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Dopo un’intera annata priva di film, arriva “Max Heart” che ne ha ben due, entrambi dedicati a nuove avventure che le protagoniste si ritrovano a vivere insieme. Innanzitutto può sorgere spontanea la domanda sulla necessità di realizzare un progetto simile: avevamo bisogno di un film come questo? Secondo me dipende dai punti di vista. Considerando solo la storia di questo primo lungometraggio, allora poteva essere evitabile, dato che ricalca quella di un normale episodio e non sembra neanche essere canonico, ma dal punto di vista economico penso sia stato fondamentale: con un franchise in ascesa c’era assolutamente bisogno di allargare gli orizzonti con un esperimento del genere.

Andando ad analizzare nel dettaglio il film, come già accennato, si può notare che la trama non ha nulla di originale, anzi assomiglia in tutto e per tutto a quella di un classico episodio, soltanto dilatato nei tempi, per la precisione di circa il triplo, in quanto questo dura un’ora e dieci minuti. Ciò porta con sé una serie di conseguenze. In primo luogo, questo mega-episodio, presentando lo stesso schema delle puntate, va a espandere non solo la parte relativa al combattimento (cosa buona e giusta) ma logicamente anche quella slice of life, con tanto di momenti di vita quotidiana e gag simpatiche. Dunque, quando le Cure si ritrovano a essere trasportate nel Giardino della Speranza, nessuna di loro è interamente proiettata al compito che deve svolgere, ovvero impedire che una strega malvagia rubi i gioielli della Regina, bensì si divertono esattamente come accadeva sul loro pianeta: al centro di tutto, prima che la storia arrivi al suo climax, c’è infatti un ballo a cui sia protagoniste sia nuovi personaggi partecipano. Il tutto è abbastanza gradevole da guardare, per certi versi è anche rilassante, ma c’è comunque un dettaglio da sottolineare: la trama è scarna, e se una cosa del genere può funzionare bene per singoli episodi di poco più di venti minuti visti settimanalmente, allo stesso tempo non rende altrettanto bene in un lungometraggio. Ripeto, la storia non è affatto brutta, essendo in linea con le altre che ci sono state presentate nel franchise, ma può risultare noiosa per molti spettatori, non essendoci nessun elemento in particolare che catturi l’attenzione (o meglio, uno ci sarebbe anche, ma compare così poco ed è approfondito così male che diventa anch’esso dimenticabile).

Per quanto riguarda i personaggi, escluse ovviamente le tre ragazze, come protagonisti abbiamo i piccoli abitanti del nuovo Giardino, guerrieri in generale coraggiosi il cui valore viene attestato da una piccola spilla di diamanti che portano sempre con sé. Non sono di certo anche loro il massimo dell’originalità, poiché di base il loro carattere è abbastanza stereotipato, ma nel tempo che hanno a disposizione dimostrano di farsi valere anche più di altri personaggi che compaiono regolarmente, tanto che risultano sprecati, sapendo che all’interno di “Max Heart” non si vedranno mai, come se non fossero mai esistiti. Ma tornando a quei personaggi nello specifico, vediamo che tra di loro spiccano tre esserini in particolare, ovvero Square, Marquis e Round, perfettamente distinguibili non solo per il colore ma anche per il carattere. Abbiamo infatti, in ordine, lo scontroso che non si fida delle Cure e non fa altro che insultarle di continuo; il timido e debole che rimane in secondo piano rispetto ai compagni e che suscita molta tenerezza; e infine il leader, il tipo tranquillo che cerca sempre di fare da mediatore quando qualcuno inizia a discutere. Gli altri a malapena vengono nominati e/o inquadrati, dunque di loro si sa veramente poco, tra cui il fatto che sono tutti più o meno abili nel combattimento. Sono soltanto i primi tre a essere approfonditi in maniera discreta, il che è comunque accettabile considerando la moltitudine di personaggi che è stata introdotta.

Oltre a loro è presente anche la famiglia reale, composta da Regina e Principe, che sono umani, e da un assistente che invece ha la forma di un montone antropomorfo. Hanno tutti e tre lo stesso spessore della carta velina, anche se il Principe un po’ di meno, ma se per la Regina e l’assistente è accettabile in quanto non hanno mai avuto la pretesa di essere rilevanti (ad esempio, la sovrana serve soltanto per fare una sfilata di moda con i diamanti in bella mostra e poi per compiere un rituale), per il Principe non è lo stesso, perché non si può inserire un personaggio che è la fotocopia di Shogo Fujimura senza dare spiegazioni, in quanto si impedisce di fatto alla storia di aprirsi la strada verso sviluppi interessanti. Sviluppi che tra l’altro sembravano essere stati annunciati dal film stesso, in un certo senso: nella scena iniziale si vede Shogo in prima persona, quindi si suppone che possa avere una certa rilevanza; in più, quando poi le ragazze vedono il Principe, si accorgono subito della somiglianza e rimangono sconvolte, ma finisce qui. Il giovane ha un carattere diverso da quello di Shogo, quindi è fuori da ogni dubbio che sia un personaggio differente... eppure questa è l’unica domanda a cui viene data risposta, relegando l’esistenza del Principe a un mero strumento di fanservice mal contestualizzato.

Un po’ meglio va invece alla nemica di turno, anche se i difetti sono comunque presenti. Si tratta di una strega malvagia circondata da tanti Zakenna pipistrelli, il cui unico obiettivo è quello di rubare i gioielli della Regina per scombussolare l’equilibrio del Giardino e andare poi a risvegliare Re Jaaku. La sua personalità è totalmente priva di sfaccettature, infatti si presenta come un personaggio del tutto cattivo, ma è perfettamente comprensibile se si considera che fa parte dell’universo di “Futari Wa”, dove i nemici sono tutti inconsistenti (tranne Kiriya, perché alla trama serviva così). Il vero problema è ancora una volta uno scarso lavoro di contestualizzazione. Come nel caso del Principe, infatti, vengono inseriti degli spunti più che interessanti che però poi vengono gettati alle ortiche, per non dire di peggio: pensiamo ad esempio alla dimensione in cui si rifugia, ovvero un cimitero di navi realmente esistite, o al fatto che anche lei provenga da Dotsuku e che in un certo senso rifiuti di unirsi ai vari gruppi di cattivi visti finora, preferendo agire in solitario; tutto questo viene soltanto accennato, lasciando ancora una volta un senso di insoddisfazione allo spettatore.

Se c'è però un grossissimo pregio di questo film, che coinvolge inevitabilmente anche la strega, allora si tratta dei combattimenti. Tre in tutto, complici anche le ottime animazioni risultano almeno tre spanne sopra alla maggior parte di quelli che si vedono sia in “Futari Wa” sia nelle poche puntate di “Max Heart” trasmesse prima del rilascio di questo film. Già si inizia bene con la primissima lotta, che, pur essendo un assaggio, riesce a regalarci dei bei momenti di dinamicità; in più si raggiunge l'apice quando le Cure arrivano ad affrontare la nemica principale, e qui sia calci che pugni sono presenti in abbondanza. Importante menzionare anche le sensazioni che impregnano tutti questi scontri, che non sono mai semplici scambi di botte bensì dei confronti carichi di emozioni (specialmente il terzo). Ma, e qui c'è un'importante ma, dato che la perfezione non esiste, devo evidenziare un problema non di poco conto che nei combattimenti diventa più che lampante: Shiny Luminous. Chiariamoci, a me il personaggio piace pure, soprattutto in forma civile, in quanto ha carattere e non ha quindi un atteggiamento passivo... ma questo appunto vale soltanto quando non è trasformata, perché altrimenti si tramuta nell'inutilità fatta persona, cosa che in questo film è ancora più evidente. In ognuno dei tre combattimenti si limita a compiere letteralmente una singola azione, in ordine: schiva un colpo avversario; si erge a paladina della giustizia e fronteggia la strega, ma dura meno di un gatto in tangenziale; utilizza insieme a Black e White una versione potenziata dell'Extreme Luminario (dove l'unica cosa diversa dall'attacco classico è il fatto che tutte e tre le ragazze abbiano i vestiti gialli, palesemente modificati con Paint). Niente male, insomma. Gli autori hanno persino avuto il coraggio di far dire a Black e White che Luminous aveva fatto molto e che dovevano ripagare il favore. Non che vada a inficiare la qualità generale della parte d'azione, che comunque rimane molto buona, ma di sicuro certi elementi fanno sorridere e non in senso positivo.

Passando al lato tecnico, è impossibile non citare innanzitutto le ambientazioni di questo film. Eccetto alcune scene che si svolgono sulla Terra, le Cure trascorrono la maggior parte del tempo divise fra il Giardino della Speranza e il cimitero delle navi. Quest'ultimo, come si può intuire dal nome, non è un luogo accogliente, è cupo e anche piuttosto inquietante, al contrario del luminosissimo Giardino. Nessuno dei due è particolarmente memorabile, tuttavia il Giardino (con annesso castello di diamanti) risulta agli occhi più piacevole. La zona è ricca di prati e in più c'è anche un grande lago, creando una certa somiglianza con il Giardino della Luce e quindi evitando di farci rimpiangere i colori spenti delle scene terrestri. In generale quindi i colori sono sempre sfruttati bene all'interno del lungometraggio, eccetto in quella scena già menzionata dell'attacco potenziato: i vestiti non sono stati ridisegnati o più banalmente ricolorati, ma ci si è limitati a sovrapporre loro diversi strati di giallo (e se è andata bene sia a White, che ha un costume appunto bianco, sia a Luminous, il cui abito ha colori chiari, la stessa cosa non vale per Black).

L'ultimo punto riguarda la colonna sonora, che in alcune occasioni in particolare presenta dei brani originali, peraltro cantati. Il primo è “Tears of Hope ~Tears For Tomorrow~”, canzone piuttosto malinconica sfruttata nel momento in cui Nagisa è triste per il fallimento delle Cure, mentre l’altro è l’ending, dal titolo di “The Power Of Heart”, decisamente meno drammatico del precedente. Entrambi vengono inseriti in maniera appropriata, riuscendo senza problemi ad amplificare le sensazioni provate nelle scene a cui fanno da sottofondo.

In generale, quindi, il film non si discosta troppo da “Futari Wa” e dal suo sequel. Riesce a risolvere il problema delle animazioni, sicuramente grazie a un budget maggiore, ma per il resto presenta gli stessi difetti della serie di partenza e anzi in alcuni casi li amplifica. Il mio voto complessivo è dunque un 7-. Nonostante lo abbia abbastanza apprezzato, e nonostante sia lodevole l’intento di svolgere una sorta di esperimento sul grande schermo, non posso non tenere conto di tutti i difetti che si porta dietro.