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Rivista ad un'età più avanzata, quest'opera famigerata e sottovalutata non può che dire di più e non può che dire altro.
Che sia una rappresentazione delle nozioni cristiane di Oshii o che sia una diatriba tra empirismo e fideismo, di certo l'Autore è riuscito, volente o nolente, a inserire talmente tanti piani di lettura, da rendere l'unitarietà un miraggio. Ricorrente è semplicemente il tema della distruzione e della (ri)nascita, su cui d'altronde si gioca tutto anche nella vita reale.

Come suggerito da Oshii in una intervista del 1985 (http://eigageijutsu.blogspot.com/2016/02/interview-with-mamoru-oshii-on-angels.html), questo mondo vagamente incomprensibile e astratto potrebbe esser tale non solo perché post-apocalittico e post-diluviale, ma anche perché essenzialmente frutto di un solo individuo, la ragazza, e quindi mancante di ogni restrizione nata dal raffronto con l'altro. In tal caso, il confronto che si viene a creare tra i due personaggi non sarebbe tanto un basilare scontro tra chi vuole sperare e credere e chi vuol toccare ed esperire, quanto l'evoluzione, la crescita e il canto del cigno di colei che, ultima discendente di un'umanità morta e sepolta (parzialmente viva in parte come ombra alla disperata caccia di altre ombre, in parte come entità pietrificata e immobile nel tempo), vive nella massima rappresentazione del mezzo che l'umanità stessa ha cercato di adoperare affinché potesse poi rinascere, senza rendersi conto che sarebbe stato - nella nuova nichilistica versione oshiiana - la propria tomba, ossia l'Arca. Arca è la sua dimora, Arca è il mondo stesso nella visione aerea finale, Arca potrebbe essere anche quella navicella che viene e poi va, ospitante i rimasugli di un genere umano oramai fossilizzato. In un ambiente e un'atmosfera umida, satura di quell'acqua che secoli prima aveva portato alla deriva l'umana specie per un capriccio della Divinità, la giovane ragazza (e il suo alter-ego) porta ai termini finali la ricerca per il significato dell'essere, che si cela nell'uovo, nell'angelo, nell'uccello. L'uovo, covato e amato, è in realtà vuoto; l'uccello, simbolo di un'umanità ancora attiva e speranzosa, estinto - di esso rimangono le piume svolazzanti; l'angelo, probabile collegamento ideale tra l'antico umano e la divinità del suo creatore, oramai scheletrizzato, da eoni. Quando la conoscenza della vacuità di tutto ciò, della fine del tempo, si esprime - quando, sostanzialmente, l'uovo viene aperto -, gli argini si rompono, l'antica acqua (prima ancora parzialmente "governata" e imbottigliata) si libera dai meandri della terra e inonda tutto - nuovamente e finalmente.
Eppure questa pulizia finale, questo gettar la spugna e riconoscere il vuoto (con una fantastica scena di metamorfosi temporale, in cui la bambina nella propria "caduta" [metaforica e non] incontra sé stessa adulta, grigia e dis-sperata) non è solo l'apocalisse di un post-apocalittico, ma anche un evento latore di possibilità. Dalle numerose uova (oramai palese simbolo di speranza) nate dall'agonia di morte della protagonista alle uova contenenti embrioni aviari, un po' meno comprensibili ma certamente legate anche al simbolo dell'albero che le sorregge (della conoscenza?) e che invadono tutto, persino l'immacolata Arca, sino alla fossilizzazione e perpetuazione infinita della speranza umana, rappresentata dalla neonata statua della giovinetta con uovo incorporato, si ha l'impressione che non tutto sia finito e che, in un certo senso, la disperazione finale genera sempre nuove speranze, in un circolo infinito e inarrestabile.