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"Io sono un cattivo, e questo è bello! Non sarò mai un buono e questo non è brutto. Non vorrei essere nessun altro, a parte me!"

Questo è il motto che i cattivi videoludici pronunciano al termine di ogni esilarante sessione terapeutica di gruppo. Ma cosa succede quando uno di questi, Ralph, decide, dopo aver distrutto palazzi pixellosi per trent'anni, di andare a conquistarsi una medaglia e assieme ad essa un po' di sana considerazione? La catastrofe, ovviamente, perché un gioco elettronico non può avviarsi senza la presenza dell'antagonista principale e rischia perciò di venire "scollegato", provocando con ciò la morte virtuale di tutti i suoi abitanti.

L'incipit di Ralph Spaccatutto, 52° "classico" Disney, non è certo dei più originali: fin da queste prime righe si possono avvistare gli spettri di "Toy Story" e "Mosters & Co." per l'idea del multiverso, di "Shreck" "Megamind" e "Cattivissimo me" per la caratterizzazione del protagonista, che è poi il fenotipo del cattivo da fiaba: grosso, rozzo e trasandato, con un'aura di antipatia apparente pari solo al suo olezzo. Sappiamo pure che Disney non è nuova a soggetti non originali e, anche quando non si tratta di adattamenti, i suoi cartoons hanno trame banalissime, estremamente lineari, la cui forza è nella potenza suggestiva del reparto artistico e nell'abilità di gestione di archetipi eterni. Nulla di nuovo sotto il firmamento degli Oscar, diranno alcuni: invece no, perché come spesso avviene un buon prodotto può diventare un capolavoro grazie alla sola qualità profusa nella realizzazione, a scapito della portata rivoluzionaria delle sue fondamenta.

A ben vedere qualcosa di nuovo in Ralph Spaccatutto c'è, ed è il setting stesso. Non si era ancora realizzato un lungometraggio animato interamente ambientato in un sotto testo video ludico, dove le persone reali svolgono la mera funzione di "player" delle avventure dei personaggi digitali. Nessuno prima d'ora aveva osato portare la telecamera oltre il monitor del cabinato, mostrare cosa succede quando le luci della sala giochi si spengono: i personaggi, come i giocattoli o i mostri di qualche anno fa, lasciano le loro postazioni e si ritrovano nella Game Central Station, ciclopico punto di raccordo tra i vari videogiochi arcade. Qui può capitare di trovarsi nel primo livello di Pac-Man per una riunione aziendale, di prendere una birra al "Tapper" con Ryu e Ken di "Street Fighter", di ascoltare gli ammonimenti di Sonic o di donare un obolo a poveri "senza consolle" come Q*bert. Il sogno di milioni di ex-bambini degli anni '80 e '90 si è finalmente realizzato: partecipare a un gigantesco cross-over virtuale e generazionale, a una "caccia" al ricordo di infanzia proiettato su schermo. Gli spettatori potranno ragionevolmente riscontrare in questa operazione una certa malizia da parte di Disney e di chi ha concesso la licenza per simili celebrities: il mondo dei videogiochi al momento attuale è sicura calamita di genitori, pargoli e geek di ogni razza e età, si possono fare milioni a solo citarlo. Difatti nella prima mezz'ora del film i riferimenti nerd si sprecano e, se da un lato va premiata la cultura e l'inventiva degli autori nel realizzarli (insuperabili i crediti finali), dall'altro si deve segnalare l'invadenza iconografica degli stessi, come questi disperdano l'attenzione dello spettatore che invece dovrebbe seguire le arzigogolate basi su cui poggia il sistema. Fa sempre piacere ritrovare il pessimo accento russo di Zangief e il punto esclamativo di "Metal Gear Solid", ma se per accorgersene bisogna perdere il filo del monologo di Ralph, in cui si illustra tutta la mediocrità della sua esistenza e il suo complesso di inferiorità nei confronti degli eroi, che senso ha? C'era bisogno di uno "Scott Pilgrim vs. the kids"? Non credo proprio.

Per fortuna anche alla Walt Disney Animation Studios (WDAS) se ne sono accorti e al terzo rifacimento del copione hanno assunto alla regia nientepopodimeno che Rich Moore, dietro raccomandazione del patron della Pixar John Lasseter. Moore è un alieno alla Disney, ma ha diretto il film dei Simpson e alcuni degli episodi più belli di Futurama. Nel laboratorio di Groening sanno perfettamente come muovere, da uno spunto quotidiano, una trama intricata eppure dotata di una coerenza interna, capace di tenere lo spettatore con il fiato sospeso tramite un ragionato sistema di scatole cinesi. Moore è perfettamente in grado di vivacizzare il blando plot di Ralph Spaccatutto, di togliergli quella patina di "già visto" e caricare i dialoghi di pungente ironia e intelligenza. Mi azzardo a sancire che nel prodotto finale il regista è riuscito a superarsi in una perfetta armonia di ricercatezza e sintesi concettuale. Appena Ralph lascia la Game Central Station, e con essa l'ingorgo di guests, il film decolla. Prima approdato su "Hero's Duty", brillante satira non-violenta di sparatutto violenti e chiassosi, poi su "Sugar Rush", zuccherosa fusione di Mario kart e Pasticciopoli, Ralph ha modo di allargare i suoi orizzonti e maturare. Capisce che non serve a niente una medaglia se non è prova dell'affetto e del rispetto di qualcuno; che non conta quello che fai, quello che gli altri vedono in te, ma quello che sei, come ti senti agli occhi del resto del mondo. Episodio cruciale per il raggiungimento di questa consapevolezza è l'incontro/scontro con Vanellope von Sweetz, piccolo e pestifero glitch dell'altrimenti perfetto gioco di corse arcade; una presenza ancora più solitaria e miserevole della sua, poiché è un'indesiderata, prigioniera di un mondo che non la vuole. Il focus del film si sposta gradualmente da lui a lei, e nel progressivo svelarsi degli altarini, del marcio occultato sotto i confetti e la melassa sponsorizzata, se ne capisce pure il motivo. Non svelo altro per non rovinare la sorpresa a qualcuno, posso però assicurare che non mancheranno i momenti di grande adrenalina e pathos.

Ci sono tanti pregi eclissati dai camei ruffiani in Ralph Spaccatutto: un intreccio narrativo una volta tanto complesso, ramificato e trascinante, dove nessun elemento si rivela poi accessorio; una coppia di protagonisti irresistibili, estremi rappresentanti del disagio della modernità eppure già iconici; una comicità dissacrante che lascia spazio al "pedagogicamente scorretto", alle simil-parolacce, a scambi di battute fulminanti; un ottimo comparto tecnico e sonoro che pure non raggiunge l'eccellenza Pixar; ultimo ma non ultimo, un cast di comprimari funzionale, ben riciclato da stereotipie Disneyane. Felix Aggiustatutto, "antropomorfizzazione" del Topolino cartaceo, e il "cazzutissimo" sergente dal cuore tenero, Calhoun, non ispirano empatia presi da soli, ma insieme formano un'altra coppia irresistibile; allo stesso modo è salacemente inquietante, con quel look alla Cappellaio Matto, il tenero Re Candito. I piloti di "Sugar Rush" sono delle chicche di design, i Belpostiani sono il trionfo della mentalità condominiale e perfino gli Scarafoidi, nel loro piccolo, hanno il loro perché. Più di ogni altra cosa, e so di dire una banalità, Ralph Spaccatutto è intriso di umanità, di universalità, di passione e di efficacia espositiva: in altre parole, è un classico Disney a tutti gli effetti.

Prima di mollare la presa su questa lunghissima recensione, a costo di attirarmi le ire dei lettori, devo fare un punto sulla costante stilistica di WDAS, mai così eloquente. Devo iniziare con una dolorosa premessa: non rivedremo un lungometraggio Disney in 2D prima di molto, molto tempo. I flop (immeritati, a mio avviso) al botteghino de "La principessa e il ranocchio" e "Winnie the Pooh - Nuove avventure nel bosto dei 100 acri" hanno sancito la vittoria della CGI come unica forma espressiva capace di attrarre il target di riferimento. Detto questo, è un piacere constatare che finalmente WDAS ha trovato, a fronte di notevoli progressi sul fronte tecnico, una sua identità artistica. Se nei film Pixar modelli poligonali fortemente geometrici vengono fatti calare in un contesto iperrealistico, dal sapore urbano pure nelle rappresentazioni più fantasiose, a partire da "Rapunzel - L'intreccio della torre" si ha il procedimento inverso: figure umane dalle proporzioni verosimili e dalle morbidezze canoniche che si muovono in ambientazioni pittoriche, dalle forti predominanze cromatiche e povere di barocchismi, di dettagli contestualizzanti. I tre mondi in cui è ambientato il film sono diversissimi tra loro eppure stilisticamente affini, perciò non si ha alcun senso di rottura, di smarrimento quando Ralph si muove dall'uno all'altro. Si deve notare lo sforzo titanico operato per far coesistere personalità di estrazione eterogenea e mantenere il più possibile il loro aspetto fedele al concept storico. Merita infine un plauso la cura profusa nelle animazioni facciali, così espressive da poter quasi toccare i fasti dell'animazione analogica.
Cos'altro aggiungere a questo pedante invito alla visione di Ralph Spaccatutto? Non si spaventino gli adulti allergici ai coin-up, il film è godibilissimo anche per chi non mastica la materia, anzi correrà meno il rischio di perdere dei passaggi narrativi. Quanto ai più piccini…Ammesso che non colgano gli ammiccamenti a un passato che non è loro, saranno conquistati dalle tonnellate di dolciumi digitali e dal sarcasmo infantile di Vanellope.

Di solito sono contriaria ai sequel, ma l'universo video ludico è così ricco di materiale cui attingere e i personaggi originali sono talmente accattivanti che... Vai, Ralph, spacca tutto!