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Nella letteratura favolistica occidentale, europea in particolare, credo non esista animale più bistrattato del lupo; cattivo per antonomasia, pericolo costante di adulti e bambini, ingannatore affabulante e mietitore di greggi, questa nobile fiera (che per chi non lo sapesse è anche l’animale simbolo nazionale del nostro Paese) ha vissuto solo in parte dell’ultimo secolo, dopo aver rischiato anche l’estinzione a causa dei danni recati agli insediamenti umani nel suo territorio, una platonica rinascita che l’ha portato ad essere conosciuto davvero quale animale fiero, forte e gregario, persino timido nel suo rapporto diretto con l’uomo. Anche in virtù di questo nuovo modo di vederlo, la sua figura immaginaria si è molto riabilitata negli ultimi anni, assurgendo spesso ad occupare un ruolo positivo e rassicurante rispetto al pericolo che doveva idealmente rappresentare per i bambini delle epoche precedenti, e un film che sottolinea particolarmente questa nuova posizione, sfruttando la figura del lupo come potenziale nemico in realtà non capito dell’uomo, è senza dubbio l’ultima opera di Tomm Moore e del suo studio irlandese Cartoon Saloon, ovvero “Wolfwalkers - Il popolo dei lupi”.

La pellicola è ambientata in Irlanda nel 1650, nella città meridionale di Kilkenny; qui troviamo la famiglia Goddfellowe composta dal padre Bill e dalla figlia Robyn, recentemente trasferitosi lì dall’Inghilterra in quanto il padre, noto cacciatore, è stato ingaggiato dal comandante del posto, Lord Protector, per eliminare i lupi che contrastano l’attività espansiva della città nella foresta lì vicino. Desiderosa di aiutare il padre nel suo lavoro, Robyn sgattaiola fuori dalle mura della città, nonostante lui le chieda ripetutamente di evitarlo per la sua sicurezza. In una di queste scorribande incontra un lupo che finisce per morderla, rivelando così la sua vera natura: il lupo in realtà è una ragazzina chiamata Mebh, ed è una wolfwalker, un essere che vive in simbiosi coi lupi e il cui spirito assume proprio la forma di un lupo quando va a dormire. Il morso ricevuto prima trasforma anche Robyn in una wolfwalker, e questo permette alle due ragazze di conoscersi meglio e cominciare a capirsi nelle loro differenze, ma, quando Robyn chiede a Mebh di allontanarsi da quel luogo insieme al branco di lupi, visto che gli abitanti della città vicina vogliono ucciderli, lei si rifiuta, in quanto è in attesa della madre, allontanatasi giorni prima per cercare un nuovo posto dove spostarsi col branco e tuttora dispersa.

Ignoranza contro conoscenza, scontro uomo natura, paura del diverso, sono questi insomma i temi principali che affronta “Wolfwalkers”, temi universali riscontrabili in tante produzioni (solo per restare in campo animato penso a “Principessa Mononoke” di Miyazaki o “Pocahontas” della Disney), ma riproposti in una storia coinvolgente con personaggi di facile presa ma non per questo meno interessanti, adatta al pubblico più giovane quanto a quello più adulto. In questo contesto spicca la dolce amicizia, ma tutt’altro che facile da gestire, tra le due bambine protagoniste, il vincolo capace di far superare reciproche differenze e diffidenze, una piccola fiammella in grado di illuminare il buio dell’inconsapevolezza nonostante l’ostilità dei cittadini di Kilkenny, incapaci di cogliere i loro errori, chiusi in una gretta ignoranza che si palesa tanto nei confronti dei lupi quanto dell’inglese Robyn. Tutto questo si esprime in un film armonioso, un’avventura avvincente e dal ritmo calibrato, ora vibrante negli scontri ideali e fisici tra i personaggi e le parti in causa, ora placido nei momenti più riflessivi e suggestivi, quando le beghe terrene lasciano il posto alla componente spirituale legata all’universo mistico dei wolfwalker.

Quest’immersione sensoriale nella visione del film è frutto della sua storia sì, ma soprattutto dei suoi disegni e della sua bellezza, perché “Wolfwalkers” è veramente uno di quei film che vale la pena vedere anche solo per come sono realizzati. Alla sua terza prova da regista di un lungometraggio, Tomm Moore (coadiuvato da Ross Stewart) chiude la personale trilogia legata al folklore irlandese come meglio non potrebbe, raccogliendo l’eredità di “The secret of Kells” e “La canzone del mare”, e riproponendo il proprio stile stilizzato e apparentemente semplice dove personaggi dai tratti spigolosi e un po’ grezzi si muovono su fondali meravigliosi, acquerelli lussureggianti dove la natura si esprime in tutta la primordiale bellezza, veri lavori artistici capaci di fare bella mostra di sé in qualsiasi raccolta di dipinti a tema. Tutto questo lascia piena libertà all’animazione in 2D (più o meno) classica, che qui si esprime in tutto il suo fascino e la sua immutata potenza; ogni movimento è fluido: l’acqua dei ruscelli che fanno capolino più volte nel fitto della foresta e scene come il branco di lupi che corre compatto come fosse un elemento unico valgono da sole il prezzo di un, metaforico in questo caso, biglietto. E ad amplificare ulteriormente questa sensazione, fa capolino l’incantevole colonna sonora, opera di Bruno Coulais e del gruppo folk irlandese Kíla, dove spicca un ri-arrangiamento del brano “Running With the Wolves” della cantante Aurora, canzone simbolo del film con la sua intensità e il suo testo espressivo che accompagna magistralmente il frammento del film che ho preferito. Buono è anche il doppiaggio italiano, scevro di non richiesti talent una volta tanto, ma affidato a validi esponenti del settore come Pasquale Anselmo e Christian Iansante, a cui si affiancano le giovanissime, ma già convincenti, Sofia Fronzi e Cinzia Virale nei panni delle due protagoniste Mebh e Robyn.

In sostanza, è davvero difficile restare impassibili di fronte a “Wolfwalkers”: avevo già apprezzato lo stile di Moore e dello studio Cartoon Saloon nel loro lavoro precedente, ma qui ho trovato anche una storia più coinvolgente e un ulteriore miglioramento di tutto il comparto tecnico. “Wolfwalkers” è un film che non ha niente da invidiare a produzioni più blasonate e anche più pubblicizzate, ma del resto la candidatura nella cinquina finale agli Oscar come miglior film d’animazione nel 2021 vale come biglietto da visita più di quanto possa mai dire, probabilmente; peccato che nel nostro Paese sia passato molto in sordina, mai uscito al cinema e solo in digitale su Apple TV+, un triste destino comune ormai sempre a più produzioni che si discostano da pochi blockbuster annunciati, giapponesi come occidentali, verso un parità prima invocata e oggi un po’ più vicina sì, ma nel senso opposto.