Recensione
Kite Liberator
4.5/10
Umetsu dimostra di essere un buon animatore e designer, non uno sceneggiatore.
"Kite Liberator" è stato prodotto dieci anni dopo "A‑Kite" ma, nonostante le apparenze, difficilmente può essere considerato come il suo "sequel".
Sebbene presenti alcuni punti di premessa comuni, come la protagonista ragazza studentessa che conduce una doppia vita come assassina di delinquenti, per il resto non presenta altri particolari punti di contatto, tanto che il presunto legame con l’opera da cui sembra trarre origine resta molto sfumato ed esclusivamente legato all'aspetto formale e visivo.
Premetto subito e scanso di equivoci che "Kite Liberator" non mi ha proprio entusiasmato: se "A-Kite" è un'opera noir, pulp e ambientata in un contesto urbano decadente e alienante, "Kite Liberator" presenta gli stilemi di un'opera di fantascienza alla "Alien" e affini con una discreta dose di horror, in cui il legame tra le scene ambientate nella stazione spaziale orbitante intorno alla Terra e quelle sulla nostro pianeta consiste nella relazione di parentela che unisce i due protagonisti (padre-figlia).
Ancora una volta la sceneggiatura è ellittica: non si spiega neppure vagamente il percorso della classica ragazzina perbene che si trasforma in una killer professionista dotata di dispositivi del tutto fantasiosi e fuori portata, capace di muoversi e librarsi volando meglio di un ninjia. Se dovessi valutare le scene di azione, dovrei scrivere che sono veramente forzate, raffazzonate e surreali.
Passando a quelle più tranquille, slice of life, sono invece piuttosto scialbe e finalizzate ad evidenziare la finta fragilità della protagonista quando impersona la ingenua e indifesa studentessa che arrotonda come cameriera part time offrendo visuali fanservice a profusione nel tipico approccio gap-moe, ossia la classica ragazzina idealizzata, innocente, carina e molto vulnerabile, che suscita negli spettatori sentimenti di affetto o protezione in contrasto con il suo lato inaspettatamente duro e spietato di killer senza sentimenti.
Della durezza contenutistica e visiva di "A-Kite" non c'è proprio nulla perdendo quella dimensione cruda, diretta ed eplicita dell'opera di "origine" per una versione troppo edulcorata basata sulla "nostalgia" che la ragazza prova per l'assenza dell'amato padre. Venendo meno i contenuti "pulp", grotteschi ed espliciti anche a livello sessuale (che in "A-Kite" sono degni delle produzioni erotiche), quello che resta è un'opera "estetica", visivamente discretamente realizzata e animata (considerato che è del 2008) ma niente di più. E per coloro che si aspettavano le stesse atmosfere "noir" (quelle ambientazioni urbane così quasi claustrofobiche) e "pulp", coerenti per un quadro tematico di abuso e controllo tramite la violenza, resta un mix thriller e fantascienza senza capo nè coda, frammentato senza organicità e privo di quell’atmosfera grezza e disperata che rendeva "A‑Kite" disturbante.
"Kite Liberator" è sostanzialmente un’opera irrisolta, debole e senza quella brutalità della prima opera, incapace di trasmettere la sofferenza che dovrebbe essere alla base delle azioni della protagonista Momoka.
Ritorno pertanto all'incipit iniziale: Umetsu è un autore da apice emotivo, non da sviluppatore narrativo. E infatti la sua opera migliore "A-Kite" ha funzionato perché non racconta una storia ma vuole solo colpire lo spettatore. "Kite Liberator" tende a fallire proprio perché tenta di combinare cliffhangers in una storia incompleta cui non attribuisce un incipit e uno sviluppo. Essendo l’eccesso stilistico la sua "forma" di linguaggio, la narrazione articolata richiede una capacità di costruzione che non sembrano appartenere al suo modo di pensare per immagini.
"Kite Liberator" è stato prodotto dieci anni dopo "A‑Kite" ma, nonostante le apparenze, difficilmente può essere considerato come il suo "sequel".
Sebbene presenti alcuni punti di premessa comuni, come la protagonista ragazza studentessa che conduce una doppia vita come assassina di delinquenti, per il resto non presenta altri particolari punti di contatto, tanto che il presunto legame con l’opera da cui sembra trarre origine resta molto sfumato ed esclusivamente legato all'aspetto formale e visivo.
Premetto subito e scanso di equivoci che "Kite Liberator" non mi ha proprio entusiasmato: se "A-Kite" è un'opera noir, pulp e ambientata in un contesto urbano decadente e alienante, "Kite Liberator" presenta gli stilemi di un'opera di fantascienza alla "Alien" e affini con una discreta dose di horror, in cui il legame tra le scene ambientate nella stazione spaziale orbitante intorno alla Terra e quelle sulla nostro pianeta consiste nella relazione di parentela che unisce i due protagonisti (padre-figlia).
Ancora una volta la sceneggiatura è ellittica: non si spiega neppure vagamente il percorso della classica ragazzina perbene che si trasforma in una killer professionista dotata di dispositivi del tutto fantasiosi e fuori portata, capace di muoversi e librarsi volando meglio di un ninjia. Se dovessi valutare le scene di azione, dovrei scrivere che sono veramente forzate, raffazzonate e surreali.
Passando a quelle più tranquille, slice of life, sono invece piuttosto scialbe e finalizzate ad evidenziare la finta fragilità della protagonista quando impersona la ingenua e indifesa studentessa che arrotonda come cameriera part time offrendo visuali fanservice a profusione nel tipico approccio gap-moe, ossia la classica ragazzina idealizzata, innocente, carina e molto vulnerabile, che suscita negli spettatori sentimenti di affetto o protezione in contrasto con il suo lato inaspettatamente duro e spietato di killer senza sentimenti.
Della durezza contenutistica e visiva di "A-Kite" non c'è proprio nulla perdendo quella dimensione cruda, diretta ed eplicita dell'opera di "origine" per una versione troppo edulcorata basata sulla "nostalgia" che la ragazza prova per l'assenza dell'amato padre. Venendo meno i contenuti "pulp", grotteschi ed espliciti anche a livello sessuale (che in "A-Kite" sono degni delle produzioni erotiche), quello che resta è un'opera "estetica", visivamente discretamente realizzata e animata (considerato che è del 2008) ma niente di più. E per coloro che si aspettavano le stesse atmosfere "noir" (quelle ambientazioni urbane così quasi claustrofobiche) e "pulp", coerenti per un quadro tematico di abuso e controllo tramite la violenza, resta un mix thriller e fantascienza senza capo nè coda, frammentato senza organicità e privo di quell’atmosfera grezza e disperata che rendeva "A‑Kite" disturbante.
"Kite Liberator" è sostanzialmente un’opera irrisolta, debole e senza quella brutalità della prima opera, incapace di trasmettere la sofferenza che dovrebbe essere alla base delle azioni della protagonista Momoka.
Ritorno pertanto all'incipit iniziale: Umetsu è un autore da apice emotivo, non da sviluppatore narrativo. E infatti la sua opera migliore "A-Kite" ha funzionato perché non racconta una storia ma vuole solo colpire lo spettatore. "Kite Liberator" tende a fallire proprio perché tenta di combinare cliffhangers in una storia incompleta cui non attribuisce un incipit e uno sviluppo. Essendo l’eccesso stilistico la sua "forma" di linguaggio, la narrazione articolata richiede una capacità di costruzione che non sembrano appartenere al suo modo di pensare per immagini.