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Yoshihiro Tatsumi è il padre del Gekiga, una delle correnti fumettistiche più importanti del mondo del fumetto e che a ben guardare è più in voga ora che 60 anni fa. Questo è dovuto al fatto che la scoperta di questi autori del gekiga è avvenuta piuttosto tardi per l’occidente, grazie solo a qualche illuminato come Spiegelman, Igort, Mazzucchelli o Tomine, ma la vera ondata si è avuta quando purtroppo gli editori avevano già pubblicato un numero spropositato di manga di facile presa e il rapporto qualità – soldi facili iniziava a calare drasticamente. Ecco che in un ambiente colmo di operazioni commerciali si è avvertito il bisogno fisiologico di un’alternativa, sia da parte degli editori e sia da parte dei lettori, un vero cambio di rotta, che poi è proprio ciò che rappresentò il Gekiga in Giappone in quegli anni.

Questa raccolta edita dalla neonata Oblomov si rifà all’edizione singaporiana denominata Midnight’s Fishermen e da quel che ho potuto capire non ha un corrispettivo giapponese, ma in ogni caso si tratta di 9 capitoli pubblicati su rivista tra il ’72 e il ’73.
Come è solito fare del Gekiga queste sono storie che descrivono apertamente la situazione del Giappone di quegli anni, un Giappone che è riuscito a liberarsi dall’occupazione americana ed è riuscito ad emergere, a sfociare in quello che poi sappiamo essere “miracolo economico”.
Lo stesso Tatsumi ci spiega in un’intervista il suo scopo e la situazione di allora, quella che vedeva il Giappone come un gigante economico e come alla crescita delle grandi industrie corrispondesse un enorme accumulo di spazzatura, allo stesso modo la gonfia economia produceva i reietti della società. Tatsumi non ha dovuto fare altro che trasporre su carta le sue riflessioni e i suoi sentimenti.
Sebbene in queste storie non si concentri affatto su questioni etiche e sociali come il nucleare o la guerra ma solo ed esclusivamente sui reietti e sulla difficile gioventù, le storie – con queste pretese – sono chiaramente spietate e pessimiste.
Quello era un periodo in cui abbondavano le manifestazioni studentesche, vi era un vento freddo che soffiava da una guerra invisibile, ma anche intellettuale, in cui si pensava ai possibili cambiamenti, alla rivoluzione; l’aria urlava libertà, mentre i palazzi e le industrie toglievano spazio soffocando chi non era alto abbastanza per respirare liberamente perché, si sa, l’aria inquinata si ammassa sul fondo.
E’ proprio in questo ambiente che Tatsumi documenta le vite, la sopravvivenza, di questi disgraziati con un tratto sgraziato a prima vista, fatto di linee grosse al punto che sembrano un fardello talmente pesante da piegare i protagonisti e renderli gobbi. E’ tramite questo suo semplice stile che sonda questi atti disperati, ma attenzione a definirlo banalmente brutto in quanto è uno stile coerente e consapevole; la sottrazione ideata da Tatsumi e gli altri esponenti è tutt’altro che banale, infatti quando c’è la necessità di dettagliare ecco che i tratteggi si infittiscono.

Tutte le storie sono legate da un fattore comune, cioè l’impossibilità di risalita, è come se i reietti fossero finiti nelle sabbie mobili e non c’è una sola fune a tirarli fuori. Forse il capitolo finale, Il Pesce Lanterna, è quello che più di tutti ci fa capire ciò tramite il simbolismo del pesce in questione, che essendo abituato alle profondità marine è impossibilitato ad uscire fuori dall’acqua per via della differenza di pressione. Sebbene l’idea è nobile e raffinata, oltremodo azzeccata, devo constatare che tutto sommato il modo in cui scaturisce l’associazione è scontato e privo di quella sottigliezza necessaria a restituire qualcosa in più, per questo è anche giusto dire che non tutti i racconti sono ugualmente riusciti ma la differenza non è troppa.
I capitoli comunque sono abbastanza diversificati, nonostante si parli sempre di angoscia, stress, inadeguatezza, egoismo, povertà e indifferenza.
Quindi è possibile imbattersi anche in un capitolo dal sapore fantascientifico, tezukiano, con i robot che servono i vecchi ormai imbottiti di organi artificiali e sono così vecchi da non sapere più che lì fuori la tecnologia è andata così avanti da perdere ogni cognizione spazio-temporale, ma questo capitolo riflette anche sull’impossibilità di morire o di lasciare spazio ai giovani.
Il capitolo che invece dà il titolo al volume riassume perfettamente tutto, una coppia di truffatori arriva ad avere finalmente i soldi per cambiare vita ma questa decide di truffare uno dei 2 a sua volta sul più bello e l’altro, spaventato, non può che correre, correre.
Quello era un Giappone che, seppur in ascesa, sanguinava copiosamente, perdeva dei valori, ammassava i reietti e li spargeva in una Tokyo claustrofobica e cieca, come se quelli fossero dei buchi neri.
Ennesimo volume della collana da leggere.