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Non mi soffermerò sulle generalità del film, accessibili semplicemente consultando la scheda in primo piano, e passerò subito a una riflessione quanto più esauriente possibile delle tematiche dell'opera, chiudendo con le dovute considerazioni sull'apparato tecnico.
Ebbene, di cosa parla "Maquia: When the Promised Flower Blooms"?
A primo impatto tutto sembrerebbe riportare a una storia che tratta, come base portante, il tema della maternità e si concentra sullo sviluppo dei legami affettivi messi a dura prova dall'incedere del tempo. Questa prima semplificazione di per sé non sarebbe neanche sbagliata, tuttavia il mio intento è rivolto a provare a capovolgere questa preliminare visione d'insieme: e se fosse il tempo, o meglio, la necessità di doversi inserire e saperci stare nel tempo, fare in modo da non farsi schiacciare da esso, il tema portante della narrazione, mentre la maternità non risulti essere nient'altro che il miglior pretesto possibile per mettere in mostra il tempo come improvvisa provocazione esistenziale?
Così facendo, il paradigma di riferimento con cui decodificare l'opera si sposterebbe sul rapporto reciproco tempo-eternità.

Gli abitanti di Iorph, conosciuti anche come la "Stirpe delle separazioni", vengono subito presentati alla stregua di una "razza" purosangue e incontaminata da interferenze esterne, tutti estremamente simili tra loro (se non proprio uguali), vestiti di candidi e bianchissimi abiti che richiamano vesti sacerdotali (da antiche vestali per le donne), caratterizzati da una carnagione molto pallida e capelli di un biondo tenue che sembra scivolare anch'esso nel bianco da un momento all'altro. Vivono isolati, come in una bolla, in una sorta di eden richiamante i primordi e i fasti di una passata età dell'oro, architettonicamente composta da un imponente edificio di pietra circondato da abbozzi di rovine a filo d'acqua.
Lo spessore "fisico" del suo popolo, come viventi sempiterni, viene messo in risalto dalle loro abitazioni, grandi quel che basta per permettere loro di muoversi in posizione eretta in contrasto non tanto con l'edificio principale della loro terra quanto con il resto delle strutture architettoniche del mondo di fuori, dove anche una locanda può contenere oltre un centinaio di persone, ad evidenziare quanto possa essere caduca, effimera e poco ingombrante l'esistenza di un qualsiasi altro essere umano.

Tornando al popolo di Iorph, il principio d'identità, tipico del concetto di eternità, si impone in maniera schiacciante. Ciò che perdura nel tempo non cambia e si mantiene sempre identico a sé stesso. Essere un appartenente della Stirpe delle separazioni non è una questione di appartenenza a una terra o a una cultura, è uno status in sé e massima alterità da ogni altra caratterizzazione di un semplice uomo "mortale".

Il capovolgimento di paradigma, in questo caso di mezzo-scopo, riguarda anche la loro principale attività di tessitura dei cosiddetti Hibiol. Il fine non è quello di tessere la storia dell'umanità, come se fosse una vocazione a un compito collaterale della specie umana (tutta) che essi solo ormai possono assolvere a mo' di divisione del lavoro, ma il tessere esso stesso Hibiol è il solo modo rimasto che ha la Stirpe delle separazioni di autodeterminarsi (e, come afferma Maquia all'inizio del film: "di continuare vivere in maniera risoluta") e restare ancorata alla propria esistenza, senza annichilirsi in una vuota eternità. Soltanto in virtù della loro lunghissima esistenza ne è derivato (ed è stato possibile) tessere il telo della storia umana. Quest'unica possibilità di autodeterminazione è alla base della tessitura degli Hibiol, bianchi e candidi come ciò che non muta, immacolati e senza sfumature di colore, come tutto ciò che non conosce cambiamenti o avvicendamenti di alcun tipo, cosa che accade nella tridimensionalità del tempo che scorre. La loro auto-ghettizzazione li ha preservati dal continuare a vivere termini di paragone differenti dalla loro percezione del tempo. Troppo sarebbe il divario emotivo da sopportare tra il loro vissuto, ampiamente dilatato nei secoli, e il vissuto delle persone di fuori, ristretto in una manciata di decenni.

Il senso di solitudine strisciante che pervade il clan nella sua interezza è alla base della sua alienazione e conseguente escapismo nell'attività di tessitura degli Hibiol. Questo aspetto in particolare si rispecchia nella protagonista Maquia, orfana di entrambi i genitori e cresciuta dall'anziano saggio della comunità. Il desiderio di sfuggire alla solitudine della sua esistenza senza tempo, complice un sentimento di leggera e innocente gelosia per la relazione dei suoi due migliori amici Krim e Leilia, le impediscono quotidianamente di dire "Sayonara" senza avvertire un moto di sofferenza e quasi di rimpianto ogni volta che saluta i suoi amici al calar della sera, come se quel "A presto" per il giorno successivo fosse in realtà un addio definitivo.

Lo sviluppo degli avvenimenti di certo avviene per cause di forza maggiore e per inferenze esterne, ma possiamo notare come il motore primo dello scorrere del tempo si attivi attraverso il punto di vista di Maquia. La nostra protagonista principale ovviamente non è un deus ex machina (anche lei è vittima degli eventi come tutti gli altri personaggi), d'altro canto è possibile intuire come sia la presa di consapevolezza di Maquia del tempo vissuto (in contrapposizione alla vuota eternità del suo senso di solitudine) a "mettere in moto gli eventi". In altre parole il tempo inizia a scorrere quando si palesa una scucitura nel tessuto notoriamente infinito e apparentemente perfetto degli Hibiol.

La scena in questione è quella quasi iniziale dell'incontro notturno tra Krim e Leilia nel campo fiorito, incontro al quale Maquia assiste dopo aver seguito di nascosto Krim. Resasi conto dei sentimenti che i due amanti provano l'uno per l'altra, Maquia si lascia sfuggire una lacrima che cade su di un fiore, esclamando: "È sbocciato!" Non più il vago e indistinto desiderio di sfuggire alla solitudine, ma il desiderio di amare, come unico modo di sentirsi vivi, accende la miccia del tempo. Il motore primo è l'amore che sboccia, è il palesarsi e disvelarsi, all'autocoscienza di Maquia, di qualcosa di tangibile. Proprio in quel momento (sarà un caso?) la quiete di quella eternità viene frantumata dall'arrivo del tempo dall'esterno. Tempo che differenzia inoltre i destini dei tre protagonisti, i quali smettono di essere e di vivere come se fossero una cosa sola e la stessa cosa fra di loro. Il tempo divide i loro Hibiol, la loro via all'autodeterminazione di sé, conferendo loro sfumature diverse.

Il destino di Maquia e il suo rapporto con Ariel è molto approfondito durante tutto il film e non credo necessiti di ulteriori introduzioni. Il mio intento, in questa recensione, era di inquadrare i concetti chiave a base della trama e i suoi presupposti narrativi per una introduzione più cosciente alla visione del film.

E dunque: di cosa parla "Maquia"? Offre un monito e lancia un messaggio. La sofferenza della solitudine di creature che, con la loro esistenza, arrivano ad abbracciare secoli di storia, non si attenua evitando di dire "Sayonara" alle persone care che si possono incontrare al di fuori della cerchia del proprio clan e isolandosi nell'alienazione della propria eternità, ma vivendo nel tempo dei "mortali" i propri sentimenti per le persone amate e sempre nel tempo avere la forza d'animo di poterle salutare, senza rimpiangere la diversa longevità, e portare comunque i ricordi di quei momenti sempre con sé, compagni di viaggio e imperituri.
I sentimenti provati e soprattutto ricambiati che ci fanno sentire vivi, anche soltanto per un breve lasso di tempo, sono la nostra più concreta e reale autodeterminazione, perché quest'ultima non è autoreferenziale, ma ci viene riconosciuta da chi ci ama e, quando gli altri non ci saranno più, continueranno a vivere dentro di noi, tessendoci ancora e ancora. Così la memoria delle persone alle quali abbiamo saputo dire "Sayonara" senza rimpianti (pur essendo l'ultima volta) passa dall'essere memoria di un pezzo di stoffa ad essere memoria vivente, memoria del cuore, sempre intenta a tessere chi la tramanda.

L'apparato tecnico, a mio avviso, presenta elevati punti di forza quali l'evidente ricchezza di dettagli e fantasmagoria dei fondali, rappresentazioni di un mondo estasiante da vedere, una straordinaria fotografia con colori molto accesi, sfavillanti anche nelle parti più buie. Un ventaglio cromatico di infinita ricchezza.
Le musiche puntellano efficacemente la storia e fanno la loro bella figura nelle scene di maggior pathos, valorizzandole e rendendole emozionanti al punto giusto. Il charachter design, molto abbozzato e minimale, la dice lunga sulla scelta di campo dei produttori di puntare tutto sull'impatto visivo dei paesaggi e sullo stimolo dato dalle suggestioni cromatiche. Ciononostante, le espressioni facciali dei personaggi sono molto accurate e suggeriscono più di mille dialoghi.
Prima di passare ai punti deboli dell'opera, credo sia ragionevole sorvolare sulla sceneggiatura, cucita in maniera sufficiente a fare il proprio lavoro. Le scene chiave sono rese in maniera esauriente e gli eccessivi salti temporali non tolgono nulla alla comprensione del senso dell'opera. Di certo non era tenuta ad essere, per principio, un punto di forza.
Discorso che non si può fare sulle animazioni. Nel complesso si mantengono su un buon livello ma, quando viene usata la CGI, si nota e pesa un po' sulla scorrevolezza delle animazioni.
La cosa che più mi ha deluso, ad una visione più attenta, è la regia abbastanza appiattita sulle inquadrature dei visi, senza offrire significative e alternative inquadrature di campo. Unica nota di merito, la breve scena in piano sequenza di Maquia inseguita da Renato all'interno dell'edificio di Iorph, all'inizio del film.

In conclusione: che questo film abbia dei difetti è innegabile; d'altro canto, la morale alla base del film, non banale e di una certa caratura, una pregevole cura dei dettagli dei paesaggi e degli interni, un'offerta cromatica di prim'ordine con un'eccellente fotografia, e il comparto musicale dignitoso ed efficace, innalzano parecchio il voto dell'opera e, non volendo essere troppo fiscali, direi che forse ad un buon voto ci possiamo arrivare.
Valutazione. 8