il character designer Yoshitoshi ABe e il produttore Yasuyuki Ueda tornano a collaborare per la realizzazione di un nuovo capolavoro: nel 2003 nasce così “Texhnolyze”, anime di ventidue episodi prodotto dallo studio Madhouse e diretto da Hiroshi Hamasaki (futuro regista di “Shigurui” e “Orange” e co-regista di “Steins;Gate”).

La storia si svolge in un mondo sotterraneo in cui un ente denominato “Organo” si occupa di mantenere l’ordine all’interno della società, mutilando senza scrupoli coloro che non rispettano le regole. Stessa sorte tocca all’ex-pugile Ichise, il quale si ritrova a vagabondare senza più un braccio e una gamba, fin quando la dottoressa Eriko Kamata gli impianta due protesi meccaniche dette “Texhnolyze”.

Ancor più di “Lain”, l’anime qui analizzato non è uno di quelli che il grande pubblico riuscirebbe a digerire con tanta facilità. L’impatto con il primo episodio, a questo proposito, può essere determinante: se si trova eccessivamente pesante il ritmo lento con cui si succedono molte immagini e pochissimi dialoghi, allora è meglio orientarsi verso un altro tipo di opera; se invece ciò che si è provato è un’assoluta meraviglia nei confronti di una regia così ipnotizzante ed espressiva, allora è necessario continuare per godere delle altre innumerevoli esperienze visive che “Texhnolyze” è in grado di offrire.

La prima parte dell’anime è essenzialmente un’introduzione: ci vengono presentati i vari attori che interagiranno sul grande palcoscenico degli eventi e le organizzazioni di cui fanno parte. La trama portante rimane ancora piuttosto oscura, ma l’introspezione psicologica dei personaggi, così come alcune delle tematiche della serie, si mostrano a noi in tutto il loro splendore. Mi è rimasta impressa nella mente, a questo proposito, la figura di Ichise che vaga per la città prima senza e poi con i suoi nuovi arti: un peregrinare lento e straziante, in cui emerge la figura miserabile e primitiva del nostro protagonista, che rifiuta senza raziocinio le protesi che gli hanno conferito nuova vita. Altrettanto silenziosa quanto esplicativa è la presentazione che ci viene fornita di Onishi, direttore dell’Organo ligio alla protezione della sua città e poco interessato a sua moglie.

Nella parte centrale comincia a intravedersi una certa evoluzione nei personaggi, soprattutto per quanto riguarda Ichise. Ma la vera perla di diamante, a mio avviso, è costituita dagli ultimi episodi, nei quali vengono a galla le tante verità che inseguivamo fin dall’inizio e, soprattutto, si ergono i messaggi che l’opera desidera trasmetterci. “Texhnolyze”, infatti, è un anime che oltre al rapporto uomo-macchina, visibile sin dalle prime battute, si propone di indagare l’approccio dell’essere umano alla società post-moderna. Costante è la ricerca di un’evoluzione, da attuare con l’ausilio di protesi artificiali e con la ghettizzazione dei reietti, e il perseguimento di ideali molto variegati tra i vari personaggi; altrettanto ricorrente è il fallimento di ogni proposito di miglioramento, che scaturisce dall’impossibilità di cambiare qualcosa di immutabile e costretto a ripetersi nel tempo.
La ciclicità è un altro elemento fondante dell’opera: la società rappresentata nell’anime non può sfuggire al continuo reiterarsi di distruzione e rinascita, ma ciò non è da leggersi in una chiave completamente negativa. Se esiste disperazione, vi è inevitabilmente speranza, e nel caso così non fosse, l’annullamento di ogni male può considerarsi liberatorio e portare alla totale pace dei sensi.

Per quel che riguarda il comparto tecnico, l’ormai affermato character design originale di Yoshitoshi ABe ci regala personaggi dai lineamenti realistici e dalla forte espressività. La qualità dei disegni è ottima per tutta la durata dell’anime, mentre le animazioni sono volutamente minimali, meccaniche e ridotte all’osso. Uno degli elementi che ho più apprezzato nell’opera è la profonda differenza tra il mondo sotterraneo e quello della superficie: il primo ci viene mostrato attraverso ambienti bui e abitazioni dai colori spenti che si stagliano contro un insolito cielo bianco; il secondo pare proprio un quadro di pittura metafisica, con i suoi spazi desolati, ombre che si estendono all’infinito, colori più vivaci stesi in campiture piatte e uniformi. Se il mondo sotterraneo dà l’impressione di un luogo angusto in cui si continua a lottare per la vita, quello della superficie sembra il riflesso di una società ormai spenta che ha accettato con rassegnazione il proprio destino. In un anime in cui i dialoghi sono spesso assenti, le musiche svolgono naturalmente un ruolo fondamentale: Hajime Mizoguchi (“I cieli di Escaflowne”, “Jin-Roh”) e Keishi Urata (addetto al sintetizzatore in “Cowboy Bebop” e nello stesso “Jin-Roh”) compongono una colonna sonora incredibilmente variegata, nella quale spicca, tra le tante, la toccante traccia “Blue Darkness - A Sleepless Town”. Radicalmente diverse ma perfettamente adatte all’anima dell’opera sono l’opening e l’ending: nella prima immagini distorte, oscure e fugaci si sincronizzano alla perfezione con il brano “Guardian Angel” dei Juno Reactor; nella seconda la struggente “Tsuki no Uta” di Gackt si accompagna al lento mutare di un vivido fiore fucsia su sfondo bianco.

In definitiva, “Texhnolyze” è un anime non facilmente abbordabile, ma che, se visto con la giusta attenzione e dedizione, è in grado di regalare allo spettatore un’esperienza visiva ipnotica e irripetibile: una storia, dei personaggi e un comparto tecnico come quelli creati dalla “triade di Lain” difficilmente potranno essere emulati.