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"Fa ciò che è giusto e tutto andrà bene."
Queste sono le parole che Kukuru, giovane liceale dai capelli e occhi turchini, ripete a sé stessa ogni mattina, quasi a fare da monito a una vita ricca di sogni e povera di certezze, un dogma per una coscienza ancora troppo pura e grezza perché possa esporre il fianco alle cicatrici senza colpo ferire.

Siamo a Okinawa, sul mare, e a fare da teatro alle vicende di Kukuru sarà la materializzazione del suo sogno: l'acquario; Gama Gama prima, gestito direttamente da lei e da suo nonno, e Tingaara poi, in cui lavorerà nel reparto di marketing.
Si tratta appunto del suo sogno, o meglio, dell'immagine che lei stessa ha di esso. Perché lei, amante del mare e di coloro che lo abitano, tanto che, se solo potesse, si farebbe crescere le branchie, pur di vivere in acqua insieme ai pesciolini, nell'acquario di suo nonno, circondata dalle vasche, ci è nata e cresciuta, cullata come in un grembo materno dalle delicate movenze delle creature marine dai mille colori e dal dolce ondeggiare dell'acqua.

Il Gama Gama è stata la sua culla e la sua casa, perderlo è semplicemente inaccettabile ai suoi occhi, non tanto per quel che concerne il fallimento, quanto perché il Gama Gama è parte di lei.
Lei ha fatto ciò che era giusto, eppure eccolo lì. Il Gama Gama accatastato su sé stesso in attesa della demolizione. Come si fa a credere ancora che tutto andrà bene?

Al Tingaara, che per inciso fa sembrare il Gama Gama una boccia con dentro un paio di pesciotti rossi piuttosto che un acquario, Kukuru fatica a trovarsi a casa, complice il ruolo affidatole lontano dalle sue amate bestioline, mentre gli altri fanno il lavoro che sembra le sia stato cucito addosso, lei passa le giornate a farsi umiliare dal capo reparto e a sbattere la testa contro uno schermo.
Lei ha continuato a fare tutto giusto (più o meno), eppure eccola lì a farsi chiamare Plancton, mentre i pesci nuotano nelle loro vasche dall'altra parte dell'edificio.

Proprio sul momento di mollare, può essere soltanto Fuuka a riportarla a galla, perché lei lo sa bene cosa significa rinunciare a un sogno, e a detta sua è una pessima esperienza.
In mezzo al soqquadro generale in cui versano le scritture dei comprimari, a cui gli sceneggiatori devono delle scuse, a risaltare non possono che essere loro due: Fuuka e Kukuru appunto, perché schiena contro schiena non si può cadere, e il legame che le ha unite sembra renderle incrollabili. Kai si sarebbe fatto prendere a pugni per sempre, pur di vederla sorridere, ma i piani a quanto pare erano altri.

Complice una poetica schiusa di una manciata di uova di tartarughine di mare, Kukuru inizia a comprendere il vero significato di quelle parole che la accompagnano ogni giorno.
"Fa ciò che è giusto e tutto andrà bene."
Le cose, in qualche modo, hanno vita propria. Non dipende tutto da noi, o da Kukuru, ognuno ha la sua parte da recitare, e finché lei reggerà botta, il castello non crollerà; se poi ci sarà anche Fuuka a sostenerla, allora capirà che non esistono limiti, tranne quelli che ci diamo noi stessi.

A crescere, a maturare, dal Gama Gama al Tingaara e chissà dove poi, non è Kukuru. Lei è e rimane una sognatrice ingenua, non diversa da una dolce bambina volenterosa di dare il suo contributo al cerchio della vita. A crescere e a maturare è il suo sogno. Lei lo modella soltanto e lo guarda schiudersi, proprio come quelle tartarughe.
Sogno e realtà non sempre coincidono, anzi siamo proprio agli antipodi. Ma non è sbagliato, perché per avere un punto d'incontro ce ne dovranno essere due di partenza.
In fondo il Gama Gama è solo un acquario, come tanti altri, e il Tingaara pure; quel che conta davvero è solo dentro a Kukuru, che non riesce a smettere di dondolarsi tra sogno e realtà, finché non comprende che avere un sogno è più una condanna che altro, perché a lottare per il tuo sogno ci sarai sempre e soltanto tu.
Quel senso di smarrimento che ha caratterizzato Kukuru, quando per la paura di perdere il Gama Gama, quando per la paura di non riuscire a sorridere di fronte alle avversità del Tingaara, è comune a molti di noi. Ma bisogna accettare, piuttosto che imparare, che fa parte del gioco.

Kukuru non ha imparato, ha semplicemente accettato che a volte le cose fanno il loro corso. Che il Gama Gama sarebbe morto ne era consapevole, ma ha lottato comunque per difenderlo, ha fatto ciò che era giusto. Che sarebbe tornata con la coda tra le gambe dopo essere fuggita, lo sapeva, eppure è scappata lo stesso, ha fatto ciò che era giusto.
Come dice il nonno: "Continua a lavorare sodo, e qualche volta sarai ricompensata."
Per tutte le volte che l'hanno chiamata Plancton, che è stato un no invece di un sì, per il Gama Gama che non c'è più, per tutte le delusioni. Le cicatrici sono la testimonianza di Kukuru, come lo sono per tutti noi, che lei al suo sogno non ha mai smesso di crederci, anche quando avrebbe voluto.