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8.0/10
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I tanuki sono protagonisti di migliaia di leggende che costellano tutta la storia del Giappone. I tanuki sono noti principalmente per la loro capacità di assumere qualunque forma, e per gli scherzi, solitamente inoffensivi, giocati agli esseri umani. Circolano centinaia di storie in cui i tanuki truffano gli esseri umani, comprando del saké e pagandolo con delle foglie trasformate in banconote. Alcuni tanuki, come quelli che nel film vivono nel tempio di Awa, sono inoltre considerati divinità nell’olimpo giapponese, conosciuti per essere forti e potenti, e per questo oggetto di venerazione da parte degli esseri umani.

Il film si svolge nell’era Heisei. I protagonisti sono animali chiamati tanuki, dei cani-procione, fisicamente simili al procione, ma appartenenti alla famiglia dei canidi. Strutturata come un documentario a metà tra lo storico e il naturalistico, con tanto di voce narrante esplicativa, la storia segue le vicissitudini di un gruppo di tanuki in particolare, che vive presso il tempio di Awa. Quando il monte Tama, su cui risiedono alcuni branchi di questi animali, diviene il sito per un grandioso progetto di edilizia residenziale in risposta al fabbisogno abitativo di Tokyo, i tanuki dichiarano aperte le ostilità verso l’invasore umano, contro il quale utilizzeranno azioni di guerriglia e tutti i trucchi di cui dispongono, agendo prima con le buone e poi con le cattive. Il titolo del film, “Pompoko”, è una parola non traducibile in italiano. Pom Poko è la trascrizione onomatopeica del rumore che producono i tanuki quando usano i loro stomaci (o i loro testicoli) come tamburi, credenza assai diffusa in Giappone.

“Pompoko” nasce dalla geniale mente di Isao Takahata, amico e storico collaboratore di Hayao Miyazaki. Il regista giapponese riprende la tematica ecologista, grande leitmotiv dello Studio Ghibli, e la rende assoluta protagonista del suo lungometraggio. Niente veli o messaggi subliminali, Takahata dichiara di voler parlare del problema, sempre attuale, del disboscamento e della deforestazione per favorire le costruzioni umane, e lo fa apertamente, non senza un pizzico di rammarico. Egli è, non per sua volontà evidentemente, parte di quell’umanità che ha fatto della speculazione edilizia uno dei suoi tratti caratteristici e, per questo, colpevole della distruzione dell’habitat dei tanuki, scelti da Takahata per rappresentare emblematicamente la natura depauperata dei propri spazi. Nonostante questo senso di delusione e malinconia, il film non manca di divertire lo spettatore. La comicità è molto presente nel film e i principali artefici di quest’ultima sono i tanuki stessi, molto abili nella pratica del trasformismo. Questi strani animali possono trasformarsi in qualsiasi cosa, oggetto o persona, essi vogliano, talvolta fallendo miseramente, provocando così l’ilarità dello spettatore. Attenzione, però. La capacità di trasformazione dei tanuki non è un mero espediente narrativo per rendere il film più divertente e appetibile, ma è la trasposizione cinematografica di una leggenda millenaria giapponese, secondo cui alcuni animali sarebbero capaci di trasformarsi, come i kitsune - le volpi - e appunto i tanuki. Questo lungometraggio, infatti, presenta moltissimi tratti caratteristici della cultura, religione e folklore giapponese. Come già visto, il titolo stesso può essere difficilmente intelligibile a uno spettatore non avvezzo alla cultura giapponese. Folklore, intento moralistico e comicità si alternano e mescolano magistralmente in questa pellicola che, forse, ha un solo difetto: la durata. Dal computo totale dei centoventi minuti, Takahata ne avrebbe potuto tagliare una quindicina appena, rendendo il film meno lungo e leggermente più godibile. Effettivamente, due ore piene sono tante, ma non troppe, per raccontare la storia dei tanuki del tempio di Awa, che personalmente non mi ha annoiato per niente.

Musicalmente perfetto. Impeccabile il comparto tecnico. Fluide le animazioni e molto ben disegnati i tanuki, che ci vengono presentati innanzitutto con un aspetto realistico, e li vediamo in questa forma ogni volta che devono interagire con gli esseri umani, o con il loro mondo. Se si fossero presentati agli uomini in forma antropomorfa, simile alle rappresentazioni degli animali fatte dalla Disney, il film avrebbe compromesso l’importante messaggio di cui si faceva tramite, perdendo quindi di significato. Predominante, neanche a dirlo, il verde delle colline. Verde come la speranza che l’essere umano impari finalmente a rispettare la natura.

In definitiva, “Pompoko” è un film da vedere assolutamente, come tutti i film di Isao Takahata.