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Ho avuto uno strano rapporto con “Shinigami Bocchan to Kuro Maid”, devo dire la verità, è una serie che a primo impatto mi aveva anche piacevolmente colpito, ma che col tempo ho seguito con un po’ di fatica, alternando momenti di blando interesse ad altri di discreta noia e, a visione (momentaneamente) conclusa, forse ho anche capito il motivo principale: esaurisce troppo presto i temi che la rendono interessante, come proverò a rendere più chiaro in seguito.

Partiamo da un accenno di trama però, riassumibile quasi nel nome stesso della serie, “Il signorino dio della morte e la sua cameriera nera”; i nostri protagonisti sono proprio un signorino, rampollo di nobile famiglia del quale non sapremo mai il nome, e Alice, la sua cameriera personale, che vivono in una grande villa emarginati dal mondo. Sul povero signorino infatti grava una maledizione inflittagli da una strega, che lo condanna a far morire qualsiasi essere vivente lui tocchi (da qui la nomea di shinigami, ovvero dio della morte), e per questo è stato allontanato dalla tenuta principale della sua famiglia, finendo per vivere recluso con la sola compagnia di Rob, maggiordomo di famiglia che lo conosce da sempre, e della già citata Alice che, oltre ad essere la sua cameriera, è anche il suo interesse amoroso, peraltro ricambiato, visto che la smaliziata Alice non perde occasione per ribadire i suoi sentimenti per il signorino, finendo anche per prenderlo in giro e stuzzicarlo, data la sua impossibilità di instaurare un contatto fisico con lei.

In queste poche righe è possibile riscontrare praticamente tutti i temi principali che questa storia vuole affrontare, dall’amore tormentato, che non può trovare sfogo nonostante l’assenso di entrambe le parti in causa, fino alle semplici gag ironiche e piccanti che sono disseminate praticamente in ogni episodio e che vedono protagoniste la splendida Alice, sempre pronta a ‘tormentare’ il suo signorino sfruttando la sua avvenenza, che, ovviamente, non può lasciarlo indifferente. E devo dire che, nonostante sembri un curioso mix, tutto sommato funziona, sembra strano infatti dover accostare gag tipiche di una commedia ecchi all’atmosfera malinconica che traspare nel vedere questo amore così esplicito venire ostacolato da un incontrollabile fattore esterno, ma la serie ci riesce, facendo anche entrare naturalmente in simpatia i suoi protagonisti. Tutto questo si percepisce già nei primi due episodi però, e da qui si ritorna alla mia osservazione iniziale sul principale difetto di questa serie, riuscire a tenere vivo l’interesse dello spettatore per dodici episodi, tanti sono quelli che compongono questa stagione, nonostante giochi tutte le sue carte praticamente dal primo episodio. E per riempire questo vuoto, difatti, si ricorre alla presenza degli altri personaggi, alcuni riusciti e altri meno, e in (troppo poca) parte alla ricerca ad opera del signorino di una soluzione che lo liberi dalla maledizione della strega. Esaurite le gag e palesato l’amore reciproco tra i protagonisti, infatti, la scoperta di un modo per liberare il signorino diventa il leit motiv che sorregge almeno la giusta curiosità che spinge ad andare avanti per continuare la serie, peccato che succeda poche volte e, in quelle sparute occasioni, raramente vengono fatti dei veri passi avanti in tal senso. Certo va detto che, essendo la serie una trasposizione di un manga ancora in corso, non era possibile inventarsi un finale apposito che risolvesse tutti i problemi, ma da parte mia ho riscontrato purtroppo un costante calo di interesse, man mano che la serie andava avanti trascinandosi i suoi difetti. Per fortuna non sono mancati momenti divertenti, l’inserimento di qualche personaggio ben riuscito e, piccola sorpresa da un certo punto di vista, la presenza di siparietti cantati tipici dei musical a ravvivare la visione quando serviva, ma nonostante questo l’impressione finale che resta di “Shinigami Bocchan to Kuro Maid” è quella di un’opera riuscita a metà, per quanto questo giudizio è racchiuso alla visione della prima stagione, visto che, proprio alla fine di quest’ultima, ne è stata annunciata anche una seconda, che potrebbe affrontare meglio e più a fondo la questione maledizione.

E purtroppo non aiuta a migliorare il quadro generale il comparto tecnico della serie proposto dallo studio J.C. Staff, che si compone sì anche di elementi pregevoli come dei fondali molto curati sia degli ambienti esterni che dell’interno della villa di stampo ottocentesco, ma presenta pure un charachter design e animazioni dei personaggi completamente in CGI, una soluzione alla quale ci si abitua col tempo, ma che lascia perennemente quella sensazione di rimpianto su come sarebbe stato se fosse stata scelta l’animazione tradizionale, sensazione che si rafforza ulteriormente ammirando la bellezza di Alice che, tutto sommato, riesce a farsi notare anche attraverso l’algida grafica computerizzata. Più lusinghiero invece è il mio giudizio sul comparto sonoro di questa serie: la colonna sonora infatti è molto curata e azzeccata ad ogni momento proposto dall’anime, da quelli più mesti e malinconici a quelli più spensierati, ed è impreziosita dai brani cantati a cui accennavo sopra, dove brilla anche un’altra componente decisamente riuscita di questa serie, e cioè il doppiaggio giapponese; il cast che ha dato le voci ai vari personaggi è infatti di tutto rispetto, basta pensare solo alla presenza di grandissimi nomi come Hiroshi Kamiya, Inori Minase o Yoko Hikasa, per rendere l’idea, ed è ben rappresentato dai seiyuu dei due protagonisti, vale a dire Natsuki Hanae (il signorino) e Ayumi Mano (Alice), i quali non hanno solo curato egregiamente i loro personaggi, ma sono stati più volte impiegati anche come cantanti, cominciando proprio dalla dolce e simpatica opening dell’anime (‘Mangetsu to Silhouette no Yoru’), fino alla ending (‘Nocturne’), affidata alla sola splendida voce di Ayumi Mano, che è stata anche contributo indispensabile alla costruzione del fascino del personaggio di Alice.

Insomma, per quanto tanti aspetti dell’anime non mi abbiano realmente convinto, non me la sento di bocciare davvero “Shinigami Bocchan to Kuro Maid”, perché è una serie con presupposti validi e personaggi coi quali provare una genuina empatia, ma è indubbio che, per lasciare davvero il segno, debba anche proporre ingredienti nuovi che ravvivino l’interesse e riuscire a mescolare meglio quelli già presenti, in modo che non prevalga alla lunga una fastidiosa sensazione di déjà vu; da questo punto di vista, la seconda stagione in futura produzione è quanto di meglio ci si possa augurare per raggiungere l’obiettivo e far sì che quest’anime non sia solo un’opera riuscita a metà ma un prodotto di cui poter godere davvero a tutto tondo.