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8.0/10
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Attenzione: vi sono spoiler.

“Non è solo il dolore. Ci sono tante emozioni quante persone. La fragilità di qualcuno che cade in preda alla rabbia... La forza di superare la paura grazie all’amore... Non capisci nulla di tutto questo.”
- Chiyuki

“Death Parade” è una serie TV anime di dodici episodi trasmessa nel 2015, prodotta dallo studio Madhouse e basata sul cortometraggio dell’Anime Mirai 2013 “Death Billiards”.

Nel 2009 usciva un anime chiamato “Aoi Bungaku” - ironicamente concepito anch’esso dalla Madhouse - e ne fui completamente rapito. Non aveva una vera e propria trama, in quanto animava, di episodio in episodio, un romanzo diverso, tra cui “Ningen shikkaku” (lett. L’umano squalificato, arrivato in italia come Lo Squalificato), un’opera della quale ero già perdutamente innamorato; non solo, anche tutti gli altri episodi erano straordinari, ricchi di umanità ed emozioni e la ricordo tutt’ora, a distanza di tantissimi anni, come una delle produzioni più belle che abbia mai visto. Pensai ben presto di dedicarle una recensione, prima che la sua natura episodica mi distolse dall’intento.

Vi domanderete cosa c’entra. "Death Parade" gli è molto simile - in quanto di natura episodica - e vi stupireste di scoprire quante analogie condividono queste due serie animate, sia nella loro natura, sia per quanto concerne la dimensione contenutistica. È perciò per me una sfida, ora come ora, recensire "Death Parade" - anche figlio di una maturità letteraria diversa rispetto ai tanti anni che sono passati dalla visione di "Aoi Bungaku".

Dal voto è facile realizzare che mi sia piaciuto davvero molto ed è con un sorriso beffardo che prendo atto di avergli dato lo stesso punteggio che conferii ad "Aoi Bungaku". Ma di cosa parla "Death Parade"? In parole semplici: le anime di due defunti, deceduti contemporaneamente, sono giudicate da un arbitro, una marionetta senza sentimenti né emozioni, che decreterà se lo spirito del defunto avrà diritto alla reincarnazione o se sarà condannato per sempre al vuoto; ciò attraverso una serie di “death games” (lett. giochi mortali) che si tengono in un vero e proprio bar dell’aldilà. A ogni episodio lo spettatore assiste a situazioni e personaggi diversi, tutti con una storia da raccontare e ricordi da riaffiorare - i defunti, infatti, perdono i ricordi riguardo le loro circostanze funebri - e credetemi: non è, la stragrande maggioranza delle volte, per nulla facile stare da una parte o dall’altra. Come aggravante, vi è il fatto che gli arbitri sono avvezzi nel ricreare il più possibile “le condizioni estreme” con le quali è possibile far fuoriuscire l’oscurità dall’animo di una persona, per poterla così giudicare nella sua interezza. E ogni mezzo è lecito.

Ho deciso, alla faccia della reticenza, di fare una mini-recensione di ogni “death game” e non solo della trama stessa, in quanto il filo che divide i due è estremamente sottile e senza l’uno non vi è l’altro. In questo scampolo di spazio parliamo un po’ dei personaggi, che fortunatamente sono pochi:
- abbiamo il protagonista e giudice principale dell’anime, Decim, che gestisce il bar Quindecim. Educato e cordiale nei modi di porsi, è il giudice che più mette alla prova lo spirito dei morti che giungono nel suo bar e la sua crescita è uno degli aspetti più positivi dell’anime, ma ci arriveremo.
- L’altro protagonista della storia è una donna di cui non si conosce il nome e a cui viene assegnato il ruolo di assistente di Decim, nell’attesa che venga giudicata mentre recupera i ricordi della sua vita. Inizialmente turbata dal non possedere le sue memorie, è un personaggio fondamentale nello sviluppo di Decim e anche di sé stessa.
- Abbiamo poi Nona, l’ambiguo “capo” di Decim. Seppur il suo preciso ruolo nell’aldilà non sia mai appurato chiaramente, supervisiona i giudici ed è la tedofora dei dubbi sul sistema giuridico.
- E ancora: Ginti, un giudice come Decim, ma molto più ostile e aggressivo nei modi, a mio parere l’effigie o meglio ancora la personificazione dell’inadeguatezza e grossolanità dei giudizi e come essi vengono decretati.
- Infine Oculus, un anziano scrupoloso sui metodi e le regole del sistema giuridico, nonché “l’essere più vicino a Dio”. Non è chiaro neppure il suo ruolo nell’aldilà, ma si comporta come un supervisore di Nona.

Il primo death game è descritto nei primi due episodi e narra di una coppia di novelli sposi defunti, Takashi e Machiko, cui Decim informa che dovranno giocare a un death game, con le loro vite in palio, prima di poter lasciare il bar. Tramite un’apposita “ruota della (s)fortuna”, è sancita una sfida a freccette, in cui gli organi dell’altro sono raffigurati sul rispettivo bersaglio e, come tipico del gioco del darts, chi si avvicina di più allo zero, vince. Dapprima i due non credono alle parole di Decim, ma dopo aver appurato sulla propria pelle la veridicità delle stesse, decidono di mancare il bersaglio per non ferirsi. Questo fin quando Takashi non si rende conto di essere in svantaggio e soprattutto dal momento in cui ambedue cominciano a recuperare i ricordi, man mano che il gioco prosegue. Takashi ricorda di aver origliato delle amiche di Machiko discutere di una sua relazione con un altro uomo e da lì i due iniziano a colpirsi tramite le freccette. Alla fine la questione si rivelerà essere un malinteso, ma poco dopo la vittoria di Machiko e il ritorno dei loro ricordi - tra i quali quello di una Machiko incinta del figlio di Takashi -, torna in loro anche la memoria della loro morte. Takashi, ancora convinto del tradimento della moglie, cercò di strappare dalle sue mani il cellulare della consorte mentre era alla guida, scatenando un sinistro mortale. L’uomo è quindi psicologicamente distrutto dal peso della responsabilità di aver ucciso sé stesso, la moglie e suo figlio e cade in preda ad attimi di disperazione e delirio in cui inizialmente chiede a Decim (che Takashi crede sia Dio) di riportarli in vita e, poi, in totale rifiuto della realtà, accusa la moglie di portare in grembo il bambino di un altro. Sono delle scene fortissime che francamente ho apprezzato molto, sono state realizzate seguendo una crudeltà estremamente realistica, laddove saliva e sudore si uniscono e formano un comparto fisico dei personaggi crudo ma veritiero. Tanto che, non sopportando la visione del marito in quelle condizioni, Machiko ammette di averlo tradito e che il bambino non è suo. In un botta e risposta molto violento a livello verbale, Takashi cerca di colpire fisicamente sua moglie, prima di essere fermato da Decim. Volete sapere il verdetto? Machiko finisce nel vuoto, mentre Takashi ottiene il diritto di reincarnarsi. Come spiegato nell’episodio due, il giudizio di Decim è basato sull’ammissione di Machiko riguardo il tradimento nei riguardi del marito e sulla sua rivelazione “d’averlo sposato solo per i suoi soldi”. Tuttavia, l’assistente di Decim, che stava assistendo al death game insieme a Nona, afferma di essere sicura che il bambino appartenga davvero a Takashi nonostante Machiko l’abbia tradito. Non ci è dato sapere la verità e, a parer mio, molti elementi di questa storia sono lasciati a interpretazione e personalmente l’apprezzo. La cosa che mi stupisce, piuttosto, è perché Takashi abbia ricevuto la reincarnazione, siccome anch’esso si è fatto divorare dalla gelosia ed è divenuto violento. Peraltro abbiamo la conferma di questo discutibile verdetto quando l’assistente di Decim dichiara che, in fondo in fondo, Takashi era semplicemente una persona che non riusciva a fidarsi degli altri.

Il secondo death game è descritto nel terzo episodio e narra di un ragazzo (Shigeru) e una ragazza (che non ricorda il proprio nome), che giocheranno una partita a bowling e cui all’interno delle bocce sono contenuti i cuori dell’altro, anche se a differenza del primo death game, i protagonisti non avvertono dolore. Durante il gioco, Shigeru prova una forte attrazione per la ragazza e le chiede un appuntamento qualora vincesse la partita. La ragazza recupera alcuni ricordi e realizza di conoscere Shigeru sin da piccola; quest’ultimo la riconosce come Chisato, una delle due bambine con cui soleva giocare in tenera età, ma che non ebbe più la possibilità di rivedere a causa del trasloco di quest’ultima. Tra i due s’instaura un ottimo feeling, in uno degli episodi più dolci e sereni della serie, tanto che anche Decim e la sua assistente sembrano apprezzare. Proprio alla fine del gioco, però, Chisato ricorda chi è davvero: Mai, l’altra bambina sopracitata. La sua forte somiglianza con Chisato è dovuta a un fatto sconcertante, ovvero un’operazione di plastica facciale a cui la stessa Mai si è sottoposta pur di avvicinare Shigeru, che era sempre stato invaghito di Chisato. Nonostante la storia abbia un che di sconvolgente, subito dopo i due realizzano di essere morti, causas un incidente stradale (un altro?!) mentre erano su un bus (ah meno male). Il finale della storia è davvero carino, con i due che chiedono a Decim di poter spendere del tempo assieme prima di essere giudicati, come una vera coppia. In modo sorprendente, qui scopriamo un Decim ironico, che risponde prima con “2 minuti vanno bene?”, per poi concedere ai due innamorati tutto il tempo che serve loro. È qui che i primi dubbi sulla natura del nostro barista dai capelli ribelli mi hanno assalito, in quanto decisamente troppo umano rispetto agli altri personaggi. Fatto sta che i due passano del piacevole tempo insieme, sia da soli che in compagnia di Decim e l’assistente, per poi essere giudicati: tutto è bene ciò che finisce bene e per una storia dai toni romantici e sereni come questi, non poteva che essere donata la reincarnazione a entrambi. Un lato di questa storia su cui vorrei soffermarmi e che la serie ha, a parer mio trascurato troppo, è il torto che Mai ha fatto a sé stessa cercando di assomigliare a qualcun altro pur di ottenere le attenzioni di un ragazzo. Probabilmente questa storia “d’amore” non mi è piaciuta tanto quanto è piaciuta agli altri sul web (generalmente ho sentito parlare benissimo di questa coppia) proprio per questo motivo, forse Madhouse e Yuzuru Tachikawa non si sono accorti di aver coadiuvato un messaggio abbastanza pericoloso. Nulla da togliere a quello che, comunque ripeto, è stato davvero un death game inusuale, dai toni pacati, tranquilli, che ha saputo esprimere un’accoglienza e una quiete davvero uniche. Kudos. Fun fact: mentre la maggior parte degli episodi in cui è presente un death game si intitolano “death più un sostantivo che descrive il tipo di gioco”, in questa puntata il titolo è “Rolling Ballad”, ovvero Ballata Rotolante.

Il terzo death game è descritto nel quarto episodio e narra questa volta di due perfetti sconosciuti: Misaki - una donna di successo dello showbusiness - e Yosuke, che nome a parte ricorda poco altro di sé. I due dovranno contendersi il death game attraverso un gioco arcade in stile Virtua Fighter, con i loro avatar come protagonisti. Misaki è inizialmente convinta che il tutto sia una trovata della sua manager e che sia in corso la registrazione di un reality show ed è per questo che persuade Yosuke a collaborare stando al gioco di Decim. Se dapprima i toni sono quasi quelli tipici della commedia - addirittura ci hanno dovuto infilare anche qui l’umorismo sul seno prosperoso, mamma mia che trashata - man mano ch’i due riacquistano i ricordi, viepiù l’episodio si tramuta in un grigio crudele. Misaki ricorda i suoi precedenti matrimoni, costellati dall’abuso fisico che i due ex mariti le perpetravano e di come adesso porti il peso di cinque figli sulle spalle; Yosuke ricorda la separazione dei propri genitori e l’arrivo della nuova compagna del padre, nonché di una vita solitaria e spesa perlopiù chiuso in casa. Proprio Yosuke, essendo un videogiocatore, si riscopre molto più bravo di Misaki, tanto che Decim, per evitare una fine prematura del death game, utilizza uno strano marchingegno evidentemente collegato in Wi-Fi grazie al quale fa letteralmente saltare via il joystick di Yosuke, procurandogli un round di sconfitta. Proprio in questo istante, le metodologie con le quali gli arbitri cercano di tirare fuori “l’oscurità dalle anime delle persone” tramite delle “situazioni estreme”, sono messe in discussione dall’assistente di Decim, che lo rimprovera. Misaki e Yosuke si rendono conto, una volta riaffiorati i ricordi, che è impossibile che questo sia un reality e ottengono conferma da parte di Decim che non vi sono telecamere nascoste. A questo punto i due realizzano che la loro vita è davvero in pericolo e Misaki, conscia di essere in totale svantaggio nei confronti di Yosuke, riesce, tramite una sequenza di tasti digitati a caso, ad attivare una tecnica speciale, ma proprio prima di finire l’avversario, interviene nuovamente Decim, che questa volta fa saltare il suo di joystick. La disperazione di Misaki cresce in modo così evidente che nel giro di pochi secondi perde il senno: con una violenza inaudita e, in forma di raptus, afferra la testa di Yosuke e la scaglia ripetutamente contro il monitor, fermandosi soltanto dopo diversi colpi consecutivi. Realizzato il suo gesto, Misaki si pente e raccoglie Yosuke tra le braccia, ma affronta l’avvertimento di Decim: la priorità è la partita. Misaki decide di dare gli ultimi colpi all’avatar di Yosuke, che proprio nello stato catatonico ricorda del suo rapporto difficile con la matrigna, ma soprattutto dell’amore che quest’ultima riversava nei suoi confronti e che non era mai corrisposto, al punto che ella desiderava soltanto essere chiamata “mamma” da lui, almeno per una volta. Yosuke ricorda così di essersi tolto la vita durante una delle sue solite giornate solitarie e si sveglia, riuscendo ad attivare anch’esso una tecnica speciale: entrambi si colpiscono e la sfida finisce in pareggio. Non ci sono né vincitori né vinti e proprio in questo frangente Misaki ricorda la causa della sua morte: strangolata dalla sua manager, rea di non digerire più il suo comportamento pretenzioso. A questo punto, i due cadono in una vera e propria disperazione: Misaki reagisce violentemente all’idea di dover abbandonare i suoi cinque figli, proprio ora che era riuscita a superare i suoi matrimoni e la vita le aveva sorriso regalandole il successo nel mondo dello spettacolo; Yosuke, invece, scoppia in un mare di lacrime, rimproverando sé stesso, sì, per essersi suicidato, ma soprattutto per non essere riuscito a fare una cosa semplice come chiamare “mamma” la donna che l’aveva cresciuto e amato. I due vengono prontamente abbracciati da un empatico (e qui ci siamo) Decim, che si complimenta per le loro realizzazioni, in un abbraccio che trascina i due in una vera e propria catarsi. Un episodio di una crudeltà e di una brutalità immensa, se si considera il destino riservato a queste due povere anime, ma che racconta perfettamente alcune dinamiche della vita nonché le ingiustizie che in tanti si trovano ad affrontare. In questo death game, però, inizia a essere lapalissiano come il metodo di giudizio sia da rivedere: le persone sono portate alla disperazione tramite mezzi esterni, insomma c’è un’istigazione anche laddove, come in questo caso, le cose filano lisce senza che tra i due partecipanti vi sia alcun cenno di aggressività o peggio ancora violenza. Il paradosso sta tutto nel verdetto: Yosuke ottiene la reincarnazione, mentre Misaki è spedita nel vuoto. A voi le ulteriori conclusioni.

Il quarto death game è descritto nel sesto episodio e narra di una tipica ragazza delle superiori (Mayu) e un famoso idol, Harada, membro del gruppo C.H.A. Questa volta la sfida è a Twister, quel simpaticissimo, proprio simpaticissimo gioco col tappeto e i colori. Ma la vera novità del caso è che il verdetto non sarà emesso da Decim, bensì da Ginti, che gestisce un bar chiamato Viginti - effettivamente con la fantasia dei nomi a cose e persone non ci siamo. Devo essere sincero: ho idee discordanti riguardo questo episodio: in primis perché i due protagonisti sono estremamente superficiali, tutt’e due in maniera diversa; in secundis perché di per sé è una puntata estremamente fanservice laddove Twister è servito come escamotage per inserirci qualche scena ingannevole di troppo. Eppure, l’episodio è davvero valido e lo sviluppo relazionale tra i due protagonisti non è male. Mayu è una ragazza che idolatra i C.H.A. e, in senso lato, Harada, tanto da usare le loro canzoni in momenti di sconforto per sentirsi meglio (eh sì, la musica è questo e altro cara mia), mentre quest’ultimo è un donnaiolo che non sembra interessarsi dei sentimenti delle ragazze che pianta in asso dopo averci copulato. Il tutto contornato da un arbitro decisamente presuntuoso e poco incline alla pazienza come Ginti, che alza l’asticella per quanto riguarda la poca discrezionalità del sistema giuridico, cercando di peggiorare di volta in volta le condizioni dei due, arrivando a cercare in tutti i modi di portare i due a volersi ammazzare a vicenda per sopravvivere al gioco. In realtà, paradossalmente, Mayu e Harada sono tra i pochi che durante il death game si sono salvati a vicenda: Mayu, nonostante abbia una morte discutibile e impossibile da ricollegare all’anime - inciampa su una saponetta del bagno e cade di testa, boh - combatte costantemente contro le provocazioni di Ginti, esprimendo tutto il suo amore per le canzoni dei C.H.A.; Harada, invece, ricorda durante la partita che la sua morte è dovuta a una vendetta perpetrata ai suoi danni da parte della sorella di una sua ex, rea di essersi suicidata dopo aver avuto una relazione proprio con Harada. Ciò che la sorella non sapeva è che Harada stette davvero raggiungono il limite fisico e non riescono ad andare avanti, Mayu decide di sacrificarsi per Harada, che però la salva. I due cominciano ad avvicinarsi come in una relazione sentimentale, ma qualsiasi sia il risultato della loro esperienza, è abbastanza da mandare in confusione Ginti che decide di sospendere il giudizio e di tenerli con sé. Il gatto di Ginti, che passa sempre del tempo con lui, sembra essere d’accordo con la decisione e sarà importante più avanti.

Qui facciamo un piccolo stacco. Nell’episodio sette, ci viene detto che Decim è un arbitro in cui sono state “installate” emozioni umane. Per caso qualcosa vi è più chiaro?

Il quinto death game, attenzione a tutti, perché è una bomba. Descritto in due episodi, otto e nove, narra delle vicende di un giovane ragazzo (Shimada) - che stranamente arriva al bar con una borsa a tracolla - e un uomo di mezza età, precisamente un detective (Tatsumi). Questo è uno dei punti cruciali della trama in quanto la complessità di questo processo, nonché del suo verdetto, è cotanto vasto e antropologicamente interessante che sarà squisito poterne discutere. Arriviamo al dunque. Cominciamo innanzitutto col dire che in questo death game Decim decide di non utilizzare il telecomando dotato di Wi-Fi (okay la smetto) per istigare le persone, conscio che le sue azioni in passato hanno causato dolore, ma ancora più importante… sa che v’è stato un assassinio, tramite i ricordi delle due anime. Qui c’è un importante sviluppo del personaggio, che a mio parere può essere scappato a molti: Decim chiama Nona poiché inesperto con casi di questo tipo, ma mostra quello che gli esseri umani chiamano timore. Mi è piaciuto tantissimo, soprattutto dopo aver saputo che in lui sono presenti i sentimenti.
Tornando al death game, già dalle prime battute l’intuito mi diceva qualcosa: il detective che esamina attentamente le parole e gli occhi di Decim, comportandosi in modo completamente diverso rispetto a tutti gli altri spiriti, il ragazzo che trova nella sua borsa un coltello insanguinato ed entrambi che mostrano un’innocenza tale da allontanare l’ipotesi assassinio. Dopo aver analizzato la situazione e non potendo fare altrimenti, i due decidono di accettare il gioco, decidendo in anzitempo di collaborare. La ruota della (s)fortuna decreta per loro un match ad air hockey e, manco a dirlo, sui dischi sono incisi i loro organi. Già dai primi istanti di partita il pathos è costante: Shimada rievoca i suoi genitori morti prematuramente e il dover badare a sua sorella sin da adolescente, tanto da ricordarne le tappe di crescita e aver iniziato a lavorare non appena finita la scuola, anche in vista delle spese da dedicarle; Tatsumi, invece, riflette in modo costante sul da farsi e si domanda quale sia la vera natura e lo scopo del gioco, commentando in particolare la sua incapacità di leggere gli occhi di Decim, che gli appaiono freddi e impossibili da decifrare. La sua compostezza in una situazione tale mi ha stupito, tanto che non appena cominciano a riaffiorare i suoi ricordi… bè, la frittata è fatta. Tatsumi ricorda l’assassinio della moglie a causa del suo impiego, con memorie condite dai bei tempi passati insieme, ma la sua reazione all’evento è terrificante, nonché straziante agli occhi dello spettatore: affranto dalla morte della sua consorte, Tatsumi sceglie la strada della vendetta e pur di trovare i mandanti, perde tutto. Da uomo freddo e ragionevole, lo ritroviamo nel giro di pochi istanti aggressivo e violento, con gli occhi ricoperti da un pesantissimo alone nero e una voce completamente tramutata, distaccata e sconnessa, a tal punto che solo incrociando gli sguardi, Shimada resta terrorizzato; ed è proprio qui che le cose cominciano a prendere dei connotati oscuri. Il ragazzo ricorda l’abuso ai danni della sorella e anch’esso, come Tatsumi, sceglie la strada della vendetta. Come avrete intuito, le cose si complicano e perdurano nel tempo, costringendo Decim velocizzare il gioco, immettendo dolore ogni volta che si subisce un punto e ciò nell’organo designato del disco.
A quel punto, l’assistente inizia ad avvertire che qualcosa non va: chiede a Decim di non tirare troppo la corda, ma quest’ultimo le rivela tutta l’intenzione di estrapolare l’oscurità dalla loro anima per poi giudicarli, in un crescendo dello spannung che è così forte da raggiungere un livello di intensità pazzesco, rendendolo un death game unico.
I due continuano la loro partita, fin quando Shimada non ricorda che la sua vendetta è già compiuta, in parte: la borsa, il cuo contenuto è un coltello insanguinato, ne è persino la prova inconfutabile, anche se ricorda di aver ucciso solo uno dei due uomini di cui la sorella ha parlato; anche Tatsumi, poco dopo, ricorda che la vendetta per quanto concerne le moglie è stata espletata. Insomma, sono tutt’e due assassini. Il detective, addirittura, ricorda d’aver ghignato di gusto dopo aver compiuto l’omicidio, convincendosi che la moglie lo abbia ringraziato. Ed è qui che Tatsumi evolve ancora: da ossessionato dalla vendetta, adesso diventa quasi una figura paterna per Shimada, mette a repentaglio la sua vita, con insistenza (ricordiamo che ogni punto perso è un dolore atroce a un organo) pur di fare in modo che il ragazzo torni sulla Terra per compiere il suo regolamento di conti, nonostante Shimada non voglia ferirlo e si mostri restio. Ma è qui che la vita compie il suo ciclo di coincidenze: Tatsumi si perde nuovamente tra i ricordi e lo vediamo, ormai divorato dalla vendetta, come un vero e proprio cacciatore di criminali, tanto da infiltrarsi in casa del violentatore della sorella di Shimada. Ciò che Tatsumi non sa è che Shimada è già stato lì e l’ha già ucciso, ma per concludere in bellezza il ciclo delle coincidenze, il ragazzo lo scambia per il suo partner criminale e accoltella anche lui, uccidendolo; Shimada muore invece per le conseguenze dello scontro fisico col criminale, da cui era stato colpito poco prima dell’arrivo dell’ormai ex detective. Ed è qui che c’è l’ennesima trasformazione di Tatsumi: appurata la sua morte, egli si riscopre un sadico, incapace di provare alcuna empatia, rivelando a Shimada di aver visto in prima persona lo stupro della sorella ma di non essere intervenuto in quanto “per prendere provvedimenti ci vogliono prima delle vittime”. Il modo in cui questo psicopatico Tatsumi è realizzato è semplicemente splendido: non abbiamo una persona disegnata o fatta comportare come un pazzo per dare un’idea di anormalità, anzi, egli resta fermo sulle sue posizioni e tutti i presenti non riescono a dibattere alle sue argomentazioni, se non Shimada usando la violenza. Tatsumi è un uomo logorato dalla sua sete di vendetta, conscio di aver perso tutto, anche la sua umanità, disilluso dal mondo e dalla vita, in una descrizione della brutalità che francamente ho visto non in pochi anime ma in poche opere. Arriva a dire che la morte della moglie è servita perché lui diventasse ciò che è ora, ovvero un vendicatore di vittime. Se questo può sembrare abbastanza per di giudicare le anime dei due, per Decim non lo è: chiede a Shimada come vorrebbe farla pagare a Tatsumi e il ragazzo senza indugi gli rivela di volerlo ammazzare; non potendo uccidere una persona già morta, Decim gli propone, istigando nuovamente, di colpire tutti i suoi dischi su cui sono raffigurati gli organi. L’intenzione di Decim è quella di capire se l’oscurità nell’animo di Shimada gli permetterà davvero di compiere un’azione tanto macabra e violenta, o se le sue sono solo parole. Ed è qui che l’anime fa partire un discorso molto importante, che viene però solo in parte approfondito. L’assistente, infatti, riesce inizialmente a fermare Shimada, rivelandogli che se non lo farà potrà rivedere la sorella una volta reincarnato; sono scene fortissime, doppiate benissimo in lingua originale e che riescono perfettamente a far avvertire il dolore del ragazzo, nonché la disperazione dell’assistente, ormai sconcertata dai metodi di Decim. Scene di una durezza e di una spietatezza che, paradossalmente, sono umane e non potrei trovare aggettivo migliore. Alla fine, Tatsumi, quasi come se volesse giustificare sé stesso e dimostrarsi che lui non è l’unico a essere diventato un folle sadico, prova in tutti i modi a convincere Shimada a colpirlo, asserendo che nel mondo le vittime sono necessarie. Shimada, alla fine, colpito dalla rabbia e dalle parole, sempre più provocatorie del detective, colpisce tutti i suoi organi con lo stesso coltello col quale lo aveva ucciso, in una scena di un’intensità incredibile. A seguito di questi due episodi che, ve l’assicuro, tutto d’un fiato ti restano addosso per almeno un paio d’ore, entrambi sono destinati al vuoto.

Qui l’anime ci pone davanti a un quesito fondamentale: esiste il libero arbitrio? Nietzsche direbbe di no, i deterministi direbbero di no, i fatalisti direbbero di no, ma molti altri sì, soprattutto teologi. Fin dove si estende il libero arbitrio? Quando una persona è istigata e quando è responsabile delle proprie azioni? L’esempio è quello classico: se io pongo tra le mani del lettore di questo scritto una pistola, in un momento di grande rabbia da parte sua, se egli preme il grilletto di cosa stiamo parlando? Libero arbitrio, responsabilità, istigazione o positivismo? Al lettore l’ardua sentenza.
Un altro aspetto, un po’ più relativo, ma sempre parte della questione è: è possibile giudicare gli esseri umani? O meglio, è giusto farlo? Sicché non si è vissuto nei panni di quella persona, sicché non si possono vivere le stesse sensazioni/emozioni/sentimenti di quella persona, come la si può giudicare? Anche volendo asserire di conoscere i sentimenti provati dall’imputato, come si fa a dire con certezza di viverli con la stessa intensità o atrocità? Gli anarchici diranno che non si può giudicare un uomo, tutti quelli che credono in una corrente politica e nel sistema giuridico, nonché nel “sogno” di una società civile sono costretti a rispondere di sì, si può e si deve fare. Ma cosa stabilisce che è giusto che una persona venga giudicata e addirittura punita? Chi concede il diritto di ergersi al di sopra di un altro uomo, giudicandolo e punendolo, e a chi? Questi sono discorsi molto personali e che rievocano memorie di "Death Note", ma che è importante riesumare di tanto in tanto.

Dopo questo straziante death game, l’anime ci dà pace attraverso un ultimo gioco della morte, arrivato ormai al decimo episodio; inusuale ma confortevole: la protagonista è un’anziana, su cui non c’è molto da dire se non il fatto che trasmette una dolcezza e una serenità strabiliante. Altresì invece devo commentare la crescita di Decim, rimasto particolarmente turbato a causa dell’ultimo death game, che rivolge i suoi dubbi a Nona, asserendo che forse il sistema giuridico di imputazione delle anime più che estrapolare l’oscurità dai defunti, la plasma. Di Decim devo elogiare anche lo splendido discorso sul “si muore proprio perché si è vivi”, a dispetto di quanto affermato da Ginti secondo il quale “vivere è inutile siccome si muore”. Uno scampolo di Parmenide che ben ci ha insegnato che “l’essere è, e non può non essere”, mentre “il non-essere non è, e non può essere”.
Come dicevo, l’anziana deve giocare il suo death game a carte, contro l’assistente (il cui giudizio dovrà arrivare a breve) e Decim stesso. In una narrazione lenta ma comunque interessante, scopriamo che l’anziana è una disegnatrice manga e che suo marito è l’anziano di "Death Billiards". Non ci è dato sapere come sia morta, in quanto nella sua innocenza sceglie di non conoscerne la causa. Ovviamente, la sua anima è reincarnata. Il suo personaggio è interessante perché, a differenza di tutti gli altri, dimostra un nullo attaccamento alla vita, pur dichiarando di amarla e di essere fiera di ciò che ha fatto. Il momento in cui l’anziana è presentata non può che essere il più azzeccato, considerando che lo spettatore ha intravisto la follia e l’attaccamento morboso alla vita umana in tutte le sue sfaccettature più negative. In sostanza, un personaggio che lascia una testimonianza diversa della vita, così come della morte.

L’episodio undici ci permette, finalmente, di rivivere le circostanze di Chiyuki, l’assistente di Decim. Un’appassionata di pattinaggio sul ghiaccio e in seguito una promettente atleta, costretta ad abbandonarlo quando un infortunio le stronca la carriera, che l’aveva già vista conquistare diversi premi. Chiyuki, che considerava il pattinaggio tutta la sua vita, si è sentita vuota, apatica e insensibile nei confronti del mondo e degli altri da allora, fin quando non ha realizzato che fosse impossibile capirsi e ha scelto il suicidio. In questo episodio è presente una bellissima scena, a livello di animazione e musiche, in cui Chiyuki torna a pattinare sul ghiaccio, consiglio a tutti di vederla perché ne vale la pena. Ah, il nostro barista prima di procedere col giudizio decide di drogare Chiyuki e addormentarla. Perché? Lo scopriremo nel prossimo episodio.
Il piatto forte di questa puntata, però, è a parer mio un altro: vi ricordate Mayu e Harada, le due anime che Ginti non è riuscito ancora a giudicare? Ebbene, il giudice più paziente del mondo li mette alla prova ancora una volta: Hanada sembra star per esaurire il suo tempo attendendo il giudizio, ma Mayu può salvarlo qualora scegliesse di spedire nel vuoto l’anima di un defunto IDENTICO A LIGHT YAGAMI (il che spiegherebbe perché nell’anime accennano spesso a un vertiginoso aumento delle morti - e poi va bè, Madhouse animò anche il manga di "Death Note" anni fa) nella hall. Mayu decide però di risparmiarlo e di sacrificare sé stessa pur di salvare Hanada. Ginti accetta e, una volta arrivati al giudizio, chiede a Mayu che cosa significhi per lei la sua vita senza Harada. Mayu è sincera e risponde che non lo sa, e alla stizzita reazione di Ginti domanda a sua volta per lui cosa significhi la vita, ma ovviamente il barista si para dietro al suo ruolo di arbitro. Mayu rivela di provare pietà per loro e Ginti, in pieno abuso di potere, li spedisce nel vuoto, laddove però la scena è davvero fantastica e le due anime condannate per sempre all’oblio, diventano un tutt’uno. Kudos. Oh, e sono abbastanza certo che quello di Ginti sia stato un atto sconsiderato e deplorevole, tanto che il suo gatto non si farà più vedere.

Siamo arrivati al dodicesimo e ultimo episodio di questa serie. Decim porta Chiyuki nella sua vecchia casa, risvegliandosi nel suo vecchio letto. Ella vede la madre, ancora sofferente per la sua scomparsa e così inizia un lungo confronto interno: Chiyuki realizza di essere stata egoista, di non aver dato valore alla sua vita e di aver fatto soffrire le persone a lei care. In un’angosciante scena di pianto, dove di umanità ce n’è a palate, il doppiaggio giapponese raggiunge un livello di realismo ed empatia da entrare direttamente nello spettatore. Decim offre a Chiyuki la possibilità di tornare in vita sulla Terra, facendo a cambio con quella di qualcun altro. Chiyuki ci riflette, è tentata, ma come assistente di Decim ha imparato troppo: la sua catarsi, la sua purificazione interiore, nasce da qui, dalla consapevolezza che, esattamente come ha detto lei, si vive con i propri errori e con i propri rimpianti e che sì, le persone possono capirsi e se non possono, allora facciamo in modo che succeda. In un momento così straziante, neppure Decim riesce a nascondersi dietro la sua corazza: prima avverte un dolore al petto e poi scoppia anche lui in un pianto. Qui esce fuori l’inganno: Chiyuki non è stata riportata sulla terra, ma era tutta una proiezione fantasiosa di Decim, ormai letteralmente sopraffatto dalle lacrime, che era disperato nel voler comprendere le emozioni della sua assistente. Chiyuki capisce il suo intento e i due si abbracciano, suggellando un momento fantastico, per intensità, emozione, empatia, comprensione del prossimo. Decim porta sulle spalle il peso di tutte le persone che ha giudicato, magari anche in maniera superficiale, mentre Chiyuki è consapevole di aver rinunciato a tutta la sua vita e di dover convivere con questo rimorso, ma che potrà reincarnarsi. In una toccante scena di addio, Decim riesce a sorridere con naturalezza, promettendo a Chiyuki di diventare un arbitro che riuscirà a far sentire tutti fieri di essere (e di aver) vissuti(/o).

In sostanza, "Death Parade" è un anime che sembra aver raccolto meno di quanto ha seminato considerando il voto (comunque altissimo) assegnatogli rispetto alla lunghezza della sua recensione, ma sono innegabili taluni difetti: soprattutto, mi pare lapalissiano che servissero alcuni episodi in più per spiegare le dinamiche di alcuni personaggi e anche dell’aldilà; dalle considerazioni che ho fatto non posso ignorare alcune che mi hanno davvero fatto storcere il naso. Nel suo piccolo, "Death Parade" è un capolavoro, che tratta di temi difficili ma in modo molto maturo e consapevole. Mi sembra giusto che nella mia personale classifica divida l’8 con "Aoi Bungaku", così come voglio fare i complimenti a Madhouse per un anime davvero stellare e che, per carità, non meritava quella sciagurata opening. A parte gli scherzi, Madhouse merita più di un elogio per la straordinaria capacità di animare in modo estremamente realistico le reazioni (e le trasformazioni) dei vari personaggi, che mostrano maschere e sfaccettature del tutto diverse anche a distanza di pochi minuti: Tatsumi è l’esempio più lampante ed evidente, ma tutti, a loro modo, sono caratterizzati alla grande nonostante il tempo risicato. La crudeltà con la quale certi temi sono affrontati possono sembrare esasperati, addirittura fuori luogo siccome nel mondo dell’animazione contemporanea è raro trovare un atteggiamento di questo tipo, ma personalmente l’ho apprezzata davvero tanto: pochi moralismi e tante rappresentazioni di una vita, che, per molti, non ha un lieto fine. Madhouse realizza che anche le persone che vivono nella miseria e nella brutalità della loro vita meritano di essere riprodotti, suggellando il tutto creando una serie di escamotage narrativi, dal mistero alla critica filosofica, pur di rendere lo spettatore attivo durante la visione dell’anime. Ribadisco, nel suo piccolo "Death Parade" è un capolavoro che avrebbe meritato un’attenzione mediatica diversa, nonché più episodi per articolare meglio il tutto.