Recensione
Shimoneta
4.0/10
"Shimoneta": quando George Orwell si impantana nell'ossessione del fanservice otaku (e perde ogni forma di dignità e impegno intellettuale).
Pensando a "1984" e alla canzone "Sexcrime (Nineteen Eighty-Four)" che Annie Lennox e Dave Stewart degli Eurythmics scrissero proprio nel 1984 specificamente per l'adattamento cinematografico del capolavoro distopico di George Orwell, "Shimoneta" diventa in senso ironico un capolavoro di cortocircuito culturale.
Nel 2015, lo studio J.C.Staff presentò "Shimoneta" con una premessa potenzialmente intrigante: una distopia satirica in cui qualsiasi forma di oscenità o riferimento sessuale a livello visivo, di linguaggio e comportamentale sono banditi dalla vita del Giappone da un governo totalitario e puritano.
Pertanto, sulla carta, "Shimoneta: A Boring World Where the Concept of Dirty Jokes Doesn't Exist" prometteva di essere una graffiante critica alla censura e una difesa sfacciata della libertà di espressione.
Tuttavia, in concreto dopo la sua visione, lo spettatore si ritrova con un campionario di mutande in testa (dai boxer ai tanga), continue battute grevi ripetute allo sfinimento in qualunque contesto, gestualità allusiva a genitali e attività sessuali e bizzarre ossessioni per tutti i campionari dei gusti in materia di sesso a scopo non strettamente riproduttivo, con un fetish specifico per le abbondanti secrezioni di fluidi corporei femminili.
Provare a commentare quest'opera significa non farsi abbindolare dall'apparente patina di finta ribellione intellettuale per "interlegere" e provare a cercare un senso ad un'opera che, anticipo, proprio non ne ha uno, limitandosi ad una mera contemplazione del vuoto pneumatico offerto dalla sua sceneggiatura.
L'aspettativa iniziale di una satira pungente si dissolve definitivamente dopo i primi minuti di visione del primo episodio: la critica alla censura e il tema della libertà di manifestazione non sono altro che una premessa molto fragile utilizzate come mero paravento giustificativo. In questo caso, ci si accorge quasi immediatamente che siamo lontani da opere autenticamente sovversive che sfruttano il grottesco per veicolare un messaggio o un'idea; "Shimoneta" sfrutta il pretesto della libertà di parola e immagine come scusa per infilare quanti più doppi sensi possibili in ogni episodio, con una comicità che funziona a strappi e facendola assomigliare a quella dei ormai celeberrimi b-movies anni 70-80, che spaziavano da Alvaro Vitali (Pierino) a Thomas Millian (ispettore er Monnezza) mixandoli con la provocazione pecoreccia delle bellezze femminili impersonate da, tra quelle che ricordo, E. Fenech, G. Guida, L. Antonelli o L. Carati.
Premesso che non voglio indossare le scomode vesti di Catone il censore, ma in "Shimoneta" non vi è traccia di un'evoluzione del discorso politico o culturale, né una reale destrutturazione del puritanesimo e della profonda ipocrisia di facciata nipponica; c'è solo l'ostinazione puerile di chi afferma battute scurrili o di mostrare nudità solo per verificare l'effetto che fa. La demenzialità della trama di fondo — l'idea che un intero regime totalitario possa essere posto sotto scacco da un manipolo di liceali che lanciano biancheria intima dalle finestre — denota una sostanziale ingenuità di fondo che tarpa le ali a qualsiasi velleità di opera impegnata.
Si potrebbe opinare che "Shimoneta" debba essere valutata solo in chiave comico/demenziale. In effetti, la sua struttura narrativa, soffrendo di una cronica mancanza di continuità con la sua sceneggiatura a strappi, inanella gag e sketch simil cabaret dominati esclusivamente dal linguaggio scurrile forzato a tutti i costi, tanto da spezzare quel poco ritmo dell'azione.
La serie si accartoccia sull'eccessiva trivialità che non è supportata da alcun altro concetto: rimosso l'elemento shock della battuta sporca, non resta letteralmente nulla.
L'anime scivola rapidamente nel voyeurismo passivo e lascivo, tipico delle opere ecchi o hentai, riducendosi a un'esclusiva offerta di nudità pruriginose di liceali che strizza l'occhio proprio a quel mercato che la serie stessa dichiarerebbe, ironicamente, di voler parodiare.
Un paio di considerazioni sui protagonistiche completano il quadro di disarmante piattezza e puerilità dell'opera:
Tanukichi Okuma, ossia il Lino Banfi della serie: Il classico protagonista passivo, una spugna reattiva che subisce le perversioni altrui senza una vera evoluzione o spina dorsale.
Ayame Kajou (Slavina blu e capo del sedicente gruppo ribelle SOX) che è una sorta di juke-box semovente di battute spinte il cui intero carisma si esaurisce nel contrasto tra la sua figura istituzionale nel consiglio dell'istituto scolastico e la sua identità segreta di "terrorista".
Anna Nishikinomiya, ossia la personificazione dell'ipocrisia perbenista e del potere dispotico. Subisce un tracollo psicologico che la trasforma da icona della finta purezza a discinta ninfomane stalker. Un risvolto che strappa un paio di risate nelle prime occasioni, ma che scade in una ripetitività estenuante nei successivi episodi.
Fatta a pezzi l'idea, la trama e i personaggi, la contraddizione più evidente dell'opera è quella del comparto tecnico: visivamente, "Shimoneta" è eccellente. J.C.Staff offre una regia dinamica, un character design pulito e, incredibilmente, delle animazioni dei combattimenti di altissimo livello. Vedere scontri fisici coreografati con la fluidità e la precisione geometrica di uno shonen d'azione di prima fascia, applicati però a dinamiche assurde (come la fuga da inseguitori puritani o il lancio millimetrico di gadget erotici), determinano un paradosso spiazzante.
La qualità tecnica è indiscutibile: la gestione delle luci, la fluidità dei frame nei momenti concitati e la pulizia dei fondali sono di livello superiore alla media dei prodotti di quel periodo: una sorta di confezione di lusso per un contenuto decisamente povero alla "sotto il vestito, niente"...
Cosa resterà di "Shimoneta"? Forse enorme "vorrei ma non posso". Un'opera che avrebbe potuto graffiare o scrostare o abbattere il muro dell'ipocrisia e del conformismo e che invece ha preferito usarlo per graffittarlo con concetti immaturi e immediatamente transitati nel dimenticatoio. Un pezzo di bravura tecnica sprecato al servizio del nulla.
Pensando a "1984" e alla canzone "Sexcrime (Nineteen Eighty-Four)" che Annie Lennox e Dave Stewart degli Eurythmics scrissero proprio nel 1984 specificamente per l'adattamento cinematografico del capolavoro distopico di George Orwell, "Shimoneta" diventa in senso ironico un capolavoro di cortocircuito culturale.
Nel 2015, lo studio J.C.Staff presentò "Shimoneta" con una premessa potenzialmente intrigante: una distopia satirica in cui qualsiasi forma di oscenità o riferimento sessuale a livello visivo, di linguaggio e comportamentale sono banditi dalla vita del Giappone da un governo totalitario e puritano.
Pertanto, sulla carta, "Shimoneta: A Boring World Where the Concept of Dirty Jokes Doesn't Exist" prometteva di essere una graffiante critica alla censura e una difesa sfacciata della libertà di espressione.
Tuttavia, in concreto dopo la sua visione, lo spettatore si ritrova con un campionario di mutande in testa (dai boxer ai tanga), continue battute grevi ripetute allo sfinimento in qualunque contesto, gestualità allusiva a genitali e attività sessuali e bizzarre ossessioni per tutti i campionari dei gusti in materia di sesso a scopo non strettamente riproduttivo, con un fetish specifico per le abbondanti secrezioni di fluidi corporei femminili.
Provare a commentare quest'opera significa non farsi abbindolare dall'apparente patina di finta ribellione intellettuale per "interlegere" e provare a cercare un senso ad un'opera che, anticipo, proprio non ne ha uno, limitandosi ad una mera contemplazione del vuoto pneumatico offerto dalla sua sceneggiatura.
L'aspettativa iniziale di una satira pungente si dissolve definitivamente dopo i primi minuti di visione del primo episodio: la critica alla censura e il tema della libertà di manifestazione non sono altro che una premessa molto fragile utilizzate come mero paravento giustificativo. In questo caso, ci si accorge quasi immediatamente che siamo lontani da opere autenticamente sovversive che sfruttano il grottesco per veicolare un messaggio o un'idea; "Shimoneta" sfrutta il pretesto della libertà di parola e immagine come scusa per infilare quanti più doppi sensi possibili in ogni episodio, con una comicità che funziona a strappi e facendola assomigliare a quella dei ormai celeberrimi b-movies anni 70-80, che spaziavano da Alvaro Vitali (Pierino) a Thomas Millian (ispettore er Monnezza) mixandoli con la provocazione pecoreccia delle bellezze femminili impersonate da, tra quelle che ricordo, E. Fenech, G. Guida, L. Antonelli o L. Carati.
Premesso che non voglio indossare le scomode vesti di Catone il censore, ma in "Shimoneta" non vi è traccia di un'evoluzione del discorso politico o culturale, né una reale destrutturazione del puritanesimo e della profonda ipocrisia di facciata nipponica; c'è solo l'ostinazione puerile di chi afferma battute scurrili o di mostrare nudità solo per verificare l'effetto che fa. La demenzialità della trama di fondo — l'idea che un intero regime totalitario possa essere posto sotto scacco da un manipolo di liceali che lanciano biancheria intima dalle finestre — denota una sostanziale ingenuità di fondo che tarpa le ali a qualsiasi velleità di opera impegnata.
Si potrebbe opinare che "Shimoneta" debba essere valutata solo in chiave comico/demenziale. In effetti, la sua struttura narrativa, soffrendo di una cronica mancanza di continuità con la sua sceneggiatura a strappi, inanella gag e sketch simil cabaret dominati esclusivamente dal linguaggio scurrile forzato a tutti i costi, tanto da spezzare quel poco ritmo dell'azione.
La serie si accartoccia sull'eccessiva trivialità che non è supportata da alcun altro concetto: rimosso l'elemento shock della battuta sporca, non resta letteralmente nulla.
L'anime scivola rapidamente nel voyeurismo passivo e lascivo, tipico delle opere ecchi o hentai, riducendosi a un'esclusiva offerta di nudità pruriginose di liceali che strizza l'occhio proprio a quel mercato che la serie stessa dichiarerebbe, ironicamente, di voler parodiare.
Un paio di considerazioni sui protagonistiche completano il quadro di disarmante piattezza e puerilità dell'opera:
Tanukichi Okuma, ossia il Lino Banfi della serie: Il classico protagonista passivo, una spugna reattiva che subisce le perversioni altrui senza una vera evoluzione o spina dorsale.
Ayame Kajou (Slavina blu e capo del sedicente gruppo ribelle SOX) che è una sorta di juke-box semovente di battute spinte il cui intero carisma si esaurisce nel contrasto tra la sua figura istituzionale nel consiglio dell'istituto scolastico e la sua identità segreta di "terrorista".
Anna Nishikinomiya, ossia la personificazione dell'ipocrisia perbenista e del potere dispotico. Subisce un tracollo psicologico che la trasforma da icona della finta purezza a discinta ninfomane stalker. Un risvolto che strappa un paio di risate nelle prime occasioni, ma che scade in una ripetitività estenuante nei successivi episodi.
Fatta a pezzi l'idea, la trama e i personaggi, la contraddizione più evidente dell'opera è quella del comparto tecnico: visivamente, "Shimoneta" è eccellente. J.C.Staff offre una regia dinamica, un character design pulito e, incredibilmente, delle animazioni dei combattimenti di altissimo livello. Vedere scontri fisici coreografati con la fluidità e la precisione geometrica di uno shonen d'azione di prima fascia, applicati però a dinamiche assurde (come la fuga da inseguitori puritani o il lancio millimetrico di gadget erotici), determinano un paradosso spiazzante.
La qualità tecnica è indiscutibile: la gestione delle luci, la fluidità dei frame nei momenti concitati e la pulizia dei fondali sono di livello superiore alla media dei prodotti di quel periodo: una sorta di confezione di lusso per un contenuto decisamente povero alla "sotto il vestito, niente"...
Cosa resterà di "Shimoneta"? Forse enorme "vorrei ma non posso". Un'opera che avrebbe potuto graffiare o scrostare o abbattere il muro dell'ipocrisia e del conformismo e che invece ha preferito usarlo per graffittarlo con concetti immaturi e immediatamente transitati nel dimenticatoio. Un pezzo di bravura tecnica sprecato al servizio del nulla.