Il pianeta Terra, in seguito ad un’invasione aliena, è oggi interamente occupato da biomacchine, obbligando ciò che rimane della razza umana ad un esodo sulla Luna. Qui, gli scienziati, danno vita all'unità YoRHa, un'organizzazione che spedisce androidi sulla terra per combattere una guerra contro le biomacchine nella speranza, un giorno, di riconquistarla. La storia segue 2B, un androide di fattezze femminili di tipo combattimento molto fredda e distaccata, e il suo attuale collaboratore 9S, androide di ricognizione, che al contrario si dimostra curioso e sorprendentemente emotivo. Tra missioni apparentemente di routine e numerose battaglie, i due scopriranno sconvolgenti verità sul mondo e su loro stessi.


Sette anni, tanti ne sono passati dall’uscita del primo NieR. L’action-RPG di Cavia e Square Enix passò abbastanza inosservato, un po’ per attenzioni rivolte al contemporaneo e ben più altisonante Final Fantasy XIII, un (bel) po’ a causa di recensioni di testate giornalistiche anche importanti che dire superficiali sarebbe fargli un complimento. Magari alcuni di quei redattori sono gli stessi che da mesi caricano l’hype di NieR: Automata, e gli stessi giocatori che lo ignorarono sono quelli che invadono ora i social scrutando il fondoschiena di 2B pensando, sotto sotto, quanto siano banderuole al vento esattamente come la gonna della succitata protagonista. O forse no. Ma questo è il marketing.

Che come videogioco in sé, NieR avesse i suoi difetti, è fuori di dubbio, che questi però non gli abbiano impedito di diventare un cult tra coloro che scavarono a fondo l’opera di Yoko Taro, risollevandola dal fango di voti ignobili assegnati da chi non aveva neanche visto i titoli di coda, è anch’esso fattore indiscutibile.
I motivi sono molteplici e meriterebbero spazio a parte, ma chi ha giocato ai Drakengard dovrebbe già avere in mente il modus operandi di Yoko Taro e il suo team: la peculiare narrazione che necessita di più playthrough per mostrare la sua essenza, il disagio continuo che scaturisce giocandoli, l’inaspettato umorismo in controtendenza ad una drammaticità forte ma mai gratuita (differente, ad esempio, dal mondo otaku/pulp di Suda51), i capovolgimenti di ruoli, i finali sconcertanti e via di questo passo.  
A ciò si aggiungono personaggi dal grande carisma, tanto esasperati nei loro tratti caratteristici quanto imprevedibili nei risvolti narrativi, scelte di design del tutto anticonvenzionali (cambi di inquadrature vari, incursioni in altri generi, boss simili a Manic Shooter, rhythm game, save data autodistruttivi e addirittura una fase di avventura testuale, per quelli che con Undertale hanno urlato al capolavoro sperimentale), per finire con una colonna sonora fuori dal mondo per qualità, e si ha un’idea di cosa sia stato e cosa è ancora NieR per i suoi fan, e solo vagamente si può immaginare cosa abbiano provato nel momento in cui Square Enix ne ha annunciato un insperato seguito, sviluppato nientemeno che dai bravissimi Platinum Games, maestri assoluti del genere action, giapponese e non.


Se il non aver giocato il primo NieR può essere una normale mancanza, questo non deve assolutamente passare per un deterrente, il primo quesito che potreste chiedervi è quindi se sia necessario fruire del capostipite per comprendere appieno Automata, e la risposta è: non essenziale. NieR: Automata è ambientato nello stesso mondo di NieR (scaturito a sua volta dall’apocalittico finale E di Drakengard) ma si svolge talmente avanti nel futuro (migliaia di anni) da non rendersi necessaria la conoscenza degli eventi del primo NieR per gustarsi la storia, tolti alcuni riferimenti e un paio di personaggi ricorrenti. Dissipato quindi questo dubbio, NieR: Automata non tradisce ma anzi perfeziona e amplia la struttura multi-playthrough del suo predecessore aggiungendo scenari, rivelazioni e modificando notevolmente l’esperienza di gioco dalla seconda partita, rendendo tutt’altro che snervante ricominciare il gioco.
Dire altro sulle successive route si incapperebbe in facile spoiler, ma preparatevi a non dare nulla per scontato in NieR: Automata, siate dubbiosi, scavate a fondo l’opera di Yoko Taro, solo così ne coglierete l’immensa profondità che su schermo supera quella, già magistrale, del precedente capitolo, che aveva come unico limite quello di richiedere notevole approfondimento di molteplici informazioni al di fuori del videogioco stesso, tra novel e guide book.

Yoko Taro ancora una volta ha fatto centro con una storia di ampio respiro, non passerà molto prima che 2B e 9S scopriranno un aspetto inedito del nostro (ex) pianeta terra, popolato da queste biomacchine che, ancora connesse ai vecchi ordini dei loro padroni alieni scomparsi da tempo ormai assenti, attacca il nemico come, appunto, delle macchine, senza fine. A queste si sono però create attorno delle comunità di biomacchine senzienti, capiterà quindi di trovare villaggi pacifisti, religiosi e addirittura fondamentalisti; queste macchine con il passare dei secoli si sono disconnesse dalla rete, dalla loro natura di macchine omicide, divenendo sempre più simili a quegli umani che un tempo abitavano questi luoghi.
NieR, dopo averci fatto sterminare centinaia di “shades” per il nostro tornaconto, ancora una volta ci pone degli interrogativi morali prive però di facili risposte, istiga il dubbio nel videogiocatore in un vortice di eventi e violenza che da una parte lascia barlumi e speranza, ma dall’altra non sembra concedere redenzione e non dà modo di fermarne o deviarne il meccanismo, del tutto scevro di quella retorica del bianco e del nero che in maniera troppo assodata attanaglia il videogioco di massa tradizionale.


I personaggi di NieR: Automata spiccano come da tradizione grazie ad un’eccelsa caratterizzazione, col tutto che si sta parlando di esseri artificiali, ma è proprio qui che il nuovo capitolo si distanzia maggiormente dal precedente. 2B è un semplice capolavoro di design (Akihiko Yoshida), e la quantità immonda di fan-art e annessi sta lì a dimostrarlo: la sua freddezza racchiusa in un mix di forza ed eleganza, la rende incredibilmente cool, un fascino sobrio del tutto diverso da quella, per scomodare un’altra creatura di Platinum Games, di Bayonetta, qui siamo più dalle parti di Motoko Kusanagi versione filmica (e non è l’unica cosa che ci ricorderà il capolavoro di Mamoru Oshii) ma con meno badass e più grazia adolescenziale. 9S è invece il bishōnen che tempesterà la suddetta di mille domande, il suo essere un androide atipico, dall’immensa conoscenza (del resto è uno scanner) ma da cui scaturiscono continue emozioni non facili da reprimere, che lo rendono inizialmente un partner affidabile ma anche dagli sviluppi imprevedibili.
Chiude il trittico di protagonisti la misteriosa A2, che però impareremo a conoscere solo dopo aver completato la storia di 2B, ma in ogni caso tutti i personaggi, inclusi anche i secondari, uno più strambo dell’altro, sapranno divertire e commuovere, e se avete sentito un vuoto straziante nel separarvi da Emil e Kaine allo scorrere dei titoli di coda del primo NieR, si scolpisca pure sulla pietra che Automata non deluderà sotto questo aspetto grazie ad un magistrale livello di scrittura. A voler proprio trovare un minus, a volte si sente terribilmente la mancanza delle continue battute al vetriolo di Grimoire Weiss e del colorito linguaggio di Kaine, ma questa è una cosa che solo i fan di NieR potranno provare.


Nella parte giocata entra in scena la classe di Platinum Games, che prende un genere non suo (l’action-rpg) plasmandolo con estrema perizia. Il sistema di combattimento rasenta la perfezione, ha il pregio di non richiedere lunghe e astruse manualità come in Bayonetta e Metal Gear Rising ma al contempo si presenta profondissimo nella sua personalizzazione. Per lo scontro ravvicinato, 2B avrà a disposizione due set in cui equipaggiare altrettante armi, una per l’attacco leggero e una per quello pesante, e a seconda dello slot ogni arma (ovviamente potenziabile) si comporta in modo differente. Per gli attacchi a distanza sarà fatto affidamento invece al Pod, quell’affare cubico che ci svolazza intorno, che in base a come viene programmato, può sferrare diversi attacchi o erigere barriere allo sfiorare dei tasti R1 e L1.
Sul fronte del potenziamento dell’androide stesso andranno utilizzati degli specifici chip, acquistabili o reperibili in vari modi, da aggiungere al suo sistema operativo, che non solo vanno ad incidere sulle sue performance in battaglia e nell’aumento di attributi, ma gestiscono anche aspetti come la minimappa su schermo, l’interfaccia, le icone, raggiungendo una personalizzazione totale. In base allo spazio a disposizione per i chip vi capiterà di dover rinunciare a vedere i punti vita dell’avversario in cambio, ad esempio, di uno specifico scanner o di una maggior velocità nella corsa, mentre rimuoversi il chip del sistema operativo può essere un modo originale di togliersi la vita.
In quanto a puro gameplay il titolo Platinum Games non delude le aspettative, muovere 2B e gli altri androidi che andremo ad utilizzare è una vera delizia tra schivate e contrattacchi, la varietà dei nemici e la personalizzazione sono sufficientemente generosi da garantire decine di ore di puro divertimento, il tutto con a disposizione un’area di gioco abbastanza ampia.


NieR: Automata come il suo predecessore è sempre pronto a stupirci con invenzioni registiche che si traducono in repentini cambi di visuale, avvincenti fasi shooter e diverse soprese che è meglio non svelare, e la prima parte di Final Fantasy XV dovrebbe prendere appunti dal titolo Platinum Games su come si dovrebbero strutturare delle side-quest dato che queste, nonostante non si discostino troppo dalle solite mansioni di raccolte e ricerche varie, hanno quantomeno il pregio di approfondire le comunità e la natura dei luoghi che visitiamo, con dialoghi e scene aggiuntive a volte anche sorprendenti, dando solo di rado la sensazione di essere ideate per fare numero.
Tramite esse 2B e 9S interagiscono con le macchine, sempre più simili e assimilabili agli umani che un tempo abitavano questi luoghi, venendo così al corrente di usi, pensieri e ideologie, seppur distorti e che spesso faranno a pugni con il loro modo razionale, da androidi, di ragionare e prendere decisioni. Eppure sarà proprio l'umanizzazione di uno dei due a portare la storia verso un epilogo di rara forza emotiva.

Tecnicamente NieR: Automata è altalenante, alterna ambienti vasti ma abbastanza spogli (le rovine della città) ad altri decisamente più curati (il luna park, il castello). Data l’affinità di ambientazione post-apocalittica-robotica, l’impatto iniziale dopo una sessione a Horizon: Zero Dawn potrebbe essere devastante, ma oltre a non prefiggersi lo scopo di far cadere mascelle a terra con un engine di primo piano, il gioco Platinum Games saprà supplire ai suoi limiti con grande abilità nel confluire le due anime del gioco, quella hack ‘n slash e quella RPG open world, elargendo anche vette di valenze artistiche e naturalezza nel passaggio delle diverse fasi di gameplay. Il tutto si muove alla fluidità dei sessanta frame al secondo che scende in base alle situazioni, in particolare nei cambi di inquadratura, su PS4 standard come in misura minore su modello Pro, ma comunque raramente sotto i quaranta e praticamente mai sotto la soglia simbolica dei trenta frame. Si sono presentati alcuni bug di varia natura e altre stranezze, ma nulla a cui le già programmate patch correttive non possano rimediare.

Sarà difficile invece rimediare all'assuefazione da ascolto della colonna sonora, composta da Keiichi Okabe e Keigo Hoashi, già autori della monumentale OST di NieR; quella di Automata si impone su di essa in varietà, con molte più tracce ad evitare annessi loop, tra rimandi al primo capitolo con il gradito ritorno della soave voce di Emi Evans, influenze di Kenji Kawai (si ritorna su Ghost in the Shell), brani classici sporcati da tonalità meccaniche (il Junk Heap del primo NieR con la sua particolarissima “The Wretched Automatons”, ci appare quasi profetico) mantenendo quell’atmosfera malinconica e di oppressione che permeava il precedente capitolo e che ne hanno decretato l’apprezzamento. Grande cura è riposta anche al doppiaggio, data la particolarità dei personaggi principali di presentarsi con occhi bendati per la maggior parte del gioco, la recitazione e l’animazione del corpo ricoprono un ruolo di vitale importanza per la riuscita delle cutscene, e pertanto vi è stata dedicata particolare enfasi.

 

In NieR: Automata è inappuntabile il voler reiterare valori di gameplay di scuola nipponica, con concessione di questo character design scolaresco, con raffinatezza ma meccanico fragore da scuotere gli schemi e gli schermi ad ogni affondo dell’androide da battaglia. Qui perviene la classe assoluta di Platinum Games come perfetto mezzo decretato al futuro di sterminio della razza umana immaginato dalla mente distorta di Yoko Taro, indegna di ripopolare il suo mondo, un mondo in cui la guerra divora tutti senza distinzioni di razze, politiche e orientamenti sessuali, con robot maschi con voci da femmina, robot che riscrivono a loro modo Shakespeare e robot religiosi che si suicidano.
Le macchine che imitano l’uomo.
Non c’è spazio in questo mondo per una pur lodevole Aloy, troppo facile femminismo da reazione post-Gamergate, non vi è eroismo elitario in Automata bensì una forma videoludica di egualitarismo, tutti uguali nel tentare di sfuggire alla completa distruzione, con estrema forza in un turbinio di emozioni, senza che nessuno ti erga a paladino da riscatto. Allo scendere dei titoli di coda, sulle note di The Weight of the World si penserà a NieR, a ciò che è stato e sarà, fino a realizzare che siamo qualcosa oltre l’effimero intrattenimento.