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Il 2017 per Masaaki Yuasa è stato un anno di indefesso e febbrile lavoro, con tre opere in attivo. Il regista non è estraneo al riadattare opere altrui, che siano romanzi ("The Tatami Galaxy", "The Night is Short", "Walk on Girl") o manga ("Ping Pong"), e generalmente lo fa lasciando una propria impronta tecnica peculiare, ma mantenendo una forte aderenza alle vicende già narrate. "Devilman Crybaby" ha confermato il tutto, per quanto le vicende narrate, nel particolare, siano state in generale edulcorate dal punto di vista dell'ambientazione e alterate nei casi specifici.

Il manga di Gou Nagai, un assoluto capolavoro a livello concettuale per quegli anni, soprattutto per gli spunti dati (non molto per la tecnica o per come effettivamente quegli spunti sono stati trasformati in vicende narrate), necessitava comunque di essere svecchiato e ripulito. I produttori, comunque, han rischiato molto affidando questo arduo compito a Yuasa, che, oltre a spolverare, tende a ristuccare, rimodellare e ridipingere quel che gli capita sottomano. Yuasa ha forgiato un'ambientazione completamente contemporanea e vibrante, in cui possiamo ben immedesimarci noi uomini dell'ora, sostituendo ciò che effettivamente non era più accettabile. Quei teppistelli da strada che Nagai ideò come iniziali antagonisti potevano avere ancora un senso negli anni '90 e nei primi anni 2000, in particolare sulla scia di "GTO", ma oramai sarebbe stato completamente anacronistico introdurre dei personaggi che rappresentassero in quel modo, un po' naive, la rivolta antisociale contro la società del momento. È chiaro a tutti, invece, grandi e piccini, che coloro che attualmente interpretano il ruolo (spesso e volentieri fittizio e meramente di facciata) di portabandiera della fisiologica voglia di rivalsa della gioventù sono i rapper, o comunque chiunque proviene dalle varie branche dell'hip-hop. Usare, perciò, dei ragazzi dediti al free-style come interpreti di questo ruolo è stata una mossa sensata, e il dar loro uno spazio notevole, con l'introduzione di diverse decine di secondi di free-style (oltretutto con un flow notevole), è stato un qualcosa in più, che non vedo però come possa essere negativo nei confronti del prodotto. Una volta che ci sono dei rapper, è fisiologico ci sia del rap, alla fin fine.

Un altro punto che è stato a mio parere ben digerito da Yuasa e meglio direzionato è stato il concetto sessuale che Gou Nagai aveva timidamente (per i nostri canoni) accennato. Gli anni '70 erano gli anni della liberazione sessuale, ma i restringimenti esistevano ancora, e, per quanto non sia un intenditore di fumettistica di quel periodo, dubito fosse la norma mostrare pubi e seni femminili. Gou Nagai, perciò, immagino avesse fatto un passo al di fuori della norma, sia per l'immane violenza che per l'accennata sensualità dei personaggi umani (i demoni, invece, paiono carenti di desiderio, seppure siano spesso voluttuosi, come Siren). Yuasa ha ripreso ciò e, trasmettendolo nel nostro mondo, notoriamente iper-sessualizzato, spesso fino alla risibilità, ha giustamente spinto sull'acceleratore del sesso. Non credo affatto abbia, oltretutto, esagerato. Non tutti i personaggi sono sessualizzati, anzi. Mentre Nagai aveva abbondato con la nudità un po' in generale, aveva però creato una parvenza di sessualità solo in relazione a Miki e al suo rapporto con il nuovo mascolino Akira. Una specie di adolescente in subbuglio ormonale. Yuasa, al contrario, non dà agli umani alcuna sessualità, ma la affida quasi esclusivamente (tolta una scena di masturbazione di Miko) ai demoni o ai Devilmen, come rappresentazione del loro istinto e della loro iper-sessualità, secondo i notori racconti popolari e la mitologia cristiana del diavolo tentatore. Ciò non può che avere più senso e più pregnanza rispetto a una rappresentazione, invece, di demoni intenti solamente a nutrirsi e combattere. Lo stesso Akira, oramai già fuso con Amon e la sua passionalità barbarica, pare, in un episodio, incapace di trattenere i propri istinti, a un passo dallo stupro della bella, ma completamente asessuata - al contrario del manga - Miki. Per quanto una grossa pecca dell'anime sia la mancanza di caratterizzazione di molti personaggi, Akira è al contrario perfetto, sebbene questa perfezione sia costata un po' a livello di trama (i genitori, in particolare, hanno dovuto assumere un ruolo nuovo). Nel manga di Nagai la mutazione caratteriale del protagonista è assoluta, irrimediabile: si passa dal piagnone al vero uomo amaro. Akira continua a riferire di avere un cuore umano, ma sarebbe stato meglio avesse asserito di avere ancora un cervello e una volontà umane. Qualsiasi emozionalità pareva, nel protagonista del manga, scomparsa. Yuasa ha capovolto ciò, reintroducendo, nel nuovo "Devilman", la caratteristica più peculiare del suo vecchio io, ossia i dotti lacrimali sempre beanti, le lacrime facili. Ciò ha dato, al protagonista, una valenza emotiva notevole, che nel manga manca completamente, portata però un po' al pleonasmo e all'esagerazione nella pessima e penosa scena della fila per gli abbracci, da qualcuno giustamente definita "un'americanata".
Quando ai personaggi è stato dato spazio, quando la trama è stata slargata - anche se snaturata - per dar loro questo spazio, Yuasa è riuscito nell'intento. Akira e il padre di Miki sono quelli a cui mi riferisco, principalmente.

Purtroppo l'opera di Yuasa non è stata perfetta. La capacità di scandagliare alcuni personaggi si accompagna all'impassibilità di altri, Miki in particolare, e l'inutilità di molti altri, tra cui Miko, mero archetipo della gelosia e dell'invidia. Lo stesso Ryo, fondamentale individuo, assume un ruolo di dubbio gusto, trasformandosi dall'iniziale co-protagonista del manga, in continua evoluzione - anche se lenta -, in una sorta di ricco mecenate, freddo e impassibile, sempre circondato da incandescente bianco, incapace di evolvere, non avendo avuto un ruolo particolarmente definito. Per quanto tutte le vicende finali abbiano avuto il sapore della fretta e l'intero concetto di delirio e pandemonio planetario che si respirava nel manga sia qui quasi completamente secondario, è in particolare la trasformazione di Ryo che manca quasi completamente di solidità. Avviene subitaneamente, improvvisamente, e lascia un senso di mancanza che neppure il finale 'evangeliano', come sottolineato da qualcuno, riesce a colmare a dovere. Un personaggio così importante come Ryo sarebbe dovuto essere mantenuto come tale o migliorato, e non, a mio parere, peggiorato in tal modo.

In complesso, sento di consigliare la visione sia ai fan di Yuasa, che troveranno qui un prodotto di qualità, sia ai fan di Nagai, che troveranno qui un prodotto nuovo e l'unico che sia riuscito nel sanare alcune - a mio avviso - pecche originali, pur introducendone di nuove.