Recensione
Just Because!
7.5/10
"Siamo disabili alla leggerezza, siamo disabili alla felicità, siamo disabili a metterci in discussione." (Paolo Ruffini)
Parto con un aforisma che ho estratto da un contesto del tutto diverso da quello della serie "Just Because!", ma che mi è sembrato pertinente per la sensazione che mi ha lasciato la visione di questa serie di dodici episodi e opera originale del 2017 ad opera dello Studio Pine Jam, scritta da H. Kamoshida e diretta da A. Kobayashi, con musiche di N. Yanagi.
Il titolo è quanto mai misleading nella sua laconicità: "Just Because!" si potrebbe ipotizzare come risposta a una domanda e significherebbe "Perché sì!".
La premessa è minimalista, a una domanda che non è dato conoscere e, proprio per questo motivo, mi ha lasciato al termine della visione una sensazione strana, un interrogativo sul perché si è assistito a una determinata evoluzione dei protagonisti della storia. E la risposta sta nel proprio nel titolo.
"Just Because!" lo definirei come un romance più adulto che classico scolastico. E per renderlo tale, chi l'ha scritto ha scelto un particolare periodo della vita degli studenti della scuola superiore proprio a ridosso della fine del liceo, in cui si sviluppa la storia dei protagonisti, in cui termina un percorso triennale di spensieratezza, leggerezza, per passare al mondo delle responsabilità: o quello del lavoro o quello della decisione del futuro scolastico con l'università. Un periodo che parte dalla fine dell'anno solare in cui è iniziato il terzo anno delle superiori e si protrae fino al diploma, che nelle scuole giapponesi coincide con la fine dell'anno scolastico a primavera dell'anno successivo.
Tutto già incanalato, previsto, studiato: i ragazzi, già allenati dalla scuola caserma ad essere un ingranaggio del sistema nipponico, abbandonano ogni velleità di assomigliare anche solo vagamente a Peter Pan in Neverland e diventano anche obtorto collo "adulti".
Di sicuro non tutto può procedere dritto e certo come un treno sui binari dell'esistenza già tratteggiata, e intervengono le cosiddette "variabili indipendenti" nella vita dei protagonisti: il trasferimento di Eita nell'ultimo semestre del terzo anno proprio nella scuola dove ritrova i suoi vecchi compagni delle medie Haruto e Mio riattiva progressivamente legami e sentimenti che i personaggi avevano sospeso apparentemente per inerzia o paura o dovere, ma che è invece riconducibile al solito cliché dell'amore non corrisposto. Situazione più o meno riassumibile nel solito "lontano dagli occhi, lontano dal cuore".
E così, ricordi e emozioni “sepolte” tornano a galla, mentre incombe il moloch del diploma e del futuro delle responsabilità. E così si passa dall'inverno delle emozioni alla primavera dei sentimenti, con l'aggiunta delle classiche variabili indipendenti: Ena e Hazuki. Ma, soprattutto, la serie lascia intendere nel suo lento incedere (stigmatizzato da molti di quelli che mi hanno preceduto nel commentare quest'opera) che "la vita continua" e "il tempo cambia tutto", incluse le persone (non me ne vorrà il grande Vasco se attingo a uno dei suoi capolavori).
Ne viene fuori un affresco slice of life della vita dei protagonisti che si barcamenano tra incomprensioni, equivoci, cambiamenti. Apprezzabile il tema, che resta un po' sottotraccia della crescita come spostare lo sguardo da sé all'altro. Lo si intuisce nelle interazioni amorose tra Hazuki e Haruto o tra Ena e Eita: un sentimento di amore a tratti fin troppo maturo che tende a non porre la passione tout court come motore principale della possibile relazione, ma subordinandola ai doveri, alla responsabilità e alla forma. Hazuki, Eita e Mio sembrano ragazzi fin troppo adulti nella loro continua sofferenza a rinunciare ad essere spensierati. Il limite non è la contrapposizione con rivali ma l'insieme di abitudini sociali (rituali scolastici, aspettative, la pressione di decidere “che persona sarai”), aggiunto alla dimensione culturale (formale, composta, spesso reticente). I protagonisti fanno fatica ad esternare non solo per timidezza, ma perché affermare sé stessi e ciò che si prova disturba o rompe la "forma". E in Giappone la forma (educazione, evitare disturbo, non incrinare il gruppo) spesso viene percepita come una forma di responsabilità. La tensione che si percepisce tra i personaggi non è melodrammatica, ma è piuttosto definibile come di "procedura". E così la narrazione spesso langue e il ritmo si dilata a dismisura, perché i personaggi attendono il cosiddetto momento giusto e rinviano sempre per non creare problemi.
Ma il cambiamento, seppur lentamente, lo si percepisce nel corso degli episodi in cui la crescita diventa anche "accorgersi" che il non detto produce danni quanto (o più) del detto. E che rispettare l’altro non significa solo “non disturbarlo”, ma attribuirgli anche la dignità di una verità chiara e netta, senza continuamente fuggire o negarsi con ridicoli espedienti per sottrarsi al confronto. Per una volta, nei protagonisti non ho percepito la solita surreale e quanto mai stucchevole stupida timidezza: la mancanza di comunicazione di ciò che realmente si pensa è un mix di diversi fattori sia intrinseci sia estrinsechi, che variando nel corso del tempo determinano un realismo molto "poco anime" e molto "cinematografico". Silenzi, sguardi, comunicazione non verbale, frasi detta a metà o sottovoce, esitazioni, gesti in apparenza insignificanti che cambiano l’orientamento di una interazione o discussione.
È il classico genere di opera che si ispira allo stile “show - don’t tell”, in cui 'spiegoni' o monologhi chiarificatori sono del tutto assenti. E ciò determina un po' di fastidio o smarrimento nello spettatore aduso ad opere più veloci, immediate e con personaggi polarizzati.
Scritto del realismo emotivo e della gestione del tempo, "Just Because!" ha l'ulteriore pregio di una certa coralità della sceneggiatura che riesce a gestire in modo equilibrato non solo una coppia di protagonisti ma più personaggi, intrecciando le loro storie in modo realistico e credibile, senza perdersi in inutili filler per compiacere certi target di pubblico.
Non è sicuramente tutto "oro quello che luccica" e anche "Just Because!" ha le sue magagne più o meno evidenti. Tra quelle maggiormente lamentate è il ritmo narrativo: lento e a tratti anche noioso. È una conseguenza delle aspettative con cui ci si avvicina a una rom-com scolastica standard: se ci si attende una sceneggiatura a episodi e a cliffhanger, il rischio di vedere "Just Because!" come una serie continua di attese e momenti di calma piatta è inevitabile.
L'aver puntato sullo "slice of life" ante litteram rende il realismo come banale e ripetitiva quotidianità, in cui lo spettatore si ritrova ad assistere a momenti di ordinarietà di tutti i giorni che alla lunga annoiano. Il trattare le vite di tre ragazze e due ragazzi che si intersecano sentimentalmente crea anche la polarizzazione dell'empatia verso gli stessi: a seconda delle proprie attitudini personali, lo spettatore potrebbe tendere a immedesimarsi in uno di essi, percependo gli altri come indegni o non meritevoli di attenzione e apprezzamento. Tra i cinque protagonisti è facilissimo soffrire per Ena e il suo esuberante e positivo atteggiamento, perdendo di vista non solo le sue sfaccettature (anche negative), ma anche mettendo in ombra le positività degli altri, solo perché meno caratterizzati o in apparenza spenti e riflessivi.
Il comparto tecnico mi ha sostanzialmente deluso: dal chara design alle animazioni, i personaggi sono carenti di dettagli e spesso tali limiti sono evidenziati dal pacing dell'opera, che con i silenzi e la comunicazione non verbale li esalta in negativo. Per fortuna, non si usa il deformed (ma sarebbe stata una scemenza, visto il carattere dell'opera). Anche la palette dei colori, prevalentemente molto naturali e spenti, rende la visione eccessivamente rilassante e fin troppo tranquilla. Vanno un po' meglio i fondali e la degna di menzione rappresentazione della onnipresente monorotaia nel panorama della città in cui è ambientata la storia. Dà un tocco di modernità che contrasta col resto del worldbuilding.
"Just Because!" si pone per tipologia di sceneggiatura e stile in somiglianza con altre serie che ho già visto. Mi vengono in mente "Tsuki ga Kirei" (per la quale il tema è più incentrato sul primo amore, che sull'ultima occasione o rimpianto come "Just Because!"), "Oregairu" (con cui ha in comune l’ipocrisia delle forme sociali e l’imbarazzo di essere sé stessi, sebbene "Oregairu" sia più filosofica e molto verbosa, al limite del realistico), "ReLIFE" (in cui il coming of age rappresenta una “seconda possibilità” come in "Just Because!" e il rigiocare è dato dal ritorno di Eita; tuttavia, "ReLIFE" dimostra un impianto narrativo di denuncia e impegno che è estraneo a "Just Because!").
"Proprio così!" alla fine sembra essere una serie che con un po' di sano e cinico realismo narra quanto sia difficile seguire i propri sentimenti, quando ci si deve mettere in gioco verso gli altri andando contro le convenzioni e i modelli sociali, con il conto alla rovescia della fine dell'adolescenza che riduce inesorabilmente il tempo di tergiversare.
Un'altra visione del coming of age che aggiunge come il crescere non sia diventare necessariamente più forti e superare tutte le difficoltà, ma diventare più onesti con sé stessi e con gli altri consapevoli dei propri limiti.
Parto con un aforisma che ho estratto da un contesto del tutto diverso da quello della serie "Just Because!", ma che mi è sembrato pertinente per la sensazione che mi ha lasciato la visione di questa serie di dodici episodi e opera originale del 2017 ad opera dello Studio Pine Jam, scritta da H. Kamoshida e diretta da A. Kobayashi, con musiche di N. Yanagi.
Il titolo è quanto mai misleading nella sua laconicità: "Just Because!" si potrebbe ipotizzare come risposta a una domanda e significherebbe "Perché sì!".
La premessa è minimalista, a una domanda che non è dato conoscere e, proprio per questo motivo, mi ha lasciato al termine della visione una sensazione strana, un interrogativo sul perché si è assistito a una determinata evoluzione dei protagonisti della storia. E la risposta sta nel proprio nel titolo.
"Just Because!" lo definirei come un romance più adulto che classico scolastico. E per renderlo tale, chi l'ha scritto ha scelto un particolare periodo della vita degli studenti della scuola superiore proprio a ridosso della fine del liceo, in cui si sviluppa la storia dei protagonisti, in cui termina un percorso triennale di spensieratezza, leggerezza, per passare al mondo delle responsabilità: o quello del lavoro o quello della decisione del futuro scolastico con l'università. Un periodo che parte dalla fine dell'anno solare in cui è iniziato il terzo anno delle superiori e si protrae fino al diploma, che nelle scuole giapponesi coincide con la fine dell'anno scolastico a primavera dell'anno successivo.
Tutto già incanalato, previsto, studiato: i ragazzi, già allenati dalla scuola caserma ad essere un ingranaggio del sistema nipponico, abbandonano ogni velleità di assomigliare anche solo vagamente a Peter Pan in Neverland e diventano anche obtorto collo "adulti".
Di sicuro non tutto può procedere dritto e certo come un treno sui binari dell'esistenza già tratteggiata, e intervengono le cosiddette "variabili indipendenti" nella vita dei protagonisti: il trasferimento di Eita nell'ultimo semestre del terzo anno proprio nella scuola dove ritrova i suoi vecchi compagni delle medie Haruto e Mio riattiva progressivamente legami e sentimenti che i personaggi avevano sospeso apparentemente per inerzia o paura o dovere, ma che è invece riconducibile al solito cliché dell'amore non corrisposto. Situazione più o meno riassumibile nel solito "lontano dagli occhi, lontano dal cuore".
E così, ricordi e emozioni “sepolte” tornano a galla, mentre incombe il moloch del diploma e del futuro delle responsabilità. E così si passa dall'inverno delle emozioni alla primavera dei sentimenti, con l'aggiunta delle classiche variabili indipendenti: Ena e Hazuki. Ma, soprattutto, la serie lascia intendere nel suo lento incedere (stigmatizzato da molti di quelli che mi hanno preceduto nel commentare quest'opera) che "la vita continua" e "il tempo cambia tutto", incluse le persone (non me ne vorrà il grande Vasco se attingo a uno dei suoi capolavori).
Ne viene fuori un affresco slice of life della vita dei protagonisti che si barcamenano tra incomprensioni, equivoci, cambiamenti. Apprezzabile il tema, che resta un po' sottotraccia della crescita come spostare lo sguardo da sé all'altro. Lo si intuisce nelle interazioni amorose tra Hazuki e Haruto o tra Ena e Eita: un sentimento di amore a tratti fin troppo maturo che tende a non porre la passione tout court come motore principale della possibile relazione, ma subordinandola ai doveri, alla responsabilità e alla forma. Hazuki, Eita e Mio sembrano ragazzi fin troppo adulti nella loro continua sofferenza a rinunciare ad essere spensierati. Il limite non è la contrapposizione con rivali ma l'insieme di abitudini sociali (rituali scolastici, aspettative, la pressione di decidere “che persona sarai”), aggiunto alla dimensione culturale (formale, composta, spesso reticente). I protagonisti fanno fatica ad esternare non solo per timidezza, ma perché affermare sé stessi e ciò che si prova disturba o rompe la "forma". E in Giappone la forma (educazione, evitare disturbo, non incrinare il gruppo) spesso viene percepita come una forma di responsabilità. La tensione che si percepisce tra i personaggi non è melodrammatica, ma è piuttosto definibile come di "procedura". E così la narrazione spesso langue e il ritmo si dilata a dismisura, perché i personaggi attendono il cosiddetto momento giusto e rinviano sempre per non creare problemi.
Ma il cambiamento, seppur lentamente, lo si percepisce nel corso degli episodi in cui la crescita diventa anche "accorgersi" che il non detto produce danni quanto (o più) del detto. E che rispettare l’altro non significa solo “non disturbarlo”, ma attribuirgli anche la dignità di una verità chiara e netta, senza continuamente fuggire o negarsi con ridicoli espedienti per sottrarsi al confronto. Per una volta, nei protagonisti non ho percepito la solita surreale e quanto mai stucchevole stupida timidezza: la mancanza di comunicazione di ciò che realmente si pensa è un mix di diversi fattori sia intrinseci sia estrinsechi, che variando nel corso del tempo determinano un realismo molto "poco anime" e molto "cinematografico". Silenzi, sguardi, comunicazione non verbale, frasi detta a metà o sottovoce, esitazioni, gesti in apparenza insignificanti che cambiano l’orientamento di una interazione o discussione.
È il classico genere di opera che si ispira allo stile “show - don’t tell”, in cui 'spiegoni' o monologhi chiarificatori sono del tutto assenti. E ciò determina un po' di fastidio o smarrimento nello spettatore aduso ad opere più veloci, immediate e con personaggi polarizzati.
Scritto del realismo emotivo e della gestione del tempo, "Just Because!" ha l'ulteriore pregio di una certa coralità della sceneggiatura che riesce a gestire in modo equilibrato non solo una coppia di protagonisti ma più personaggi, intrecciando le loro storie in modo realistico e credibile, senza perdersi in inutili filler per compiacere certi target di pubblico.
Non è sicuramente tutto "oro quello che luccica" e anche "Just Because!" ha le sue magagne più o meno evidenti. Tra quelle maggiormente lamentate è il ritmo narrativo: lento e a tratti anche noioso. È una conseguenza delle aspettative con cui ci si avvicina a una rom-com scolastica standard: se ci si attende una sceneggiatura a episodi e a cliffhanger, il rischio di vedere "Just Because!" come una serie continua di attese e momenti di calma piatta è inevitabile.
L'aver puntato sullo "slice of life" ante litteram rende il realismo come banale e ripetitiva quotidianità, in cui lo spettatore si ritrova ad assistere a momenti di ordinarietà di tutti i giorni che alla lunga annoiano. Il trattare le vite di tre ragazze e due ragazzi che si intersecano sentimentalmente crea anche la polarizzazione dell'empatia verso gli stessi: a seconda delle proprie attitudini personali, lo spettatore potrebbe tendere a immedesimarsi in uno di essi, percependo gli altri come indegni o non meritevoli di attenzione e apprezzamento. Tra i cinque protagonisti è facilissimo soffrire per Ena e il suo esuberante e positivo atteggiamento, perdendo di vista non solo le sue sfaccettature (anche negative), ma anche mettendo in ombra le positività degli altri, solo perché meno caratterizzati o in apparenza spenti e riflessivi.
Il comparto tecnico mi ha sostanzialmente deluso: dal chara design alle animazioni, i personaggi sono carenti di dettagli e spesso tali limiti sono evidenziati dal pacing dell'opera, che con i silenzi e la comunicazione non verbale li esalta in negativo. Per fortuna, non si usa il deformed (ma sarebbe stata una scemenza, visto il carattere dell'opera). Anche la palette dei colori, prevalentemente molto naturali e spenti, rende la visione eccessivamente rilassante e fin troppo tranquilla. Vanno un po' meglio i fondali e la degna di menzione rappresentazione della onnipresente monorotaia nel panorama della città in cui è ambientata la storia. Dà un tocco di modernità che contrasta col resto del worldbuilding.
"Just Because!" si pone per tipologia di sceneggiatura e stile in somiglianza con altre serie che ho già visto. Mi vengono in mente "Tsuki ga Kirei" (per la quale il tema è più incentrato sul primo amore, che sull'ultima occasione o rimpianto come "Just Because!"), "Oregairu" (con cui ha in comune l’ipocrisia delle forme sociali e l’imbarazzo di essere sé stessi, sebbene "Oregairu" sia più filosofica e molto verbosa, al limite del realistico), "ReLIFE" (in cui il coming of age rappresenta una “seconda possibilità” come in "Just Because!" e il rigiocare è dato dal ritorno di Eita; tuttavia, "ReLIFE" dimostra un impianto narrativo di denuncia e impegno che è estraneo a "Just Because!").
"Proprio così!" alla fine sembra essere una serie che con un po' di sano e cinico realismo narra quanto sia difficile seguire i propri sentimenti, quando ci si deve mettere in gioco verso gli altri andando contro le convenzioni e i modelli sociali, con il conto alla rovescia della fine dell'adolescenza che riduce inesorabilmente il tempo di tergiversare.
Un'altra visione del coming of age che aggiunge come il crescere non sia diventare necessariamente più forti e superare tutte le difficoltà, ma diventare più onesti con sé stessi e con gli altri consapevoli dei propri limiti.