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Alla conclusione di questa breve serie anime, posso definire il mio rapporto con Shinkai e con i felini ancor più controverso di quanto già non fosse. Per quanto concerne l’animatore/regista giapponese, l’ho sempre considerato un autentico prodigio nelle animazioni, nonché un accattivante ideatore di soggetti originali. D’altro canto ho spesso mosso critica verso le sue, parere mio, discutibili qualità di sceneggiatore. Abuso di deus ex-macchina, decine di sotto-trame aperte e mai concluse, grandi difficoltà nel distaccarsi da un canovaccio che sembra esser diventato il suo mantra (ergo il classico duo adolescenziale catapultato in un contesto anomalo/sovrannaturale, con un pizzico di romanticismo) sono tutti difetti che mi hanno, nel corso degli anni, allontanato dalle sue opere. Passando invece agli amorevoli mammiferi, per molti aspetti li adoro, nella loro indipendenza controbilanciata d’altrettanta affettuosità. D’altro canto li detesto poiché colpevoli, inconsapevolmente, d’esser motivo di mia allergia, che mi costringe a distanziarli a dovere. Fortunatamente, "Lei e il suo gatto: Everything Flows" di M. Shinkai, con la regia di K. Sakamoto e la sceneggiatura di N. Nakagawa, ha superato diversi miei pregiudizi.

Partiamo con il dire che la trama è inesistente. La storia, infatti, ruota tutta attorno a Daru, il gatto domestico della ragazza protagonista del film, una giovane universitaria alle prese con problematiche comuni: la ricerca di un lavoro, di un affitto conveniente, il tutto minato dal difficile rapporto con la madre. Attraverso i pensieri del felino si conoscono così alcuni (pochi) retroscena della giovane, con il nostro Daru in versione opinionista. Una simile non-trama, assolutamente priva di sviluppi, ricalcante in maniera quasi eccessiva la via dello slice of life, normalmente la considererei un difetto. Qui però si verifica un paradosso. Come ho precedentemente detto, Shinkai, in generale, presenta grosse difficoltà nel dare coerenza alla sceneggiatura, ricorrendo con frequenza a “scappatoie” per far tornare i mille conti che è solito aprire. Questo difetto, in molte sue opere, viene spesso mascherato sotto milioni di frame e OST da capogiro, che riescono egregiamente a coprire i crateri di trama che è solito creare. Qui, invece, proprio grazie alla narrazione scarna, ma focalizzata sui pensieri del felino, è riuscito a far emergere i propri pregi senza cadere nei soliti scivoloni. È anche vero che la regia non è propriamente sua, quindi non posso del tutto riabilitarlo. Addirittura, in questa non-storia, si può quasi parlare di finale, legato indissolubilmente all’arco vitale della creatura protagonista. Se dovessi dare un titolo descrittivo, definirei questi quattro corti come un "Diario del gatto Daru: riflessioni".

Il protagonista indiscusso della storia è Daru, il paffuto gatto nero, che cerca, al meglio delle sue possibilità, d’aiutare la padrona. Sebbene alcune riflessioni siano quantomeno forzate, perché comunque troppo lontane per poter essere elucubrate nella mente di un animale, è comunque apprezzabile il tentativo di dare una qualche credibilità al tutto. Semplici battute, pensieri lineari riescono da un lato a mantenere quel necessario distacco tra uomo e felino, d’altro canto riescono ad esprimere in maniera convincente quell’affettività che ha reso i gatti tra gli animali domestici più popolari al mondo. La scelta dell’ambientazione è un’ulteriore nota di merito. Mantenere l’intera narrazione all’interno delle mura domestiche incrementa, ulteriormente, il realismo della serie. C’è poco da dire, invece, sulla ragazza e sui comprimari, troppo poco abbozzati per poter essere anche solo giudicati. Ma sicuramente sono tutti elementi funzionali, espedienti attraverso cui il micio ci rende partecipi dei propri pensieri.

Le animazioni sono semplici. C’è poca cura nei fondali, ma il tutto viene compensato dalle meticolose inquadrature dei volti, focalizzate sul trasmettere le emozioni di Daru e della padrona. Il chara design è sicuramente il punto di forza del compartimento animato. I colori sono azzeccati, e la scelta delle ombre permette di ricreare una corretta ambientazione domestica. Le OST sono limitate, ridotte a una manciata di tracce, ma sono tutte a tema. Questo piccolo difetto, tra l’altro, non si fa nemmeno notare, vista l’esigua durata dei corti.

Posso dire, in conclusione, che questa serie si sia rivelata un piacevole passatempo. Contrariamente al mio scetticismo iniziale, ho visionato quattro corti semplici, ma interessanti (cosa che mi fa, per certi aspetti, un po’ arrabbiare, soprattutto al pensiero di come Shinkai abbia sceneggiato alcune opere ben più celebri... non avrebbe potuto solo occuparsi dei soggetti originali?). Ho finito persino per (quasi) emozionarmi, probabilmente con la complicità del momento difficile che sto vivendo. Non è una storia imperdibile, ma allo stesso tempo sa intrattenere a dovere. Se siete profondi cultori degli slice of life riflessivi o se siete anche solo alla ricerca di trenta minuti disimpegnati, date una possibilità al batuffolo nero Daru: vi scalderà il cuore.