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Arrivati alla soglia dei trent'anni, le memorie davvero cadono spesso giù dal cielo inaspettate, solitamente non volute. Alla protagonista, sperduta un po' nella vita della grande Tokyo, accade lo stesso. Torna ad essere bambina, ad avere dieci anni. I suoi compagni di scuola la accompagnano via via nel viaggio che compie nelle campagne giapponesi, viaggio sia di lavoro che di piacere, ma fittizio, come molte di queste scampagnate che spesso facciamo per convincerci di avere ancora una liaison con un mondo naturale che, d'altronde, naturale non è. Lo spirito ambientalista, anti-urbano dello Studio Ghibli è anche qui ovviamente preponderante e la vita rustica è sicuramente idealizzata, ma se ne sottolineano anche le difficoltà, le mancanze, la solitudine che necessariamente attende chi si dedicherà ad un modus vivendi ormai retrogrado e superato. Non solo, Takahata ci ricorda che la conformazione dei panorami, del bello che vediamo nella natura georgica, è comunque frutto di antropizzazione, prodotto della tecnica di generazioni di lavoratori, sudore concretizzato e naturalizzato. Il film può risultare un po' lento e non sempre colpisce con un colpo allo stomaco, ma spesso lascia un sorriso dolceamaro, soprattutto quando si passa dai ricordi sfocati, dai colori pastello un po' sbiaditi, al volto serio della protagonista, che quei ricordi li sta producendo e vivendo nello stesso momento. Tanti dei dettagli della vita adolescenziale della protagonista non sono svolti. Non sapremo mai del suo primo amore, non sapremo mai di tante cose. D'altronde i ricordi arrivano così, a pezzi. Così come gli amori, come le persone, essi arrivano e velocemente spariscono, lasciando solo il ricordo di sé stessi, una scia profumata di muschio e nostalgia. Il finale, in cui i due mondi si riuniscono, sia quello della città che quello della campagna, sia quello del passato che del presente, lascia a bocca aperta.