Recensione
Come si dice "Amore"?
7.5/10
Questa recensione non contiene spoiler sul finale, ma potrebbe anticipare alcune vicende.
L’agenzia di viaggi “K-drama” ci offre un pacchetto vacanze che ci porterà in giro per il mondo: Corea, Giappone, Canada e Italia; il tutto rimanendo comodamente seduti sul divano.
Le vicende di Come si dice “Amore”? seguono l’interprete Joo Ho-jin che parla fluentemente tante lingue come inglese, giapponese e italiano, e la star internazionale Cha Moo-hee che si appoggerà alla sua traduzione per girare un programma.
Paesi diversi, culture diverse, lingue diverse. Eppure, nonostante la presenza di un ottimo traduttore, non sempre la comunicazione è chiara.
“Sai quante lingue ci sono nel mondo, signor Interprete? […] Ci sono tante lingue quante sono le persone. Ognuno parla la sua lingua. Ecco perché le persone fraintendono e si offendono a vicenda.”
(cit. Kim Young-hwan)
Il linguaggio non è solo questione di parole: quando si parla e si ascolta, ognuno porta con sé il proprio bagaglio di esperienze, le proprie emozioni e le proprie interpretazioni. Può capitare che, anche parlando la stessa lingua, non si riesca a capirsi l’un l’altro. Ed è questo uno dei temi fondamentali di Come si dice “Amore”?.
E a proposito di lingua: il primo consiglio che mi sento di dare è guardare il drama in lingua originale.
Il protagonista in alcuni episodi parla in italiano e il doppiaggio ci impedisce di comprendere il cambio di lingua, facendo così confusione.
In un episodio in particolare, cercando di creare meno scompiglio, si è addirittura trasformata un’orchestra italiana in spagnola, proprio per ovviare al problema della traduzione, ma generandone così un altro.
In generale, comunque, l’adattamento italiano non è stato dei migliori.
Oltre al problema dell’italiano, è presente anche quello della lingua giapponese che in alcuni dialoghi è doppiata e in altri no, confondendo ulteriormente lo spettatore.
Quindi, nonostante io sia spesso pro-doppiaggio, in questo caso mi sento di sconsigliarlo.
Dopo aver deciso con quale lingua affrontare questo viaggio, possiamo partire per delle nuove mete: posti stupendi e meravigliosi, alcuni molto vicini a noi.
L’Italia -e la mia Toscana- è quella che risalta di più per bellezza e fascino!
Luoghi come Civita di Bagnoregio, Perugia, Siena, i colli del Chianti e la bellissima libreria Giunti Odeon di Firenze (anche se nel drama è stata spostata in Canada) ci fanno sentire il mondo dei drama coreani più vicino a noi.
La fotografia è meravigliosa. I luoghi sono bellissimi, ma la regia è riuscita a renderli ancora più belli con riprese stupende e panoramiche mozzafiato che fanno da cornice a questa storia.
In questo percorso siamo accompagnati da personaggi interpretati da attori eccezionali.
Il protagonista è impersonato dall’affascinante Kim Sun-ho che, per me, può ricevere la cittadinanza italiana ad honorem anche subito: oltre a parlare giapponese e inglese, si è dovuto cimentare anche in tantissime battute in italiano.
Non è da meno nemmeno Ko Yoon-jung che aveva il difficile ruolo di interpretare due personalità completamente diverse e ci è riuscita con grande impatto: con un solo sguardo riuscivamo a capire chi era chi.
E cosa dire del principe del romanticismo? Non solo uno dei personaggi scritti meglio, con una crescita ben leggibile, ma l’interpretazione di Sota Fukushi è stata fantastica; ancora una volta ci incanta e ci stupisce (anche grazie ad alcune frasi pronunciate in coreano).
Ciò che disturba il nostro viaggio è una presenza un po’ inquietante che si mette sotto i riflettori a partire soprattutto dal settimo episodio: Do Ra-mi, la zombie del film interpretata dalla protagonista Cha Moo-hee, prende vita diventando quasi una sua personalità alternativa.
Oltre a diventare un personaggio ingombrante, Do Ra-mi non era poi così necessaria ai fini della trama: sono presenti già molti aspetti e vicende che potevano essere approfondite e aggiungere un altro personaggio, così importante, ha solo concluso che nessuno dei temi sia stato sviluppato in modo adeguato.
Il fattore stesso di un’altra personalità che si fa largo nella mente della protagonista è un tema interessante, poche volte visto sul piccolo schermo coreano –vi consiglio di recuperare Heal Me, Kill Me se vi interessa il problema-, ma qui è trattato in modo superficiale e non sviluppato al meglio, togliendo solamente spazio ad altre problematiche che potevano essere approfondite.
In conclusione, fate la valigia e preparatevi a partire; godetevi le prime sei tappe di questo viaggio e prendete le restanti sei nel modo giusto: gustatevi i paesaggi, amate i protagonisti e sorvolate sulla trama e sulle sotto-trame non gestite al meglio. Perché, nonostante tutto, il costo vale il viaggio.
L’agenzia di viaggi “K-drama” ci offre un pacchetto vacanze che ci porterà in giro per il mondo: Corea, Giappone, Canada e Italia; il tutto rimanendo comodamente seduti sul divano.
Le vicende di Come si dice “Amore”? seguono l’interprete Joo Ho-jin che parla fluentemente tante lingue come inglese, giapponese e italiano, e la star internazionale Cha Moo-hee che si appoggerà alla sua traduzione per girare un programma.
Paesi diversi, culture diverse, lingue diverse. Eppure, nonostante la presenza di un ottimo traduttore, non sempre la comunicazione è chiara.
“Sai quante lingue ci sono nel mondo, signor Interprete? […] Ci sono tante lingue quante sono le persone. Ognuno parla la sua lingua. Ecco perché le persone fraintendono e si offendono a vicenda.”
(cit. Kim Young-hwan)
Il linguaggio non è solo questione di parole: quando si parla e si ascolta, ognuno porta con sé il proprio bagaglio di esperienze, le proprie emozioni e le proprie interpretazioni. Può capitare che, anche parlando la stessa lingua, non si riesca a capirsi l’un l’altro. Ed è questo uno dei temi fondamentali di Come si dice “Amore”?.
E a proposito di lingua: il primo consiglio che mi sento di dare è guardare il drama in lingua originale.
Il protagonista in alcuni episodi parla in italiano e il doppiaggio ci impedisce di comprendere il cambio di lingua, facendo così confusione.
In un episodio in particolare, cercando di creare meno scompiglio, si è addirittura trasformata un’orchestra italiana in spagnola, proprio per ovviare al problema della traduzione, ma generandone così un altro.
In generale, comunque, l’adattamento italiano non è stato dei migliori.
Oltre al problema dell’italiano, è presente anche quello della lingua giapponese che in alcuni dialoghi è doppiata e in altri no, confondendo ulteriormente lo spettatore.
Quindi, nonostante io sia spesso pro-doppiaggio, in questo caso mi sento di sconsigliarlo.
Dopo aver deciso con quale lingua affrontare questo viaggio, possiamo partire per delle nuove mete: posti stupendi e meravigliosi, alcuni molto vicini a noi.
L’Italia -e la mia Toscana- è quella che risalta di più per bellezza e fascino!
Luoghi come Civita di Bagnoregio, Perugia, Siena, i colli del Chianti e la bellissima libreria Giunti Odeon di Firenze (anche se nel drama è stata spostata in Canada) ci fanno sentire il mondo dei drama coreani più vicino a noi.
La fotografia è meravigliosa. I luoghi sono bellissimi, ma la regia è riuscita a renderli ancora più belli con riprese stupende e panoramiche mozzafiato che fanno da cornice a questa storia.
In questo percorso siamo accompagnati da personaggi interpretati da attori eccezionali.
Il protagonista è impersonato dall’affascinante Kim Sun-ho che, per me, può ricevere la cittadinanza italiana ad honorem anche subito: oltre a parlare giapponese e inglese, si è dovuto cimentare anche in tantissime battute in italiano.
Non è da meno nemmeno Ko Yoon-jung che aveva il difficile ruolo di interpretare due personalità completamente diverse e ci è riuscita con grande impatto: con un solo sguardo riuscivamo a capire chi era chi.
E cosa dire del principe del romanticismo? Non solo uno dei personaggi scritti meglio, con una crescita ben leggibile, ma l’interpretazione di Sota Fukushi è stata fantastica; ancora una volta ci incanta e ci stupisce (anche grazie ad alcune frasi pronunciate in coreano).
Ciò che disturba il nostro viaggio è una presenza un po’ inquietante che si mette sotto i riflettori a partire soprattutto dal settimo episodio: Do Ra-mi, la zombie del film interpretata dalla protagonista Cha Moo-hee, prende vita diventando quasi una sua personalità alternativa.
Oltre a diventare un personaggio ingombrante, Do Ra-mi non era poi così necessaria ai fini della trama: sono presenti già molti aspetti e vicende che potevano essere approfondite e aggiungere un altro personaggio, così importante, ha solo concluso che nessuno dei temi sia stato sviluppato in modo adeguato.
Il fattore stesso di un’altra personalità che si fa largo nella mente della protagonista è un tema interessante, poche volte visto sul piccolo schermo coreano –vi consiglio di recuperare Heal Me, Kill Me se vi interessa il problema-, ma qui è trattato in modo superficiale e non sviluppato al meglio, togliendo solamente spazio ad altre problematiche che potevano essere approfondite.
In conclusione, fate la valigia e preparatevi a partire; godetevi le prime sei tappe di questo viaggio e prendete le restanti sei nel modo giusto: gustatevi i paesaggi, amate i protagonisti e sorvolate sulla trama e sulle sotto-trame non gestite al meglio. Perché, nonostante tutto, il costo vale il viaggio.